Agli amici degli
Incontri Interdisciplinari
Carissimi,
ci rivedremo mercoledì 24 marzo, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala rossa”, cui si accede da Via San Domenico 1.
La volta scorsa abbiamo sospeso la nostra ricerca sulla causalità nella scienza moderna di fronte al problema dei limiti della fisica ed insieme ad una sorta di esigenza di superarli "estrapolando".
Ora vorremmo riprendere la nostra ricerca chiedendoci, nonostante quanto sostenne Galileo e gli sviluppi impensabili del suo programma, se sia ancora possibile, in qualche modo,
parlare ancora di "natura".
Abbiamo chiesto al prof. Antonio Schiavo di animare la serata, e lo ringrazio a nome di tutti per aver accettato.
Approfitto dell'occasione per farvi, insieme al P. Giovanni Bertuzzi, gli auguri di
Buona Pasqua.
Un cordiale arrivederci a presto
Fra Sergio Parenti O.P.
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Breve resoconto dell'interdisciplinare del 24 marzo 2010
a cura di fra Sergio Parenti O.P.
SCHIAVO - Natura si può dire in molti modi. Come equivalente alla fusis greca è la Grande Madre, una natura vivente e generante: natura naturans. Dal punto di vista aristotelico la natura è l'essenza, la causa formale che informando la materia costituisce un individuo (una sostanza prima della sua specie). Questa costituzione avviene a partire da una causa efficiente esterna e si svolge come passaggio dalla potenza all'atto secondo la propria causa finale. Vi è un cosmo, un ordine anche molto articolato dell'intero universo, ma la diversità specifica di questi enti fa sì che Aristotele rifugga da una considerazione livellante, che rifugga dalla diversità specifica, e quindi li tratta variamente a seconda della loro diversa "geografia" ontologica. Lui ha una ricchezza molto interessante di varietà dell'essere; noi con la nostra scienza abbiamo un concetto molto più povero, che accomuna tutti gli enti in qualche maniera.
Mentre per Platone la filosofia è solo amore della sapienza, quella di Aristotele è "sofia", che è anche sapere umano sulle cose divine. Questa metafisica o filosofia prima è sovraordinata ad ogni altra scienza. Voi scienziati siete schiavi di Aristotele, quando vi adeguate al linguaggio di Sergio. La trappola vi adesca con la trappola del linguaggio comune, indoeuropeo, fatto di soggetto e predicato. Cioè secondo le categorie dell'ontologia aristotelica. Ma anche lui le ha prese dal linguaggio, queste categorie, che molto probabilmente non sono veramente nell'essere. Valersi ancora di quelle categorie, che tanto hanno attardato la scienza moderna, per intendere meglio a quella contemporanea? Nonostante l'esiziale incomprensione aristotelica per gli enti matematici, con strumenti che a me paiono preistorici? Ma il nostro grande "soriano" che vi seduce, spalleggiato da Bertuzzi (che rimprovera Maria Elina perché le sue dimostrazioni non hanno necessità), con una balda schiera di giovani tosti, da Alberto Strumia a Claudio Testi, pronti a gettare sul piatto una decina di cause aristoteliche per giovare alla scienza moderna... vuoi vedere che sono io il reazionario e loro i progressisti?
Ma vorrei protestare. Perché, caro Frattini, equivochi sempre e non riesci a capire quello che io cerco di spiegare? Questa pretesa di giudicare filosofi e filosofie senza avere mai pernottato una volta nei loro accampamenti! Tanto da proclamare: "Questo è aristotelismo e non Aristotele"! Un po' di sobrietà, per piacere! Noi come filosofi sappiamo, da Platone in poi, che la Sofia è sempre al di là dei possibili risultati della nostra ricerca e consideriamo nostro dovere prendere a scudisciate chi fra noi o dall'esterno pretende di avere già raggiunto e di abitare ormai la patria sempre anelata della verità.
Tu hai detto: "Vi parlo dell'energia da ingegnere... lasciatemi usare delle categorie aristoteliche per spiegare..."
FRATTINI - Tu stai trascurando il mio discorso, e prendi una parola qua ed una là.
SCHIAVO - Il gioco sta nel sottovalutare le frasi di Bertrand Russell (Sintesi filosofica, 1927): Ciò che il filosofo nota nella fisica contemporanea è la scomparsa della materia come cosa. L'elettrone per esempio "è semplicemente una regione da cui può irradiarsi dell'energia" (p. 124 s.). Proviamoci a pensare in termini di eventi anziché di corpi. Una filza di eventi forma ciò che consideriamo la storia di un corpo, un'altra il corso di un'onda luminosa e così via. L'unità di un corpo è come l'unità di una melodia, che prende tempo per essere suonata e non esiste intera in nessun momento (130). Ma qui naturalmente "le tavole, e le sedie, il sole e la luna ... sono diventate delle pallide astrazioni" (125). Dobbiamo cambiare le nostre nozioni sia di sostanza, sia di causa. La persistenza di un corpo è in realtà da intendere come l'unità di una melodia, una serie di eventi posti in una relazione di unità, che diciamo causale e che però non implica un'idea di costrizione o di forza né per contatto né come azione a distanza ma solo "una legge osservata di successione da contiguo a contiguo" (cf. Hume, Treatise I, III, sez. 2); e solo una filza di eventi così ordinata può dirsi "un unico pezzo di materia" (133). Di fatto "parliamo ancora di forze come parliamo ancora del sorgere del sole, ma riconosciamo che, in un caso come nell'altro, si tratta soltanto di un modo comodo di parlare" (135). Non dobbiamo lasciarci impressionare dall'espressione 'sequenza necessaria' da A a B; in A non c'è niente che costringa al verificarsi di B. Semplicemente nella generalità dei casi osservati accade dopo A (136). Ciò che c'è di vero nella vecchia nozione di causalità non dipende da qualche forza ma consiste in leggi di correlazioni (successione) fra eventi verificatisi in tempi diversi (139).
Sembra, ma è un errore, che il movimento implichi necessariamente qualcosa che si muove. In realtà noi parliamo del movimento di una commedia o di un brano musicale, pur non concependoli come cose completamente esistenti in ogni momento dell'esecuzione. E allo stesso modo dobbiamo rappresentarci il mondo fisico e concedere un nome singolo solo a unità di connessioni di eventi (140). Ciò che veramente ci risulta, le nostre esperienze possono essere spiegate senza bisogno di ammettere (mai viste) cose persistenti (sostanze) (141).
Cassirer (Determinismo e Indeterminismo, 1937): "La risposta al problema della causalità, quale ci viene data da una gnoseologia scientifica, non sta mai a sé ma dipende sempre da una determinata assunzione intorno al concetto che quella scienza abbia dell'oggetto. I due momenti si implicano strettamente e si condizionano a vicenda. Non possiamo mai intendere nel suo significato e nella sua fondatezza il concetto di causalità proprio di una determinata epoca ... senza rimettere in questione il concetto di 'realtà' fisica che essi presuppongono. E ciò vale anche per la moderna meccanica dei quanti" (p. 16). Cioè è la legalità che costituisce l'oggetto e non viceversa.
Per Kant noi non possiamo comprendere a priori la possibilità del cambiamento di qualcosa né la possibilità della causalità, ossia la relazione fra l'esistenza di una cosa e quella di un'altra che consegua alla posizione della prima. La causalità non è una relazione riscontrabile fra le cose ma è il pensiero di una relazione con cui collego due percezioni in un giudizio di esperienza: il vento e il suono della porta che sbatte. La natura è la legalità dei fenomeni (apparizioni-eventi) nello spazio e nel tempo, un complesso ordinato di relazioni e di connessioni che è richiesto per la possibilità dell'esperienza e della scienza, perché il molteplice rappresentativo non fluttui disordinatamente innanzi alla coscienza, ma si presenti a costituire l'oggettività di una natura (idealmente dalla legalità alla oggettività) in cui ogni nuovo dato può inserirsi. Che quest'ordine non sia solo strumento conoscitivo ma appartenga alle cose in se stesse non abbiamo alcun appoggio per sostenerlo (31-35). Possiamo solo dire che dopo Hume e Kant una causalità intesa ancora come relazione fra cose appare meno anacronistica (36).
Comunque questa legalità dei fenomeni resta come ideale trascendentale-metodologico della ricerca anche dopo la crisi del determinismo, pervade anche la relatività generale e non è assente neppure nella meccanica quantistica. L'oggetto allora non è una cosa che ha o è o subisce causa, ma è il risultato di una connessione causale, un oggetto della conoscenza. La legalità non è subordinata all'essenza o all'esserci presupposto di una sostanza ma preordina l'oggetto facendone il terminus ad quem della sua costruzione teorica (194).
Fortini chiede aiuto alla filosofia, ma in foro interno la disprezza. Ci relaziona per anni sulla fisica newtoniana ma senza avvisarci del problema dei tre corpi che nel 1999. Intitola "Come è stata creata la natura: visione moderna" (2009), anziché come si è sviluppato l'universo, un suo saggio sul Big bang. In questo scritto non ha difficoltà ad affermare che il nostro universo è euclideo e che la geometria dell'universo è quadridimensionale. Detta così senz'altro, non la trovo una comunicazione troppo caritatevole nei confronti del lettore. Comunque penso, sia pure umilmente, che l'universo infinito su cui si interroga sia in realtà un universo finito ma illimitato. E poi ci informa che per Fred Hoyle l'universo, già da sempre infinito, sarebbe tuttavia in continua espansione con continua creazione di materia in sostituzione di quella scomparsa.
Qui estendo una domanda a tutta la brigata: i calcoli infinitesimali sono solo calcoli matematici o anche possibili percorsi fisici? Di certo la situazione in cui le dimensioni dell'universo tendono a 0 e la temperatura e la densità tendono all'infinito non ha significato in fisica (Margherita Hack). Dunque espressioni come "l'universo all'età di un secondo" possono valere solo come metafore indicative di rapporti. Certo, per il 'prima' si apre lo spazio della fisica quantistica. Ma penso che neppure questa possa evitare il paradosso dell'inizio fisico da 0.
Con la relatività generale non si supera il concetto di forza? La caduta di una pietra è dovuta ad una misteriosa forza di gravità o alla geometria dello spazio e del tempo nel punto in cui si trova la pietra?
La teoria del big bang non dice nulla del big bang stesso: non ci dice che cosa è esploso, né perché, né che cosa abbia causato l'esplosione. E nemmeno ci descrive le condizioni immediatamente dopo l'esplosione: più ci avviciniamo al tempo 0, più la temperatura tende all'infinito, e nessuna teoria fisica è in grado di descrivere ciò che accade quando le quantità fisiche tendono all'infinito.
Fortini dice che in fisica non esiste un concetto di causalità nel senso filosofico: nella meccanica classica la causalità è il principio deterministico. Ma in biologia? e in geofisica? Maria Elina era convinta di poter distinguere la sua disciplina (la geofisica) in quanto esplicativa, da altre scienze, come la geologia, solo descrittive.
Il determinismo celebra la matematizzazione della natura: il pensiero umano, la realtà delle cose ed il pensiero di Dio si incontrano nella matematica. Pensiero ed essere sono in contatto diretto. Per Kant invece tra essere e pensiero c'è un abisso.
Ma finito il determinismo non c'è più causalità? Ernst Nagel (La struttura della scienza, 1961) dice che la meccanica classica è un insieme di equazioni che formulano la dipendenza (funzionale) di certe proprietà dei corpi da altre proprietà fisiche. Si dice che tali equazioni esprimono delle relazioni causali nel senso che mettono in relazione le variazioni rispetto al tempo di certe grandezze con altre grandezze. L'importante è la completa ed univoca determinazione dello stato meccanico del sistema rispetto ad un suo qualsiasi stato iniziale (286 s.). La meccanica quantistica impiega un tipo di definizione di stato del tutto diversa, ma è deterministica nello stesso senso della meccanica classica. La legge o principio di causalità è distinto dalle varie leggi particolari (325). E' impresa disperata considerarla una verità induttiva universalmente valida. Meglio considerarla una regola normativa o metodologia di ricerca: così si arrivò a giustificare le apparenti irregolarità del moto ellittico della terra intorno al sole e poi quelle di Urano (328). Anche Cassirer ne fa un postulato del pensiero empirico (Determinismo e indeterminismo, 1937, p. 92).
Probabilmente l'impressione di una fine delle leggi causali in fisica fu dovuto all'influsso dell'empirismo e del logicismo meramente sintattico (incapace di semantica). Una connessione logica non significa un senso di causalità. Che cos'è che vi seduce tanto della filosofia antica? L'impulso della forza, della spinta, oppure l'attrazione. Ma se devo parlare solo di collegamento tra A e B, in che senso posso parlare di dipendenza? Il collegamento tra due punti su una retta non è collegamento causale. L'introduzione della logica modale portò a cercare una formalizzazione di una necessità fisica, perché quella logica è troppo forte. Una legge di natura non è logicamente necessaria: si può pensare il contrario, mentre la necessità logica è quella delle tautologie.
In Kant la causalità è l'ordine nella successione: la necessità non è logica perché usa l'induzione.
Stirpe cercava un rapporto causale, nel racconto che ci ha fatto. Lo scienziato non può dire che ignora la causalità.
STIRPE - Faccio un esempio per vedere se ho capito. Noi andiamo a casa, e domattina spunta il sole: qui non c'è rapporto causale. Se invece metto il dito sulla fiamma e mi scotto, qui c'è un rapporto causale.
SCHIAVO - Vi ho fatto vedere che ci sono rapporti causali anche nella fisica quantistica, citando Nagel.
PARENTI - Senz'altro nelle problematiche delle scienze ci sono anche gli aspetti che dici tu. Ma non sono tutto. Per esempio tra me e i miei genitori c'è una successione, ma non è ordinata. Quando mi hanno rubato la macchina non riesco a pensare che in realtà ci siano solo successioni ordinate.
SCHIAVO - Il sapere quotidiano non ha nulla a che vedere con la scienza.
PARENTI - Ma è conoscenza anche quella. Non puoi buttare via tutto. Tu dici che nel big bang non si da che cosa è esploso e perché. E usi un linguaggio causale.
SCHIAVO - Quando parliamo di scienza devi gettare via l'ontologia aristotelica.
PARENTI - Ma la scienza non è solo quella che dici tu. Fai male a buttar via le risposte di Aristotele.
PIFFERI - Causa, a livello scientifico, vuol dire anche "caso"? La chimica cerca di prevedere a tavolino quello che succederà al sistema. Dei collegamenti però sappiamo pochissimo. Credo che il concetto di causalità non esista solo perché ignoriamo. Per questo mi sembra più logico parlare di connessione anziché di cause.
FRATTINI - Cioè non si dovrebbe parlare di cause determinanti ma solo di interpretazioni? La difficoltà a determinare la causa non toglie l'esistenza di essa, mentre per Schiavo non c'è.
PARENTI - Io posso osservare un'azione. Se vedo uno che mi prende la valigia e fugge...
SCHIAVO - Anche nella conoscenza comune noi facciamo delle oggettivazioni. Sono io che la oggettivo così.
PARENTI - Allora noi siamo come al cinema: dove non c'è né cosa né causa, ma siamo noi ad interpretare così fasci di sensazioni che si susseguono sullo schermo. Io invece voglio partire da quello che veramente conosco per andare a capire il resto, e non partire da cose che nemmeno quelli del mestiere sanno esattamente.
SCHIAVO - Non devi rifugiarti nei fatti quotidiani: noi ci occupiamo della scienza.
PARENTI - Quella che tu chiami scienza è impostata - non contro Aristotele - dal Grossatesta e da Bacone (per loro era la descrizione matematica il "propter quid"), e la matematica non usa la causa efficiente. Poi entrarono motivi religiosi e politici a favore di una posizione anti-aristotelica. Non c'è bisogno di buttar via Aristotele. Tu stesso mi dicevi che non era Kant a negare la cosa in sé: la chiama noumeno (e Tommaso dice che è intelligibile).ù
SCHIAVO - La legalità è dentro alle teorie.
PARENTI - Sono d'accordo a cercare il significato di "particella" all'interno del contesto teorico. Ma non fino a negare la conoscenza comune. Con la fisica matematica non posso mettere a fuoco la cosa in sé: in questo sono d'accordo.