Bologna, 15 marzo 2011



Agli amici degli

Incontri Interdisciplinari



Carissimi,

          ci rivedremo mercoledì 23 marzo, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala rossa”, cui si accede da Via San Domenico 1.

Il nostro incontro affronterà un argomento nuovo, connesso al tema della libertà e del determinismo:

l'opzione fondamentale.

Questa concezione venne introdotta in teologia morale (con un articolo su Lumen vitae, n. 12/1957, Bruxelles) dal gesuita belga Piet Fransen (1913-1983), teologo, professore a Lovanio, in Italia noto per aver partecipato al grande manuale di teologia post-conciliare "Mysteriun salutis" (12 volumi, Queriniana, Brescia). Pur tra varie interpretazioni, la teoria ebbe notevole successo.

Il 6 agosto 1993 Giovanni Paolo II, nell'enciclica Veritatis splendor, condannava una certa concezione di opzione fondamentale, che viene descritta e criticata nei paragrafi 65-70.

Il nostro dibattito partirà dalla lettura dei passi dell'enciclica stessa (facilmente scaricabile da Internet (www.vatican.va), nell'archivio dei Papi. Vi farò io stesso una breve introduzione, chiedendo aiuto ai filosofi e teologi presenti.

Un cordiale arrivederci a presto


Fra Sergio Parenti O.P.





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Breve resoconto dell'Interdisciplinare del 23 marzo 2011

a cura di fra Sergio Parenti O.P.


PARENTI - Quella dell'opzione fondamentale è una teoria che in qualche modo ha a che fare con il problema del libero arbitrio. Fu proposta dal gesuita belga Piet Fransen. Rientra nel lavoro di rinnovamento della teologia, negli anni che seguirono il Vaticano II, con l'uso della filosofia moderna dopo le severe proibizioni dei tempi precedenti: quando si tolgono limiti imposti con severità, facilmente si va ad eccessi opposti. Oggi, quando uso i termini di S. Tommaso, richiamo ancora alla memoria dei lettori i tempi del S. Uffizio.

Per dirlo con franchezza, il problema è soprattutto di morale sessuale. Questo viene dalla sensibilità dei nostri tempi. In altri tempi non c'era questa sensibilità. Se oggi mettessi in una Chiesa delle statue come quelle delle sette Virtù che misero intorno all'Arca di S. Domenico, succederebbe un putiferio. La mania del sesso come unico peccato non viene tanto dall'ambiente cattolico, ma dall'ambiente del nord Europa (pensate al vittorianesimo). L'importante è non cambiare la dottrina morale: la sensibilità cambia. Pensate al prestito del denaro ad interesse! Non è cambiata la morale della Chiesa, è la contestazione che è cambiata. Il Magistero straordinario riflette le contestazioni.

Dice l'enciclica Veritatis splendor: "65. L'interesse, oggi particolarmente acuto, per la libertà induce molti cultori di scienze sia umane che teologiche a sviluppare un'analisi più penetrante della sua natura e dei suoi dinamismi. Giustamente si rileva che la libertà non è solo la scelta per questa o per quest'altra azione particolare; ma è anche, dentro una simile scelta, decisione su di sé e disposizione della propria vita pro o contro il Bene, pro o contro la Verità, in ultima istanza pro o contro Dio. Giustamente si sottolinea l'importanza eminente di alcune scelte, che danno « forma » a tutta la vita morale di un uomo, configurandosi come l'alveo entro cui potranno trovare spazio e sviluppo anche altre scelte quotidiane particolari.".

L'enciclica non nega qualsiasi tipo di opzione fondamentale (si dice infatti in molti sensi: l'enciclica parla ad esempio della scelta fondamentale della fede, di seguire Cristo).

"Alcuni autori, tuttavia, propongono una revisione ben più radicale del rapporto tra persona e atti. Essi parlano di una «libertà fondamentale», più profonda e diversa dalla libertà di scelta [che cosa è? una scelta inconsapevole?], senza la cui considerazione non si potrebbero né comprendere né valutare correttamente gli atti umani. Secondo tali autori, il ruolo chiave nella vita morale sarebbe da attribuire ad una «opzione fondamentale», attuata da quella libertà fondamentale mediante la quale la persona decide globalmente di se stessa, non attraverso una scelta determinata e consapevole a livello riflesso, ma in forma «trascendentale» e «atematica». Gli atti particolari derivanti da questa opzione costituirebbero soltanto dei tentativi parziali e mai risolutivi per esprimerla, sarebbero solamente «segni» o sintomi di essa. Oggetto immediato di questi atti — si dice — non è il Bene assoluto (di fronte al quale si esprimerebbe a livello trascendentale la libertà della persona), ma sono i beni particolari (detti anche «categoriali»). Ora, secondo l'opinione di alcuni teologi, nessuno di questi beni, per loro natura parziali, potrebbe determinare la libertà dell'uomo come persona nella sua totalità, anche se solamente mediante la loro realizzazione o il loro rifiuto l'uomo potrebbe esprimere la propria opzione fondamentale."

Questa realtà che è l'opzione fondamentale è un atto a livello trascendentale: è la condizione di possibilità del volere qualcosa: tante volte abbiamo parlato di questo concetto kantiano. Ricordo quando Giovanni Padovani ci parlava della autocoscienza e della presenza dell'io, che in qualche modo si esibisce a se stesso prima di dire qualche cosa: se non sono presente a me stesso, non ho la capacità di intendere e volere. Questa presenza a se stessi è condizione di possibilità che noi possiamo affermare o negare qualcosa. Così l'essere bidimensionale di uno schermo è condizione di possibilità di tutto ciò che appare su di esso.

FRATTINI - La parola "trascendentale" va intesa in senso kantiano?

PARENTI - Sì. Se non trascendentale nel senso che abbraccia qualsiasi oggetto, almeno di proprietà delle cose in quanto conosciute: forme a priori della conoscenza. Però almeno l'"io penso" abbraccia tutto. Non discuto quindi che ci voglia la presenza a se stessi per giudicare. Ma nella mia consapevolezza riesco a distinguere le proprietà che le cose hanno in se stesse, da quelle che hanno in quanto conosciute: so che conosco in modo astratto, ma non dico che le cose sono in se stesse astratte.

La libertà fondamentale, con l'opzione fondamentale, sarebbe condizione di possibilità della valutazione etica. A livello riflesso io ho un giudizio su quello che sto facendo: ma io devo essere presente a me stesso prima di fare un giudizio. Come si fa a parlare di libertà a questo livello? Lasciamo per ora la domanda. Posto che sia vero tutto ciò, si può dire che: "Gli atti particolari derivanti da questa opzione costituirebbero soltanto dei tentativi parziali e mai risolutivi per esprimerla, sarebbero solamente «segni» o sintomi di essa.". L'opzione fondamentale riguarda il Bene in assoluto, i beni particolari sono quelli sui quali facciamo enunciazioni, affermazioni (predicare in greco si dice categorein): li chiamiamo "categoriali". Questi beni non possono dunque determinare la libertà dell'uomo in quanto persona. Se il peccato mortale è legato al rifiuto di Dio in questa globalità, voi capite che se uno tradisce la moglie una sera, oppure si masturba, oppure fa un furtarello: questi sarebbero atti particolari che non cambiano l'opzione di fondo. Prosegue infatti l'enciclica:

"Si giunge così ad introdurre una distinzione tra l'opzione fondamentale e le scelte deliberate di un comportamento concreto, una distinzione che in alcuni autori assume la forma di una dissociazione, allorché essi riservano espressamente il «bene» e il «male» morale alla dimensione trascendentale propria dell'opzione fondamentale, qualificando come «giuste» o «sbagliate» le scelte di particolari comportamenti «intramondani», riguardanti cioè le relazioni dell'uomo con se stesso, con gli altri e con il mondo delle cose. Sembra così delinearsi all'interno dell'agire umano una scissione tra due livelli di moralità: l'ordine del bene e del male, dipendente dalla volontà, da una parte, e i comportamenti determinati, dall'altra, i quali vengono giudicati come moralmente giusti o sbagliati solo in dipendenza da un calcolo tecnico della proporzione tra beni e mali « premorali » o « fisici », che effettivamente seguono all'azione. E ciò fino al punto che un comportamento concreto, anche liberamente scelto, viene considerato come un processo semplicemente fisico, e non secondo i criteri propri di un atto umano. L'esito al quale si giunge è di riservare la qualifica propriamente morale della persona all'opzione fondamentale, sottraendola in tutto o in parte alla scelta degli atti particolari, dei comportamenti concreti.".

L'enciclica non dice chi siano questi autori. Vi ho citato il Fransen perché è lui stesso a dire di aver introdotto questa teoria. Si cita il Rahner, che indubbiamente ha posto delle premesse, ma non sono sicuro che la sostenga. Kant aveva introdotto le forme a priori della conoscenza (le leggi dell'apparire) per contrastare lo scetticismo di Hume, per salvare una oggettività che valesse per tutti. Qui si vengono a mettere come trascendentali delle scelte che sono diverse e che possono cambiare. Per me, Kant si rivolta nella tomba.

L'opzione fondamentale ha conquistato molti sacerdoti, anche molto dotti. Un mio confratello, sant'uomo e moralmente rigoroso, mi diceva: "Se non ammettiamo l'opzione fondamentale, mettiamo tutti all'inferno".

FORTINI - Quel prete lì aveva ragione!

PARENTI - In pratica, i peccati mortali vengono ridotti a peccati veniali. Prosegue l'enciclica:

"70. L'Esortazione apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia ha ribadito l'importanza e la permanente attualità della distinzione tra peccati mortali e veniali, secondo la tradizione della Chiesa. E il Sinodo dei Vescovi del 1983, da cui è scaturita tale Esortazione, «non soltanto ha riaffermato quanto è stato proclamato dal Concilio Tridentino sull'esistenza e la natura dei peccati mortali e veniali, ma ha voluto ricordare che è peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso».

Il pronunciamento del Concilio di Trento non considera soltanto la «materia grave» del peccato mortale, ma ricorda anche, come sua necessaria condizione, «la piena avvertenza e il deliberato consenso». Del resto, sia nella teologia morale che nella pratica pastorale, sono ben conosciuti i casi nei quali un atto grave, a motivo della sua materia, non costituisce peccato mortale a motivo della non piena avvertenza o del non deliberato consenso di colui che lo compie. D'altra parte, «si dovrà evitare di ridurre il peccato mortale ad un atto di "opzione fondamentale" — come oggi si suol dire — contro Dio», concepito sia come esplicito e formale disprezzo di Dio e del prossimo sia come implicito e non riflesso rifiuto dell'amore. «Si ha, infatti, peccato mortale anche quando l'uomo, sapendo e volendo, per qualsiasi ragione sceglie qualcosa di gravemente disordinato. In effetti, in una tale scelta è già contenuto un disprezzo del precetto divino, un rifiuto dell'amore di Dio verso l'umanità e tutta la creazione: l'uomo allontana se stesso da Dio e perde la carità. L'orientamento fondamentale, quindi, può essere radicalmente modificato da atti particolari. Senza dubbio si possono dare situazioni molto complesse e oscure sotto l'aspetto psicologico, che influiscono sulla imputabilità soggettiva del peccatore. Ma dalla considerazione della sfera psicologica non si può passare alla costituzione di una categoria teologica, quale appunto l' "opzione fondamentale", intendendola in modo tale che, sul piano oggettivo, cambi o metta in dubbio la concezione tradizionale di peccato mortale».

In tal modo la dissociazione tra opzione fondamentale e scelte deliberate di comportamenti determinati — disordinati in se stessi o nelle circostanze — che non la metterebbero in causa, comporta il misconoscimento della dottrina cattolica sul peccato mortale: «Con tutta la tradizione della Chiesa noi chiamiamo peccato mortale questo atto, per il quale un uomo, con libertà e consapevolezza, rifiuta Dio, la sua legge, l'alleanza di amore che Dio gli propone, preferendo volgersi a se stesso, a qualche realtà creata e finita, a qualcosa di contrario al volere divino (conversio ad creaturam). Il che può avvenire in modo diretto e formale, come nei peccati di idolatria, di apostasia, di ateismo; o in modo equivalente, come in tutte le disubbidienze ai comandamenti di Dio in materia grave».

L'opzione fondamentale è stata intesa anche in altri modi: ad esempio Häring privilegia la libertà interiore psicologica secondo Erikson.

FORTINI - Mia madre raccontava questa barzelletta: un uomo andò a confessarsi: "Ho rubato una tacchina, anzi, faccia ben due (così ne vado a rubare un'altra)!".

PARENTI - Come quello che, avendo fatto in montagna una stradella non autorizzata, si vide multare per due stradelle; alla protesta che la seconda non l'aveva mai fatta, si sentì dire di farla, perché serviva anche a chi gli faceva la contravvenzione... Ma questa mentalità giuridica non è quella della morale cristiana. Una certa mentalità giuridica è entrata nella prassi cristiana perché chi si preparava al sacerdozio si limitava a studiare il manuale del confessore, che è di taglio giuridico, trascurando la morale vera e propria fondata sulle virtù.

Il fascino dell'opzione fondamentale è, per il confessore, che sembra spiegare la differenza tra chi, pur sbagliando, viene a confessarsi spesso delle stesse colpe, e chi invece ha un atteggiamento diverso, di rifiuto della morale.

Ovviamente ci sono problemi psicologici. Poi, un conto è la virtù umana infusa, per cui siamo "tralci della vite", e un conto è la virtù umana in quanto acquisita: quest'ultima non la si perde per una sola trasgressione. Però, staccandomi dal Signore con una decisione, io perdo da vita divina; può restare solo la bontà meramente umana.

C'è anche il fatto che un sacerdote resta ligio, ad esempio all'Humanae vitae, mentre un altro dice che non c'è bisogno di andare a confessarsi... Il penitente deve imparare a prendersi la sua responsabilità, senza delegarla al sacerdote.

DE RISO - Vi è anche chi dice che l'Eucaristia è sufficiente a cancellare il peccato: per il fedele resta un rappresentante della Chiesa. Inoltre uno può fare del male anche se sostiene di essere innocente nelle sue intenzioni.

STIRPE - Manca chiarezza, tra i preti. Poi, non è detto che quando pecco voglia mettermi contro Dio.

FRATTINI - Gli adolescenti, nella loro tempesta ormonale, non pensano di voler offendere Dio.

DE RISO - Però questo non autorizza a dire che non c'è nulla di male. Uno sbaglio non ti dà la forza di smettere, poi. Come avviene ad esempio nel bere. Ci vuole anche un discorso di sapersi dire dei no. Non cresciamo con i sì, ma con i no. Ci vuole una capacità di purificazione di se stessi e non solo di assecondare la nostra natura. Senza per questo colpevolizzare.

FRATTINI - Questo discorso è molto valido. Sul piano formativo e personale. Ma col fatto di offendere Dio che cos'ha a vedere?

PARENTI - La maggior parte della gente che si confessa di bestemmiare, se gli chiedi se l'ha fatto di proposito (piena avvertenza e deliberato consenso), ti risponde di no. Uno si confessa in base a ciò che gli dà senso di colpa.

DE RISO - Ci sono anche fatti di cultura. In ambiente protestante è importantissimo non andare a dormire senza esserci rappacificati con quelli con cui abbiamo litigato. Dio è buono, ma non vuol dire che tutti allora possano fare tutto.

FRATTINI - C'è anche il discorso del male minore, piuttosto di un male grave.

PETERNOLLI - Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu. Non si può fare il male per avere un bene.

PARENTI - L'opzione fondamentale ha alle spalle un discorso del trascendentale che è troppo semplice, come pure quello della conoscenza per rappresentazione. Perché possono esserci entrambi gli aspetti: a volte mi faccio un modello, a volte conosco direttamente. Tutto andrebbe rivisto. La "scelta" del fine ultimo in concreto potrebbe spiegare molte cose per le quali si invoca l'opzione trascendentale.

Pico della Mirandola afferma che Dio non ha dato all'uomo una natura determinata, ma una indeterminatezza, che dunque è la sua propria natura, e che si regola in base alla volontà, cioè all'arbitrio dell'uomo, che conduce tale indeterminatezza dove vuole (Oratio de hominis dignitate). Anche oggi teologi come Vidal e Angelini ritengono che la morale naturale dell'uomo, secondo S. Tommaso, sia la visione stoica: tu devi eseguire e basta quello che è scritto nella natura. La natura oggi, nella nostra cultura, non c'è più.

PETERNOLLI - L'uomo moralmente autosufficiente è in fondo il peccato originale.

PARENTI - Per i neoplatonici l'uomo deve liberarsi dal corpo. L'umanesimo si inclinò in questo senso. Però Pico della Mirandola, per influsso del Savonarola, cambiò alla fine. In sostanza, con l'umanesimo, il volontarismo vince l'essenzialismo, il platonismo vince l'aristotelismo, anche sul piano scientifico (il Bessarione che porta a Padova il Regiomontano...).

Sartre (L'esistenzialismo è un umanesimo, Mursia, Milano 1968, pp. 34-44) dice che ci deve essere un essere dove l'esistenza preceda l'essenza, per poterla costituire lui: questa è la realtà umana, come dice anche Heidegger. L'uomo non ha definizione all'inizio: sarà quale si sarà fatto. Non c'è una natura umana perché non c'è un Dio che la concepisca. L'uomo è quale si vuole. Ha una dignità più grande di una pietra o un tavolo. L'uomo è un progetto che vive per se stesso soggettivamente. Non quello che vorrà essere con una decisione cosciente, posteriore: devi essere prima di diventare cosciente, per farti quello che vuoi. Io posso voler scrivere un libro, sposarmi: tutto ciò non è che la manifestazione di una scelta più originaria, più spontanea di ciò che si chiama volontà. Ma se veramente l'esistenza precede l'essenza, l'uomo è responsabile di quello che è. E questa responsabilità ricade su tutti gli uomini: ciascuno di noi si sceglie, ma scegliendoci, lo facciamo come pensiamo debba essere ogni uomo. Nulla può essere bene per noi senza esserlo per tutti...

Il P. Muschalek (Certitude de foi et liberté, Desclée, Paris 1972) dice che Kant ha sbagliato: i filosofi non vanno d'accordo, ma non perché vanno al di là dei limiti della ragione; essi non possono mettere d'accordo gli altri perché la conoscenza profonda di Dio e del mondo si identifica con una decisione profonda, che implica la conoscenza: essere materialisti o metafisici è una opzione.

DE RISO - Diventa un prevalere dell'amore, ma senza responsabilità.

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