Bologna, 13 dicembre 2011


Agli amici degli

Incontri Interdisciplinari


Carissimi,

ci rivedremo mercoledì 21 dicembre, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua "sala rossa", cui si accede da Via San Domenico 1.

Proseguiremo il dibattito della volta scorsa sulle possibilità di scoprire una finalità in natura, distinguendo la finalità come progetto dalla finalità naturale.

Colgo l'occasione per augurarvi, insieme a P. Giovanni Bertuzzi, un Santo Natale ed un sereno anno nuovo.



Un cordiale arrivederci a presto

                            Fra Sergio Parenti O.P.





Breve resoconto dell'Interdisciplinare del 21 dicembre 2011

a cura di fra Sergio Parenti O.P.



PARENTI - La volta scorsa mi sono chiesto quali fondamenti di etica vi siano quando io equiparo le forme naturali a forme artificiali. Indubbiamente posso parlare di fondamenti dell'etica, ad esempio verso Dio e verso il prossimo. Ma tutto si ferma lì. Se invece ammetto che io conosco le cose dal loro interagire, per cui se un'operazione non raggiunge il suo oggetto resta frustrata, allora posso trovare nella natura delle cose i fondamenti di una morale naturale. Oggi essa è del tutto incomprensibile, perché un pezzo di ferro non ha alcun ordine a ciò che ne fa l'artigiano.

L'origine di questa nostra mentalità è teologica, come ho spiegato. Di conseguenza, la scienza non può dire molto sui fondamenti dell'etica.

FRATTINI - I filosofi greci ipotizzavano un'etica senza bisogno di ricorrere a Dio, ma cercando la felicità.

PARENTI - E la felicità dove la trovo? Nel raggiungimento del termine delle mie capacità operative e dell'ordine che devono avere tra loro.

STIRPE - Io vedo un fondamento in un patto. Io non rubo perché non voglio che gli altri rubino a me. Allora ci mettiano d'accordo...

PARENTI - Io ho gli occhi per vedere, e se non ci vedo sono cieco. Ho una testa per ragionare, e se non la voglio usare per guidare il mio agire io frustro volontariamente il mio agire.

SARTI - Dallaporta guardava il Principio antropico in un quadro filosofico di tipo platonico. Si può cercare di vedere tutto lo sviluppo della natura fino alla comparsa dell'uomo come la realizzazione progressiva di un archetipo. Il discorso della morale naturale si innesta in questo. La qualità morale dell'atto viene dall'essere consono o dal contrastare questo processo.

PARENTI - Gli stoici mettevano nelle cose delle rationes seminales: principi che guidavano lo sviluppo di ogni cosa. Qualcuno le intendeva come anime delle cose. Non è chiara la loro posizione, ma era una posizione che poteva essere intermedia rispetto a chi pone tutto nel Demiurgo. S. Agostino sostenne che le rationes seminales sono le idee presenti in Dio. Gli archetipi non sono allora entità intermedie tra Dio e l'uomo, nemmeno sono le anime delle cose, per cui tutto sarebbe vivo (magari pensando all'anima come una sorta di energia materiale: gli stoici erano materialisti). Qualcuno nel medioevo parlava di natura naturans (come c'è il numerus numerans). Ma c'è qualcosa di mistico in queste concezioni.

Invece, partendo da un modo di esistere tale da avere determinate capacità operative, di cui si cerca di evitare la frustrazione, ho un punto di vista molto più "laico".

SARTI - Da questo punto di vista come si definiscono le leggi fondamentali della materia e dell'energia? Ed il ruolo delle costanti universali?

PARENTI - Un disegno in Dio c'è indubbiamente. Il mio realizzare i miei talenti nel modo migliore viene a coincidere con il mio partecipare alla realizzazione del progetto che ha in mente Dio.

JULVE - Progetto noto dalla rivelazione.

PARENTI - No! noto da quello che so. S. Paolo dice che il pagano, senza la rivelazione, coglie la morale naturale. Se invece ci fosse solo un progetto arbitrario su una natura che non ha un ordine, allora sarebbe conoscibile solo per rivelazione.

SARTI - I talenti possono essere chiamati talenti solo in quanto in armonia con l'ordine naturale, non se li consideri come un fatto "personale".

PARENTI - Io ho una capacità di agire, e non la uso o la uso male... per capire che se perdo la vista perdo qualcosa, non ho bisogno di rifarmi all'esistenza di Dio. Anche l'ateo più materialista del mondo mi viene a dire che devo stare a dieta: e questo è un discorso morale. Allora egli si contraddice? Diciamo che si ferma allo star bene fisico, perché al di là di quello non vuol considerare altro. Però, di fatto, in quel momento mi dà ragione.

JULVE - Anche la legge naturale ci dice che cosa sia giusto, come dice S. Paolo. Ma per molti comportamenti dell'uomo, per me, senza la rivelazione, l'uomo può arrivare a cose tremende. La legge naturale porta anche al fatto che il pesce più grande mangia quello più piccolo.

FRATTINI - Questa non è la legge naturale. La conservazione di se stesso e della specie è tendenza naturale, e da qui viene il non rubare o il non uccidere.

PARENTI - Lévi-Strauss disse che la monogamia non può appartenere alla legge morale naturale perché ci sono troppi esempi di società che ammettono la poligamia. Ma un conto è la legge come in chi è guidato e ordinato da una legge, per cui c'è la legge di gravità...; ma questo non è il senso di legge morale, altrimenti dovremmo dire che il furto è una legge naturale, visto che tutti o quasi rubano. Un conto è invece la legge in quanto io sono legiferante, per quella intelligenza che Dio mi ha dato per capire qual è il mio bene. La rivelazione mi dice che tutti hanno peccato: questo non vuol dire che il bene sia peccare.

Nel prendere le mie decisioni so come fare, per fare del mio meglio: cioè non scegliendo la parte che so essere peggiore, cioè agendo contro coscienza. Il primo criterio è questo, ed il criterio remoto è che, così facendo, rientro nel progetto divino. Ma i due criteri si equivalgono, al punto che la coscienza invincibilmente erronea obbliga.

STIRPE - Il pesce più grosso mangia il pesce più piccolo. L'uomo però ha la ragione: io non posso uccidere il più debole, perché io potrei incontrare uno più forte di me, ed è quindi meglio metterci d'accordo per non ucciderci a vicenda.

SARTI - Il discorso classico dell'etologia animale e dell'armonia che regge la coesistenza delle specie ha meccanismi che prevedono anche il fatto che il più forte mangi il più debole. Allo stesso modo, nel comportamento degli uomini occorre cercare di capire qual è l'armonia della vita umana, per la quale non si fanno certe cose non per il patto, ma perché ciò non entra in questo quadro di armonia che disegna lo sviluppo, anche politico e morale, della specie umana. Il contratto sociale è solo la codificazione, a livello più basso, di una struttura del nostro universo nella quale le cose si collocano nel posto giusto. Ma questa struttura è molto difficile da individuare. Qual è il posto giusto? Il nazional socialismo stabiliva che si possono sopprimere le razze inferiori: la legge in se era coerentissima, ma a partire da premesse sbagliate.

JULVE - Chi detta questi principi? Io dico che devono venire da fuori.

SARTI - Questa è la domanda centrale. Quali sono le radici delle nostre certezze? Dobbiamo chiedercelo verificando e falsificando. La rivelazione ci aiuta, ma non ci de-responsabilizza. La luce va cercata nell'ordine delle cose (che sappiamo poi essere creato), anche prescindendo dalla nostra storia di fede. Solo che, prescindendo, diventa molto più difficile.

FRATTINI - L'armonia porta all'esterno, a Dio, come principio da cui dipende. L'importante però è cogliere gli archetipi (ad esempio: il pesce più grande mangia il più piccolo, ma di un'altra specie, perché tutte le specie tendono a conservarsi), altrimenti si sbaglia.

BELARDINELLI - Gli archetipi sono quelli che dicono che cosa è giusto o sbagliato?

FRATTINI - No. Sono quello su cui si basa tutto un ragionamento. Hitler aveva archetipi sbagliati, ma a partire da essi aveva tratto logicamente le conseguenze.

JULVE - Proporre archetipi significa proporre qualcosa di trascendente, senza chiamarla ancora Dio.

FRATTINI - Ma come coglierli, se sono di un ordine soprannaturale? Dovrebbe esserci qualcosa di soprannaturale in noi.

PARENTI - S. Agostino, correggendo i neoplatonici, mise in Dio quelle che per loro erano entità intermedie tra Dio e l'uomo, per cui l'uomo doveva cercare in queste entità intermedie la sua realizzazione. Noi non abbiamo una conoscenza razionale degli angeli. Noi arriviamo solo all'esistenza di Dio. E Dio, nel farci esistere, è senza intermediari. Gli altri, se partecipano, sono solo come i genitori: sono come l'interruttore, non come la corrente elettrica che accende. Sono cause fiendi; solo Dio è causa essendi. Se invece io penso le forme naturali alla stregua di quelle artificiali, penso, nel mio piccolo, di poter fare le stesse cose che Dio fa nel suo grande. Galileo pensava di partecipare alla stessa scienza di Dio, se la natura è un libro scritto in linguaggio matematico. Laplace, parlando della mente infinita, la distingue dalla nostra solo quantitativamente.

FRATTINI - C'è chi va anche oltre. Piaget distingueva mente e cervello, oggi invece alcuni li identificano tranquillamente. Ma molti dissentono. Davanti ad un dilemma, posso prenderne una parte e porla come ipotesi, e poi trarre le conseguenze. Ma questo non giustifica il trascurare l'altro "corno" del dilemma. C'è troppa fretta di trarre conclusioni.

JULVE - Così si riduce tutto ad una macchina.

FRATTINI - Se riduco tutto a qualcosa che io posso controllare, ho raggiunto la stessa conoscenza di Dio. Alla fine del '800 c'era chi diceva che ormai non c'era più nulla da scoprire...

STIRPE - Newton non era d'accordo. Ha una pagina molto bella in proposito.

JULVE - Ci vorrebbe una sorta di teorema di incompletezza di Gödel anche per le costruzioni etiche puramente umane: ci vuole sempre qualcosa di nuovo ed esterno.

SARTI - Hofstadter ha scritto qualcosa del genere, in "Gödel, Escher, Bach".

PARENTI - Quando uno scopre un progetto, lo "scopre" perché non l'ha fatto lui. Quando io guardo la mia natura, che solo Dio mi può dare (e nessun'altra causa mi può dare), scopro anche il valore dei miei talenti. Io scopro il progetto di un altro. Quando il Catechismo della Chiesa Cattolica mi ribadisce che la legge morale naturale non è un insieme di idee innate, ma è frutto del dono della ragione, ed è partecipazione al governo di Dio sul creato, vuol dire che Dio mi dà la ragione perché io possa collaborare attivamente al suo governo. Poi io posso mettere i bastoni tra le ruote, mi sento uguale a Dio e mi ribello... In Dio c'è il progetto, ma noi non lo capiamo come è in Lui: Dio vede tutto nel Figlio, e tutte le diversità sono solo da parte nostra... Ma qui andiamo sul difficile. Però anche i pagani arrivavano a capire questa teologia negativa: Proclo, ad esempio. Anche se l'Impero Romano promuoveva queste teologie razionali (fondate su Aristotele per la logica, su Platone per la teologia) nell'intento di contrastare il diffondersi del cristianesimo, i cristiani sfruttarono la ricerca di questi pensatori. Anche Porfirio, nemico acerrimo del cristianesimo, è stato usato moltissimo.