Bologna, 31 maggio 2011



Agli amici degli

Incontri Interdisciplinari



Carissimi,

Ci rivedremo giovedì 9 giugno, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua "sala rossa", cui si accede da Via San Domenico 1.

Il nostro incontro continuerà quello della volta scorsa, sul tema:

libero arbitrio e libertà di scelta

e sarà ancora animato dalla prof. Antonietta De Riso, che ringrazio a nome di tutti.



Un cordiale arrivederci a presto



                                                   Fra Sergio Parenti O.P.



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Breve resoconto dell'interdisciplinare del 9 giugno 2011

a cura di fra Sergio Parenti O.P.


DE RISO - La libertà è poter negare un determinismo insito nella scelta. L'altra volta avevamo visto che il volere di ciò che facciamo è inscrivibile in un vissuto che interagisce con il tempo ed il luogo nel quale ci siamo formati (la volontà non è avulsa dalle modalità di tale formazione): la possibilità di volere dipende da ciò che si è: non è "libera". Ma si può liberare?

In oriente la volontà è considerata un ostacolo allo spirito, alla ricerca dell'essere umano che si china su di sé per armonizzare ed assurgere poi la propria umanità in un accordo spirituale con l'intero cosmo. Anche i gesuiti cercano di far tacere la propria volontà per rendersi disponibili alla volontà di Dio.

PARENTI - L'obbedienza religiosa non è annullamento, ma realizzazione della volontà, anche nello stile di "commandos di Dio" che hanno nella Compagnia di Gesù. Non vorrei che si esagerasse nell'interpretare il "perinde ac cadaver".

PETERNOLLI - Le espressioni della mistica vanno distinte dalla formazione dei gesuiti.

DE RISO - Nella filosofia occidentale, invece, la libertà è stata inneggiata ed in alcuni casi ritenuta la base del pensiero e della moralità.

La libertà come volontà (possibilità di volere) non è possibile, come avevamo visto, vediamo allora la libertà come scelta.

La scelta richiede una presa di coscienza, che è uno stato di presenza a se stessi. Nella relazione col mondo esterno noi abbiamo la consapevolezza non solo di quello che faccio, ma anche di quello che potrei fare o non farò mai. La coscienza di sé diventa consapevolezza nell'azione.

Se consideriamo l'azione come modo di esprimersi, questo diventa una libertà di espressione.

La libertà di espressione non è la libertà di scelta di esprimersi. La differenza è che se io ho la libertà di scelta di potermi esprimere, questo coinvolge la presa di coscienza sia di un esprimere se stessi, sia di un non esprimere se stessi. Va da sé che solo se ho coscienza d'essere, posso avere la coscienza di esprimere me stesso, che a sua volta è esplicabile nella consapevolezza del fare.

Pertanto la scelta è scelta solo dal momento che vi sia coscienza di sé e consapevolezza di quanto si fa o si potrebbe fare. Questo richiede anche la conoscenza dell'azione e dell'incidenza che tale azione ha o avrà.

Ma io non so quanto l'azione potrà incidere sul futuro. A tale proposito mi rifaccio all'esempio del raggio di sole che si imbatte nel vetro: è indeterminato se un fotone venga riflesso o attraversi il vetro. Solo a posteriori potrò saperlo.

PARENTI - Esiste un tutto, dove ci sono in potenza le particelle. L'indeterminazione delle particelle non va confusa con l'indeterminazione del tutto. Io conosco le proprietà del tutto. Se ragiono sul tutto so come si comporta la cosa. Se illumino il vetro so che la luce passerà. Così posso sapere che facendo una certa azione faccio del male a uno, anche se non posso prevedere tutte le conseguenze future. Io resto libero e responsabile per quello che posso prevedere.

DE RISO - La libertà resta così molto limitata. Più ho elementi per prevedere, più la mia scelta è valida.

PARENTI - Ma io potrei essere libero di fare o non fare anche senza sapere quali saranno le conseguenze: faccio e poi sto a vedere.

DE RISO - Questo è un tipo di scelta di altro genere: è libera in quanto non è ancora avvenuto nulla. Davanti ad un gelato uno può essere libero di mangiarlo o meno. Ma se vado a pensare di essere diabetico, c'è qualcosa che mi condiziona.

PARENTI - Una delle nostre suore, diabetica, mangiava lo stesso: diceva che voleva morire sazia. Per me è una scelta.

BELARDINELLI - Uno diceva che anche i magri muoiono, ma dopo una vita di stenti.

DE RISO - Ma la responsabilità resta legata a quello che conosco. La scelta non sarà mai assoluta, ma, quanto a responsabilità, relativa a quanto conosco.

PIFFERI - Nell'esperimento scientifico, più parametri conosco e più posso prevedere. La scelta del ricercatore resta condizionata dai parametri.

DE RISO - Per Searle gli stati di coscienza non sono altro che i risultati dei processi neurobiologici del cervello umano: ogni nostra scelta è legata a questi processi. In ogni cosa una scelta è valida se cerca di fare ogni cosa all'interno di tutto il noto, anche se resta limitata. Non possiamo parlare di libertà di scelta, perché la parola "libertà" implica assenza di limite. Nella scelta vi è un limite. Le scelte avvengono entro un certo spazio.

PARENTI - C'è anche l'ignoranza colpevole. Chi rischia è responsabile delle conseguenze che non prevede. Dovrebbe essere sicuro che le conseguenze cattive non ci saranno. La libertà e la colpevolezza vanno anche insieme all'ignoranza colpevole.

DE RISO - Ma deve avere coscienza di essere ignorante. Più uno studia, più si rende conto di essere ignorante. Meno conosco, più credo di sapere. In Oriente, invece, la base è che si deve essere in ricerca continua, senza mai accontentarsi.

PETERNOLLI - Mi pare che l'Oriente cerchi più uno svuotamento che una presa di coscienza.

DE RISO - In Occidente il pensiero si fa garante dell'essere stesso, in alcuni della realtà stessa (reale perché la penso); mi garantisce il "me stesso" e anche la presa di coscienza. Il pensiero ha il diritto di esercitarsi liberamente. Posto in relazione a qualcosa che non è se stesso, non è mai in una relazione che il pensiero viene colto: è una realtà a se stante, che si costruisce e si mette in relazione con qualcosa che lui stesso costruisce. Luce Irigaray vede il pensiero occidentale maschile come soggetto unico (di fatto maschile) che costruisce una filosofia verticale e supera la natura.

L'Oriente rifiuta addirittura il pensiero, nel senso che esso limita la ricerca e qualunque crescita conoscitiva e spirituale. Si deve cercare il silenzio per farsi prendere dallo Spirito, come dicono anche in Occidente i mistici, soprattutto donne (nella mistica femminile prevale la relazionalità - che si dilata -, in quella maschile prevale l'io che si pone di fronte alla luce). L'umano lo si vede sempre in rapporto col sé e la natura (esistente - essere). Mi differenzia dagli altri esistenti non tanto la ragione (cui viene collegata la scelta), quanto la "capacità" che ho di .... L'essere umano ha tutto quello che ha la natura, più delle capacità di diversificarsi dalle realtà naturali. Non c'è dicotomia, in oriente.

PETERNOLLI - Il pensiero religioso degli ebrei, cristiani e musulmani non è ciclico, è una storia; in oriente la persona non è così evidenziata, nella sua unicità incomunicabile, dati i cicli delle reincarnazioni.

DE RISO - La persona nella relazionalità con l'altro è un discorso. Se invece parliamo di identità a se stante, il mio rapporto con l'altro è sempre in funzione del mio io. L'altro ha valore perché gli parlo, esiste perché lo vedo: questo è un limite dell'Occidente.

PETERNOLLI - C'è anche il realismo tomista: non è vero che non esiste una realtà se non la vedo o penso.

DE RISO - Ma tutti sono d'accordo nel dar valore all'altro o alle altre culture perché li conosco. L'idealismo è l'apice. Oggi questo discorso si sta scalzando. La ciclicità c'è in oriente nella misura in cui non mi differenzio. Io sono natura, sono come gli altri. La differenza con gli altri la vado costruendo, come ricerca. Si tratta di un cammino di differenziazione, un cammino di spiritualità e di crescita. Noi troviamo questo discorso nei santi mistici, anche se in altri termini. Vado ad immergermi in un di più che in Oriente viene chiamato "spirito" (anche se non Dio - Persona), perché non posso definirlo per quello che è. Esso è un altro da me verso il quale mi oriento come "luce", altrimenti io ricado. Anche Platone ha questo, ma non c'è un innalzamento dal punto di vista etico, di spiritualità, ma di ragione. Cristo è via, verità e vita; in Oriente il maestro è solo via verso la verità e la vita

SCIRÈ - Il maestro in Oriente mostra la via: sembra un discorso astratto.

DE RISO - Cammina con te, nella ricerca, dandoti la possibilità di seguirlo. Il maestro non è Dio, ma cerca. L'errore che fa l'Occidente è di mettere sullo stesso piano Siddhartha Gautama con Cristo.

PETERNOLLI - La Rivelazione, che scende dal cielo, è diversa dall'umanità che cerca, con sforzi anche ammirevoli.

DE RISO - Non faccio un discorso di religione o di Rivelazione: io parlo del pensiero filosofico dell'Oriente, anche se poi è stato tirato in campo religioso. La filosofia orientale ha parametri diversi, a livello proprio di pensiero, rispetto alla nostra.

SCIRÈ - Leggo il racconto biblico del peccato originale: mi sconvolge. Indipendentemente da tutte le filosofie, il meccanismo delle conseguenze sull'umanità si ripete e l'uomo resta senza certezze.

SCHIAVO STEFANO - La Bibbia vuole spiegare l'origine del male nella storia, indipendentemente dalle immagini simboliche che usa.

PARENTI - L'epopea di Gilgamesh poneva questa problema, usando le stesse immagini della Bibbia, e concludendo che Dio ha abbandonato l'uomo. La Bibbia aggiunge l'albero della conoscenza del bene e del male per spiegare che è stato l'uomo che ha abbandonato Dio.

DE RISO - L'albero della conoscenza del bene e del male non c'è neanche nella cultura orientale.

PETERNOLLI - La Genesi è una eziologia (ricerca delle cause) metastorica (né cronaca, né favola) e sapienziale.

DE RISO - Le modalità e le differenziazioni che riesco a fare sulla natura incidono: l'importante non è la scelta, ma la possibilità e la ricerca delle possibilità. Si tratta di camminare, non di chiedersi se si è liberi di camminare. Man mano che cammino mi do delle possibilità in più. La possibilità non è la culla della libertà, e non si iscrive in una scelta. L'occidente invece, a forza di parlare di libertà, si incanala verso i determinismi: per dominarmi, io mi do dei no: sono libero in quanto blocco la mia natura. In Oriente io, con tutta la mia natura, mi metto in ricerca ed amplio la mia natura.

Socrate privilegia la ragione, però propone una ricerca, e parla di bene e di male. In qualunque possibilità di sviluppo c'è già una potenzialità ed una sua forza. La strada che io inizio già mi pone dei condizionamenti, per cui si definisce l'ambiente circostante. Per esempio: non so cosa fare e mi annoio. Uno mi invita ad andare ad una manifestazione o ad una preghiera. Vado (non dite che scelgo). Ma una volta che sono là, vengo preso da ciò che vedo, e quando torno non sono più lo stesso ed ho delle possibilità in più. Man mano che vado avanti, mi si chiudono dei campi, ma se ne aprono degli altri.

PARENTI - Andando avanti per una strada, diventa sempre più difficile tornare indietro. A pochi passi dalla vetta non torno indietro per salire da un'altra parte. Questa è la dispositio che diventa difficile da cambiare, e cioè un habitus morale, una parte della mia natura che costruisco. Questa è dottrina di Aristotele. Per la scuola volontarista antiaristotelica (Oxford) c'è più virtù quanta più fatica si fa; per Aristotele, invece, c'è virtù quando agisci con naturalezza. Nella musica il principiante non ha naturalezza, a differenza del virtuoso. In morale, al di là delle inclinazioni legate al carattere ecc., ci sono le virtù che dipendono dalle scelte: la scelta è autodeterminazione.

PETERNOLLI - Noi però non siamo mai arrivati: la tentazione resta sempre.

PARENTI - D'accordo: le virtù morali restano un ideale.

PETERNOLLI - Abbiamo bisogno dell'aiuto della Grazia.

DE RISO - Non dobbiamo parlare di scelte, ma di possibilità che mi fanno entrare in certe linee che mi autodeterminano. Chi abita da una parte della montagna ha una possibilità, chi sta dall'altra parte ne ha un'altra. Man mano che si sale si aprono le possibilità. La libertà non ha più il parametro di volontà, o di scelta, o di determinazione o di indeterminazione. Il camminare costruisce i parametri con le possibilità che trova intorno. Non c'è certezza di arrivare.

PETERNOLLI - C'è anche la scelta e l'esperienza, con una libertà che non sarà assoluta, ma resta.

BELARDINELLI - Lei (Antonietta De Riso) non intende questo, parlando di scelta.

PIFFERI - L'occidentale razionalizza. L'orientale sente di più l'universo. Mi è difficile pensare che il ragionamento diventi esistenziale. Lo scienziato rischia di saper tutto di niente. Nessun calcolatore può descrivere quello che accade quando facciamo una marmellata, dato il numero delle molecole presenti.

DE RISO - La libertà è partecipazione a quanto umanamente (non è certo) potrebbe accadere o non accadere. Ed è partecipazione ai ritmi della natura. Io mi faccio anche attraverso l'azione, crescendo.

FRATTINI - A volte devi decidere, devi scegliere.

DE RISO - Chi non va alla ricerca di altre soluzioni, viene obbligato a scegliere, e la scelta diventa una costrizione che ci facciamo noi.

PETERNOLLI - Esiste la vita interiore nella sua crescita, ma con essa coesiste l'esperienza di fare scelte concrete, con la libertà, che matura e si arricchisce con tutta la vita di una persona. Ma resta sempre, credo, l'esperienza di poter fare o non fare una certa cosa.

DE RISO - Resta l'esperienza della possibilità, sulla quale costruisco un cammino. Il termine "scelta" non è assoluto: io utilizzo possibilità. La scelta chiude il campo con la presunzione di poter dire che sono libero e non sono determinato.

FRATTINI - Il tuo discorso sta in piedi se per "scelta" intendi una scelta arbitraria. Io parlo di scelta, anche se ho un cammino con possibilità.

BELARDINELLI - Per lei, secondo la sua definizione, una "scelta" non ha un margine di rischio. La possibilità invece ha un margine di rischio e ti chiede di metterti in gioco.