Bologna, 14 marzo 2012


Agli amici degli

Incontri Interdisciplinari



Carissimi,

ci rivedremo giovedì 22 marzo, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua "sala rossa", cui si accede da Via San Domenico 1.

Proseguiremo il dibattito a proposito della scienza e dei fondamenti dell'etica, animato la volta scorsa dal prof. Pier Ugo Calzolari.

A ciascuno di noi il compito di portare idee e suggerimenti.

Un cordiale arrivederci a presto



                                               Fra Sergio Parenti O.P.



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Breve resoconto dell'Incontro Interdisciplinare del 22 marzo 2012

a cura di fra Sergio Parenti O.P.



PIFFERI - Guardando i resoconti precedenti (la volta scorsa ero assente) vedevo, sul tema di scienza ed etica, che il compito dello scienziato consiste nell'evidenziare un ordine. Il sistema vegetale, dove la fitochimica ha un ruolo fondamentale, al di là dello sviluppo e della conservazione della specie, mostra delle funzionalità. Per esempio: la cellulosa non assorbe i pesticidi che si possono trovare nel vino; se modificate la cellulosa, è automatica la cattura dei pesticidi: c'è una funzionalità. La patata cresce al buio, con una certa concentrazione di glicoalcaloidi. Quando il tubero deve conservarsi per la riproduzione, esposto alla luce incrementa il contenuto di glocoalcaloidi, quasi fosse conscio di un pericolo. Il Neem sintentizza un limonoide che uccide gli insetti che si avvicinano, o toglie loro la voglia di mangiare. La muffa grigia della vite determina la produzione di resveratrolo come risposta. La soia blocca l'attacco di alcuni parassiti con un enzima, la chitinasi, che produce in una ventina di minuti. La funzionalità ha a che vedere con la finalità? Almeno è volta al raggiungimento di una certa funzione. Mi sembra che non sia impossibile trovare una funzionalità che forse può, dal punto di vista filosofico, essere collegata ad una finalità.

CALZOLARI - Non c'è dubbio che i sistemi vegetali sviluppino reazioni di difesa. Ma dall'osservazione di queste finalità nessuno, in ambito scientifico, può dedurre altro che la constatazione che queste finalità esistono. Usando gli strumenti razionali della scienza non si può dedurre altro che questo. La scienza non percepisce un disegno. Se uno cerca di farlo, usa argomentazioni non scientifiche. La mia riflessione della volta scorsa sulla responsabilità della scienza era collegata al tema dell'etica della scienza, del futuro della scienza, del rapporto tra scienza e società. Molti epistemologi cercano un fondamento solido, per le riflessioni etiche, sulle azioni della scienza. Una parte prevalente degli scienziati rifiutano ciò. L'attenzione alle questioni etiche sollevate dal lavoro degli scienziati, nel loro ambiente, è inferiore all'attenzione alla ricerca conoscitiva. Il dibattito contemporaneo si sviluppa a valle del divorzio fra sapere scientifico e sapere filosofico. La scienza galileiana si pone come unico possibile strumento di conoscenza del reale e tende con insistenza a sostituirsi alla metafisica. La debilitazione della metafisica ha origini antiche, fin da Duns Scoto.

Il distacco tra scienza e filosofia si è consumato e oggi appare difficilmente rimarginabile. L'etica della scienza, secondo gli esponenti di questa corrente (che sono gente di scienza), va costruita all'interno dei parametri scientifici. L'uomo di scienza non desidera avventurarsi al di là del recinto che conosce bene. L'altra posizione (ad esempio Evandro Agazzi) sostiene che occorre fare ogni sforzo per ricondurre il rapporto tra scienza, etica e filosofia all'interno dell'unico discorso sull'agire dell'umano.

Vediamo la prima posizione: l'etica costruita tutta all'interno del recinto della scienza. Questo deve accadere, perché tutte le certezze scientifiche devono essere costruite in questo modo. Monod dice che il sommo bene nell'etica della conoscenza non è la felicità degli uomini (contro gli utilitaristi), ma la pura conoscenza oggettiva. Da questo dobbiamo trarre tutte le implicazioni morali, politiche e sociali. Di fatto, la scienza ha ricreato il mondo: allora è l'unica che può interpretarlo. Questa posizione estremizza la responsabilità dello scienziato, che diventa tremenda. Popper dice che solo gli scienziati possono giudicare le implicazioni delle loro scoperte; il laico e il politico non ne sanno abbastanza. Questo disgrega ogni ipotesi teologica, metafisica e mitica: gli autentici valori umani possono nascere soltanto dal lavoro della scienza. Posizione durissima, isolazionista, contro la quale reagisce Edgard Morin, che dice che la responsabilità è una concezione umanistica ed etica, che non riveste alcun senso se non per un soggetto cosciente. Nella versione classica, la scienza separa per principio fatto e valore. La sua oggettività richiede l'eliminazione del soggetto nel processo di acquisizione della conoscenza, ignorando alcuni sviluppi fondamentali, ad esempio di Heisenberg, per il quale chi osserva inquina fatalmente l'esperimento. Ma, per la corrente di Monod, il ricercatore è irresponsabile per principio, all'interno del recinto della scienza.

La corrente di Morin afferma invece che l'etica è anzitutto una questione umanistica. La scienza è, ammettiamolo pure, la principale attività dell'uomo, ma non è l'unica. E le attività dell'uomo si influenzano reciprocamente. Si cerca un paradigma che si applichi alla complessità del mondo: interviene qualcosa che è all'esterno del recinto della scienza; nel confronto di queste due realtà è possibile individuare le finalità e le stesse scelte degli indirizzi di ricerca. La scienza è neutrale purché ci si limiti a considerare la sua attività primaria, quella rivolta all'acquisizione di nuove conoscenze. Ma quando si devono comunicare i risultati, anche solo all'interno delle comunità scientifiche, allora si passa ad un altro strato, dove sono talora decisive le influenze del mondo esterno. Di per sé la scienza non è portatrice di un valore particolare che non sia la conoscenza del vero. Qui non ci sono vincoli. Ben diverso è quando si passa allo strato superiore dell'attività scientifica. Morin e Agazzi affermano che il sistema scientifico non è chiuso, anzi deve essere un sistema aperto ed "adattivo", cioè un sistema capace di modificare il suo assetto interno in relazione alle nuove condizioni di contorno. Questo sistema è permeabile ai movimenti della società che contribuisce a costituire, ed i valori morali rientrano in questa interazione.

Mettiamoci in questa posizione: come si costruiscono i valori? Ci sono rinunce da parte della scienza e della società, dei sacrifici. Quali sacrifici sono leciti per raggiungere un'armonia? Come è possibile concepire l'adattività del sistema scientifico in presenza della rivendicazione, da parte di qualche componente della società, di valori assoluti e non rinunciabili, che non consentono sacrifici?

Il problema, a mio modo di vedere, non ha visto alcuna soluzione. Si sta affermando però la consapevolezza che il confronto dialettico va portato avanti, anche se non ci si deve illudere che porti ad individuare criteri comuni.

PARENTI - La nostra intelligenza ci rende capaci di ordinare il nostro agire. Ha una funzione speculativa ed una pratica. La funzione speculativa ha come suo bene il conoscere. La comunicazione della scienza comporta altri problemi. La ragione pratica è sempre la stessa ragione. Essa si divide in etica e tecnica. Aristotele faceva notare una differenza: l'errore in buona fede non toglie la sapienza etica, ma toglie la sapienza tecnica (il medico che sbaglia in buona fede non è un bravo medico). La nostra cultura è radicalizzata. La filosofia, la metafisica in particolare, era la scienza dei fondamenti. Noi l'abbiamo ridotta ad un genere letterario: le scienze sono da un'altra parte. Questo è servito al progresso della scienza, in quanto Galileo si è tolto dai piedi l'Inquisizione (il caso Galileo è roba da ridere: S. Roberto Bellarmino non gli avrebbe mai detto di insegnare la sua teoria come ipotesi, se l'avesse considerata eretica!). La filosofia invece ha imboccato un binario parallelo, fondato sull'autocoscienza, lasciando l'osservazione diretta delle cose al metodo sperimentale. Inoltre si è ridotto tutto ad artefatto: divino o, nel nostro piccolo, umano. Ma se io so ricostruire una cosa ho la stessa conoscenza di Dio (sapere è poter costruire). Non c'è più consapevolezza che qualsiasi forma sostanziale viene immediatamente e solo da Dio. Noi, invece, possiamo solo eseguire delle ricette, ricostruendo le condizioni in cui in natura viene generato, ad esempio, il sale. Possiamo anche essere come il genitore, che è come l'interruttore, ma non è la corrente che accende la lampadina.

CALZOLARI - Trasformare il piombo in oro è possibile, anche se troppo costoso.

PARENTI - Ma creando le condizioni in cui in natura si genera una certa cosa. Io chiamo artificiali i diamanti che produco portando il carbonio ad una certa temperatura e pressione. Ma il pastore che mette il montone e la pecora nello stesso stallo, non chiama poi artificiale l'agnellino che nasce. Noi dobbiamo rispettare la ricetta: non è come la forma artificiale che diamo noi in molti modi diversi. Noi siamo causa del trasformarsi delle cose, non dell'esser tali delle cose, che resta un mistero. Riducendo tutto ad artefatto, per motivi di dispute teologiche, tutto questo discorso è caduto.

Tornando alla distinzione tra ragione speculativa e pratica, le separiamo. Se poi uso la logica (tecnica) dei sistemi operativi in morale, ne viene un'etica utilitaristica dove è lecito mentire se il risultato è buono.

Resta vero che, se non separo la filosofia dalla scienza, non è così infondato il dire che in natura c'è una causalità finale: io capisco quale sia il mio bene dalla mia natura, e vedo che sono ordinato ad ordinarmi al mio bene. Devo fare il legislatore di me stesso. Così partecipo all'opera di Dio. Monod rifiuta la causalità finale, perché identifica le forme naturali con forme artificiali (che in natura sono fatte da Dio). Con un pezzo di ferro posso fare cose diverse (una vite, un coltello). Se l'artefatto viene male, non è frustrato il materiale, ma solo l'azione dell'artefice. Nel materiale dell'artefatto non vi è alcun ordine ad una forma anziché ad un'altra. Non vi è dunque frustrazione e nemmeno fondamento per una finalità naturale. Però occorre poi ammettere un materiale primordiale... il che porta a difficoltà insolubili. In pratica resta solo la posizione volontarista: la morale è solo obbedienza. Ockham dice che Dio potrebbe fare un mondo dove rubare è bene ed essere onesti è male. Noi siamo cresciuti in questa visione.

La scienza però sta riscoprendo la causalità finale. Si parla di informazione. Erasmo Marrè, biologo, citando molti altri scienziati, lo diceva all'Accademia dei Lincei. Ci sono sistemi capaci di ricostruire un ordine: riaffiora il concetto di natura per la capacità di agire che può essere frustrata. Come diceva Aristotele.

Ogni cosa è frustrabile per rapporto alla propria natura. Il mio bene, nell'ordinare il mio agire, ha l'aspetto propriamente morale che non ha un animale, ma di fine si parla in entrambi i casi.

BERTUZZI - Ho ricavato una distinzione un po' diversa nel rapporto tra la scienza e l'aspetto etico della prudenza. L'arte ha una finalità ed una responsabilità nel sapere come si deve fare bene una cosa. Invece l'aspetto etico dell'uomo (artista compreso) è volere il proprio bene. Lo scienziato che non costruisce bene un'arma sbaglia come scienziato, ma se la costruisce bene e poi ne fa un uso cattivo, sbaglia come uomo. La responsabilità etica è nel volere il bene nell'agire, la responsabilità tecnica è nel saper fare.

PIFFERI - Sono rimasto abbastanza persuaso da quello che ha detto P. Bertuzzi. Concordo anche con il Prof. Calzolari. Resta il fatto che la ricerca privata, in alcuni settori, è del tutto prevalente. Anche in chimica, in funzione della preponderanza economica, si rischia di non riuscire a pubblicare in alcuni giornali, perché ci sono delle lobbies. C'è anche la chimica di guerra, di cui non si parla. C'è il problema della moralità dei brevetti. C'è il problema del rischio di un farmaco, che sembra minimo, ad esempio dello 0,18%; ma su milioni di scatole prodotte cosa diventa?

ANTONIONI - C'è il problema della colpa. Il tribunale deve distinguere il lato morale e quello tecnico, ma le due cose non si possono separare facilmente.

PARENTI - La competenza tecnica però resta diversa dalla colpevolezza morale. L'omicidio colposo non è una colpa. Devo riparare il danno fatto, ma può non esserci colpa morale, nemmeno per negligenza.

CALZOLARI - La questione fondamentale è quella del rapporto tra diritto ed etica. Kant le contrappone: l'etica è retta dal principio della libertà, il diritto dal principio della costrizione. Prima vanno risolti i problemi etici, identificando valori e criteri, poi si costruisce il diritto.

PARENTI - S.Tommaso distingue anche lui, però il discorso della legge e dell'obbedienza rientra nell'etica. La legge può avere delle eccezioni, la legge ingiusta non è più una legge. Ma non le contrappone. Kant parte da un contesto diverso. La legge per lui viene da una imposizione dal di fuori. Per Tommaso questo accade solo per chi ha una volontà malvagia. Io volevo distinguere il danno che devo riparare anche se non avevo alcuna intenzione, nemmeno per negligenza, dal danno colpevole. La parola "colposo" viene usata in senso diverso.

RUBINO - Per parlare di colpa morale si deve presupporre la libertà. La mente emotiva non va trascurata rispetto a quella razionale.