Agli amici degli
Incontri Interdisciplinari
Carissimi,
Ci rivedremo mercoledì 23 febbraio, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala rossa”, cui si accede da Via San Domenico 1.
Animerà l'incontro, sull'argomento:
leggi della scienza e leggi della natura
il P. Giovanni Bertuzzi, che ringrazio a nome di tutti.
Un cordiale arrivederci a presto
Fra Sergio Parenti O.P.
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Breve resoconto dell'interdisciplinare del 23 febbraio 2011
a cura di fra Sergio Parenti O.P.
BERTUZZI - Nel suo significato più generale, il termine legge significa “un dover essere, per il quale si esige che qualcosa sia o operi secondo un ordine o una struttura che le sono propri”. La nozione di legge richiama dunque:
a) quella di ordine e di razionalità (c'è un ordine che può essere solo scoperto dalla ragione umana ed uno che è anche prodotto dalla stessa)
b) quella di necessità e validità universale implicita nel suo “dover essere”, dove la parola “dovere” va applicata in modo analogico ai diversi campi del sapere (etica, scienze naturali e metafisica) a secondo dei diversi gradi di certezza e determinazione.
Il concetto di legge si è evoluto in relazione al mutato concetto di ragione, della sua struttura e dei suoi fondamenti.
Nell’età classica l’ordine era insito nella concezione del mondo inteso come “cosmo”, ordinato secondo una razionalità propria, impresso per lo più dalla ragione e dalla volontà divina, indipendente dalla conoscenza e dalla volontà umana, ma di cui la ragione umana può diventare partecipe e a cui deve uniformarsi. La medesima ragione umana che deve riconoscere l’ordine dell’universo è chiamata a dirigere le azioni dell’uomo e a ordinare le cose, partendo dalle esigenze e dalle inclinazioni naturali dell’uomo stesso. E’ questo il principio ispiratore della legge naturale morale, che prolunga nella sua funzione pratica il ruolo che la ragione ha sul piano speculativo.
Nell’età moderna la ragione umana ha acquistato una sua autonomia rispetto alla natura: non pretende di conoscere le strutture ultime della realtà, ma di determinare le sue manifestazioni esterne, i fenomeni della natura, secondo una legalità e un ordine che è essa stessa a stabilire in conformità ad essi.
Mentre per la razionalità classica la conoscenza delle leggi della natura consisteva nell’adeguazione della ragione alla realtà, per la razionalità moderna le leggi sono il risultato dell’adeguazione della realtà al modo di ordinare della ragione stessa (cfr Kant). Di qui il problema di stabilire la capacità delle leggi della ragione di uniformarsi alla realtà, di stabilire se vi siano delle leggi nella natura e un ordine indipendente da come noi lo stabiliamo in base ai criteri della nostra ragione.
1) Una prima distinzione da fare è:
- l’interpretazione teologico-metafisica di Copernico (Dio come divino artigiano), Galileo (il libro della natura è scritto in linguaggio matematico) e Keplero (Dio ha agito come un matematico secondo un criterio di ordine e di bellezza).
- l'interpretazione metaforico-analogica di Boyle e Locke per i quali le leggi di natura vanno ricavate da osservazioni empiriche e non da speculazioni metafisiche: esse hanno il carattere di decreti, come metafore e analogie tratte dal linguaggio giuridico, e si rifanno tutto al più ad un volontarismo teologico.
Questa problematica storica si ritrova anche dietro le teorie epistemologiche contemporanee, ed emerge in modo ricorsivo ogni volta che nei dibattiti filosofici e scientifici si affrontano questioni riguardanti i fondamenti di queste discipline. Possiamo rendercene conto attraverso una delle tante opere che trattano di questo tema e che individua alcune domande che deve affrontare l’epistemologia riguardo la natura, le possibilità e i limiti delle leggi che riguardano le scienze naturali (Cfr. Michele CASAMONTI, Le leggi di natura. Per un’interpretazione epistemica. Guerini e Associati, Milano, 2006, p.17-19).
Le leggi sono la descrizione di qualche ordine ontologico, o sono invece semplicemente la registrazione di regolarità rinvenute nel mondo dell’esperienza?
Questa domanda ne richiama un’altra riguardante il problema gnoseologico più controverso:
le uniformità del mondo naturale e le leggi che le descrivono: a) esistono in sé, indipendentemente dalla mente e dal linguaggio, o invece b) sono solo nostre costruzioni utili a scopo predittivo?
Nel primo caso (a), se si sostiene che le leggi sono semplici generalizzazioni, ovvero riassunti economici dei fatti, a quali criteri dovremmo affidarci per distinguere le autentiche generalizzazioni di legge dalle generalizzazioni accidentali dell’esperienza? Esempio di generalizzazione autentica di legge dell’esperienza è l’enunciato:“Tutti i pianeti del sistema solare descrivono orbite ellittiche attorno al sole”, mentre è una generalizzazione accidentale dell’esperienza: “tutti i pianeti hanno il nome di una divinità greca”.
Nel secondo caso (b), se si sostiene che è la mente umana a costruire tali uniformità idealizzate e astratte, perché le leggi che descrivono il prodotto della nostra creatività riescono a prevedere i fenomeni del mondo naturale con una così sorprendente efficacia?
2) Un altro problema, legato ai precedenti, è quello relativo alla capacità esplicativa delle leggi: le leggi possono solo descrivere fenomeni aiutandoci a prevederli, o dobbiamo pretendere che siano anche in grado di produrre una spiegazione del perché degli eventi? E di conseguenza, come considerare le leggi scientifiche che non producono alcuna previsione circa l’evoluzione dei sistemi fisici che descrivono e che non ne offrono alcuna spiegazione? Esempi di leggi che non danno spiegazioni sono la legge di Boyle e quella della rifrazione della luce (Snellius).
3) Una questione, infine, che è emersa nello sviluppo delle scienza moderna, è quella che riguarda la possibilità di far valere un’unica metodologia per tutte le discipline: dobbiamo cioè ammettere un’uniformità metodologica in tutte le scienze empiriche, oppure vi sono differenze tra gli esseri viventi e quelli non viventi per le quali solo i secondi sono propriamente soggetti a leggi?
Nel dibattito contemporaneo si distinguono due prospettive epistemologiche (Cfr. op.cit. pp. 59 ss.): quella humiana dei "regolaristi", che considera le leggi di natura come semplici registrazioni di uniformità riscontrate nel mondo naturale, e quella antihumiana dei "necessitaristi", che le considera invece come la descrizione di qualche ordine ontologico. In questa prospettiva la necessità con cui una legge rende conto degli avvenimenti dipende dall’intima struttura del mondo.
Tra le tante distinzioni che sono state fatte e si possono fare a riguardo dell’interpretazione della legge, quella che dal punto di vista gnoseologico mi sembra più interessante è la distinzione tra la nozione di “legge di natura” e quella di “legge scientifica”.
Per leggi di natura si intendono degli asserti universali il cui valore di verità è indipendente dalla presenza di esseri razionali in grado di enunciarli e controllarli. La proprietà di “essere conosciuta” non connota di conseguenza la nozione di “legge di natura”. Sue proprietà sono invece: a) essere universale, b) sostenere controfattuali, c) essere logicamente contingente.
Per leggi scientifiche si intendono invece gli asserti universali che sono rappresentazioni simboliche (quantitative e qualitative) delle regolarità naturali , ovvero sono l’espressione più compiuta della razionalità umana e il risultato del tentativo di descrivere, predire e controllare il mondo che ci circonda. Esse possono essere: a) valide solo ipoteticamente, b) in grado di rendere conto della regolarità dell’esperienza, c) vere non letteralmente, ma solo in modo approssimativo, indiretto o metaforico.
La disputa tra concezioni regolaristiche e necessitariste in relazione al problema del realismo scientifico si gioca proprio intorno alla relazione tra leggi scientifiche e leggi di natura.
Il dibattito tra regolaristi e necessitaristi, per Casamonti, si rifà a tre tradizioni epistemologiche: 1) la tradizione strumentalista, 2) quella regolarista, 3) e quella necessitarista.
1) Alla tradizione strumentalista vengono fatti rientrare empiristi come J.S. Mill, Wittgenstein, Moritz Schlick. Essa è caratterizzata dalle seguenti tesi:
a) le leggi sono solo strumenti per inferire proposizioni empiriche particolari da proposizioni empiriche particolari, ovvero sono regole d’inferenza;
b) le leggi non sono enunciati suscettibili di valore di verità;
c) il problema della verità delle leggi si riduce al problema della loro adeguatezza empirica, per cui:
d) le leggi non sono premesse da cui derivare argomenti scientifici, bensì regole in accordo con le quali costruire argomenti sotto forma di previsioni e spiegazioni;
e) non è ammessa nessuna necessità in re;
f) le concezioni strumentaliste sembrano rendere conto della nozione di “legge scientifica”, ma intrattengono un rapporto ambiguo con la nozione di “legge di natura”.
2) Per il regolarismo si fa riferimento a Reichenbach, Nagel, e Lewis. Esso è caratterizzato dalle seguenti tesi:
a) le leggi sono generalizzazioni di esperienza, e sono la mera registrazione di uniformità empiriche;
b) sono espressi da enunciati universali ( o statistici);
c) sono vere;
d) sono logicamente contingenti;
e) sono descrittive, cioè a posteriori.
f) Problema: come distinguere autentiche regolarità nomologiche da semplici regolarità accidentali?
3) Le tesi necessitariste vengono attribuite invece a Kneale, Molnar, Dretske, Tooley, Armstrong, Bigelow, Ellis, Lierse, Leckey, Vallentyne.
Per i necessitaristi la necessità spiega la nomologicità o regolarità delle leggi, mentre per i regolaristi avviene il contrario: la nomologicità spiega la necessità. Per i necessitaristi le leggi descrivono una relazione nomica tra eventi che è ritenuta più fondamentale della semplice congiunzione regolare. In definitiva essi considerano la necessità con cui una legge rende conto degli accadimenti del mondo come dipendente dalla struttura ontologica del mondo.
Questa posizione lascia irrisolto il problema di definire la natura della relazione di necessitazione tra universali e il problema di individuare criteri per stabilire quali universali possono essere istanziati, cioè collocati nello spazio e nel tempo (distinzione tra possibilità non realizzate, es. lingotti d’oro lunghi 1 km, e possibilità non realizzabili, es. barre di uranio lunghe 1 km).
In realtà queste tre tradizioni non riescono ad essere perfettamente coerenti (cfr Casamonti, p. 208), perché gli strumentalisti finiscono per presupporre leggi come espressioni di regolarità in re, i regolaristi per distinguere gli enunciati nomologici da quelli accidentali finiscono per ammettere una forma di realismo degli universali, e i necessitaristi affidano al successo predittivo delle teorie scientifiche il compito di stabilire quali universali possono essere istanziati.
Queste difficoltà, a mio giudizio, mettono in risalto il fatto che le leggi della scienza non possono prescindere dalla realtà, e che anche la loro legalità non può prescindere da essa. D’altra parte il modo di ordinare i fenomeni della natura all’interno delle leggi della scienza è opera della ragione umana e trova in essa il suo fondamento, la sua struttura e le sue modalità.
PARENTI - Chi pone l'ordine è la realtà, la ragione o tutt'e due?
BERTUZZI - L'oggetto della conoscenza non dipende dalla conoscenza, ma il modo di conoscere dipende da essa.
CERNY - Quali universali possono essere istanziati? Per me non è una incoerenza della teoria necessitaristica, ma uno dei punti forti.
BERTUZZI - Come fanno a desumere dalle leggi necessarie della natura l'applicabilità ai singoli casi?
CERNY - Loro dicono che abbiamo diversi universali sortali (le essenze) tra i quali sussistono questi rapporti necessari, ma il problema delle istanze di questi universali viene affidato parzialmente anche alla scienza empirica, perché non tutte le espressioni linguistiche si riferiscono a qualcosa di reale. Per me non è una incoerenza della posizione necessitaristica, ma un punto forte: loro dicono che l'indagine ontologica è a priori, ma noi possiamo vedere la realtà e vedere quali universali vengano istanziati.
BERTUZZI - Io ho esposto l'obiezione che Casamonti, che è regolarista, fa: il fatto di poter desumere dalla natura di una cosa tutte le conseguenze è un difetto.
CERNY - Ma non è questo che loro fanno: loro affidano il compito alle scienze empiriche. I termini universali che uso corrispondono a qualcosa di reale? Loro affidano al successo predittivo la risposta.
BERTUZZI - Gli asserti universali li troviamo per induzione. Casamonti dice che i necessitaristi partono da un a priori: esistono leggi universali nella natura. Poi da questo vogliono discendere all'esperienza.
CERNY - Per me non è così. Loro presuppongono la validità universale delle leggi scientifiche. Questa validità va spiegata in termini ontologici, adoperando strutture universali come i termini sortali. Il successo predittivo serve a stabilire quali termini universali si riferiscano a cose reali, prospettive reali: questo dipende dall'indagine scientifica.
BERTUZZI - L'universalità io la posso stabilire a partire dall'esperienza, ma non è sufficiente: sono semplici generalizzazioni. Il problema è introdurre la necessità: il nesso necessario tra il fenomeno ed il suo soggetto (i modi dicendi per se). La necessità è fondata sull'esperienza? La necessità logica può essere trasferita alla realtà indebitamente.
CERNY - Proprio questo vorrebbero evitare in questa scuola.
STIRPE - Noi non inventiamo la legge naturale: dalle osservazioni vediamo che certe cose accadono in un certo modo: i corpi cadono con una certa accelerazione che non inventiamo noi. Così può essere legge che i pianeti descrivono orbite ellittiche. Se noto che tutti i pianeti hanno il nome di divinità pagane, questa invece è solo una constatazione: io potrei dare il nome di mia madre ad un ulteriore pianeta scoperto.
BERTUZZI - La constatazione non è sufficiente: bisogna sapere perché le cose avvengano in quel modo.
STIRPE - Lo scienziato deve avere l'umiltà di riconoscere che non sa perché. Il Mendel non sapeva il perché delle sue leggi: descrisse. Oggi sappiamo il perché.
BERTUZZI - Sapere che un certo fungo è velenoso, è solo descrivere. Finché non si scopre il perché.
PARENTI - Fortini mi saprebbe dire perché la legge di gravitazione funziona in quel modo?
BELARDINELLI - Perché l'accelerazione di gravità è costante per tutti i corpi? Perché la legge di attrazione prevede che la forza sia proporzionale. Dopo uno può chiedere: perché la legge...? E ci si ferma.
DE RISO - Da una constatazione si arriva ad una legge con qualcosa in più che mettiamo noi. Noi ci poniamo anche mentalmente con una regolamentazione che diventa poi una legge. C'è un salto, in fondo. Dopo di questo tutto è più chiaro e definito. Chi ci dice poi che sia così? Non basta un perché per dirci che esiste una legge.
PARENTI - Prima Maria Elina ci ha fatto un esempio: un conto è sapere un perché, un conto è sapere poi il perché dei perché... Aristotele, senza scendere nei dettagli, cercò di arrivare a quella che chiamava "filosofia prima".
CERNY - Il problema non è il perché particolare, inquadrando una legge in una teoria più generale. Il perché che riguarda la legge in quanto tale è il suo carattere nomologico: perché una legge è nomologicamente necessaria? Questo è il problema affrontato dai tre approcci.
BERTUZZI - Io pongo le leggi di natura sul piano di una certezza ipotetica.
STIRPE - La legge di gravità vale finché non vedremo una eccezione.
PARENTI - Una eccezione che non sia un miracolo! In Aristotele, Tommaso d'Aquino, Averroè... la legge esiste tra enti razionali. Si parla invece di necessità e di contingenza come termini relativi a cause prossime anche prive di capacità di intendere e volere. Il mondo volontarista, che rifiutava la visione aristotelica per evitare l'emanazionismo delle creature da Dio, ha voluto ridurre tutta la natura a contingente: è uno dei dogmi di Algazel e di Guglielmo di Ockham. Anche per la morale: Dio potrebbe fare un mondo dove l'ingiustizia è bene e l'onestà è male. In realtà, chiedersi se Dio possa cambiare la morale naturale è come chiedersi se Dio, essendo infinito, ha il braccio lungo come il naso. Ma a questo loro non hanno pensato. Li preoccupava solo la limitazione della libertà e della onnipotenza divina. Io ho l'impressione che, parlando di leggi della natura, noi seguiamo questa impostazione, che è quella che ha prevalso in campo ebraico, cristiano ed islamico. Questo è. almeno, un mio sospetto.
BELARDINELLI - Se fossimo solo un insieme di molecole, tutto sarebbe spiegato dalle leggi fisico-chimiche, come diceva il prof. Stirpe. Non ci sarebbe libertà.
PARENTI - Ma nel momento in cui penso all'insieme delle molecole con le loro leggi, sono già entrato in un modo di vedere le cose che viene da un problema teologico.
BERTUZZI - Credo che sia difficile mettere steccati rigidi nella realtà. Una volta si diceva che la natura non fa dei salti. Non si può parlare di puro determinismo per la natura inorganica e di libertà nel campo dei viventi. Certi animali è difficile dire che sono inconsapevoli, anche se c'è un salto qualitativo tra la coscienza dell'animale e quella dell'uomo. Non c'è un'unica metodologia per tutte le discipline. Ricordo dei fisici che ritenevano che il processo con cui si fa un laser possa servire per spiegare il processo con cui si danno certi fenomeni in una società umana. Potrebbero esserci analogie tra i diversi campi, ma non di più.
PIFFERI - Si usa spesso la statistica, che non tiene conto del fatto che siamo uomini, ad esempio per valutare certi farmaci. Volendo studiare tutti i diversi possibili effetti collaterali, la ricerca diventerebbe troppo costosa.
Le regolarità accertate sono indipendenti dalla nostra osservazione? Si tratta di questo problema?
BERTUZZI - Un idealista ed un realista differiscono per questo: l'idealista pone la regolarità dalla parte della conoscenza.
PARENTI - Un famoso matematico straniero mi fece questo esempio: mi mostrò il pavimento alla veneziana e mi disse: "Vede queste pietruzze? Se sono un matematico sufficientemente bravo , trovo la formula che descrive la loro posizione. Lei sosterrebbe ancora che l'ordine è nella realtà o ammetterebbe che l'ho posto io?". Io non seppi cosa rispondere. Però credo che Kant non sia di questa idea: per lui l'ordine è logico, ma indipendentemente dal mio arbitrio.
BERTUZZI - Per Kant io seguo un determinato processo logico che mi porta, ad esempio, ad ipotizzare l'idea dell'anima. Ma essa è pensabile, non conoscibile. Posso affermare che la conosco solo se corrisponde a qualcosa che in natura si presenta. Le categorie ed il giudizio hanno legittimità se sono riscontrabili nella realtà.
PETERNOLLI - Si racconta che uno presentò a Hegel una penna e gli chiese come poteva dedurre l'esistenza di essa nella sua filosofia. Hegel disse che la sua filosofia aveva ben altre cose di cui occuparsi.