Bologna, 15 novembre 2011
Agli amici degli
Incontri Interdisciplinari
Carissimi,
Ci rivedremo mercoledì 23 novembre, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterì nella sua "sala rossa", cui si accede da Via San Domenico 1.
La volta scorsa abbiamo scelto l'argomento della nostra ricerca per il XXXII anno dei nostri incontri: "Scienza e fondamenti dell'etica".
La scelta potrebbe essere senza senso, qualora il fondamento dell'etica fosse unicamente la libera decisione e l'espressione di una volontà arbitraria, divina o umana, e qualora il "postulato di oggettività" di Monod avesse valore assoluto.
Inizieremo pertanto col riflettere sulle possibilità di scoprire una finalità in natura.
"L'argomento del progetto"
è il tema del secondo capitolo de Il principio antropico, di John D. Barrow e Frank J. Tipler (traduzione italiana ed. Adelphi, Milano 2002). Ho preso io stesso l'incarico di riassumerne i contenuti per la discussione comune.
Un cordiale arrivederci a presto
Fra Sergio Parenti O.P.
Breve resoconto dell'interdisciplinare del 23 novembre 2011
a cura di fra Sergio Parenti O.P.
PARENTI - Ho cercato di leggere il secondo capitolo ("L'argomento del progetto") del libro "Il principio antropico" di Barrow e Tipler (Adelphi). Si tratta di una panoramica filosofica che parte dalla Grecia antica fino ai nostri giorni, trattando pure della filosofia dell'estremo oriente. Io mi sono fermato prima, però.
Il Principio antropico debole dice che i valori osservati di qualunque grandezza fisica e cosmologica non sono tutti ugualmente probabili, ma sono soggetti alla restrizione che esistano luoghi dove possa evolversi una vita basata sul carbonio e che l'universo sia vecchio abbastanza perché ciò sia già avvenuto (pag. 40). In questo contesto, la tesi che l'universo, data la sua immensità, dovrebbe brulicare di civiltà perde molta della sua suggestione: per poter sustentare anche un singolo avamposto della vita, l'universo deve essere grande com'è (pag. 42).
Il principio antropico forte dice che l'universo deve avere quelle proprietà che consentono lo sviluppo della vita al suo interno, a qualche stadio della sua storia (pag. 46).
Una premessa, che mi fece un astronomo, sarebbe questa: l'universo è come una provetta dove ribolle qualcosa: tutto ciò che esce da questa provetta deve essere spiegato da ciò che vi era dentro. Il principio forte dice che l'universo può essere interpretato in diversi modi:
A) essere l'unico universo fatto apposta per avere degli osservatori;
B) tali osservatori sono necessari perché l'universo esista (nel senso della fisica quantistica).
Ciò ricorda il punto di vista del Berkeley (esistere è apparire ad un osservatore) e, per gli Autori, questo dovrebbe portare ad una interpretazione della meccanica quantistica. Io qui resto perplesso: l'osservatore della meccanica quantistica potrebbe essere una lastra fotografica... Comunque, in questa linea, si può arrivare a dire che:
C) è necessaria l'esistenza di molti universi differenti perché possa esistere il nostro.
Poste queste premesse inizia il discorso del progetto. Molti hanno pensato che il mondo fosse stato fatto apposta per gli uomini, e non fortunosamente usato da loro. La concezione giudaico-cristiana è tale.
Per la filosofia greca dobbiamo distinguere (pag. 51) tra argomenti teleologici ed argomenti eutassiologici. I primi pensano al mondo come progettato per l'uomo o per un fine ultimo, i secondi si limitano ad ammirare l'armonia della composizione del mondo: la raffinata meccanica di un orologio può essere ammirata anche senza sapere a che cosa serve.
Vi invito a sottolineare la parola "progetto".
Tra le voci di dissenso, vi è quella dell'adattamento all'ambiente mediante selezione naturale, rivelatasi determinante in campo biologico.
Il buon senso privilegiava l'argomento teleologico, mentre quello eutassiologico, preferito da Newton, esige conoscente scientifiche per apprezzare la bellezza e l'armonia matematica, ed anche per verificare gli esempi addotti. Per questo motivo gli argomenti eutassiologici non sono stati molto popolari. La concezione meccanica del mondo è più eutassiologica, mentre la visione precedente, del medioevo, era più teleologica.
L'opera di Darwin ha superato gli argomenti teleologici, ma non quelli eutassiologici, da cui derivano le versioni moderne del principio antropico.
Il nostro universo, per, differisce da un orologio: un orologio incompleto non funziona, mentre il nostro mondo è sempre non-finito, in divenire.
Percorrendo le posizioni degli antichi greci si vede un dibattito con molte posizioni. L'intelletto di Anassagora, gli infiniti mondi di Parmenide, Socrate e Platone che mettono una intelligenza come spiegazione dell'ordine ed immaginano l'universo come una struttura organica teleologicamente ordinata, contro una concezione meccanica o dovuta al caso. Diogene riteneva che senza una intelligenza non si spiega la regolarità. Gli atomisti, Democrito e Leucippo, mettono solo meccanismi causali senza finalità, in una infinità di mondi. Aristotele viene interpretato in modo da considerare la causa finale come un progetto, mentre la causa formale sarebbe una sorta di anima. Per Aristotele non basta sapere di che cosa è fatto un oggetto per conoscerlo, cioè la causa materiale. C'è pure quella formale che distingue gli oggetti, quella efficiente (che produce l'oggetto) e quella finale, che è principale: lo scopo per cui tale oggetto esiste.
La differenza tra le posizioni di Aristotele e Platone sarebbe soprattutto nell'ammettere o meno un inizio: l'importanza delle condizioni iniziali. Per Aristotele l'inizio non conta: l'ordine è eterno. Sarebbe una concezione di universo stazionario.
L'entelecheia sarebbe un principio interno che dirige le cose verso uno stato di totale armonia. Qui l'Autore confonde la concezione di Aristotele con quella delle rationes seminales degli stoici: già Avicenna concepiva la forma dei viventi come una causa efficiente.
Aristotele conosceva la teoria di mutazioni casuali e selezione naturale, da cui verrebbe l'apparenza di un ordine dovuto a causa finale, e la rifiuta.
Lo stoicismo viene presentato come legato al concetto di Provvidenza. Cicerone ci informa che per loro l'universo era per l'uomo. Galeno sostiene che il disegno divino può essere conosciuto da chi osserva la natura. Così Plinio il Vecchio. Anche Boezio sostiene la teleologia.
Nel medioevo abbiamo Averroè, Mosè Maimonide, Tommaso d'Aquino, Ruggero Bacone, e Raimondo di Sabunda. Questo oscuro studioso catalano scrisse un libro, Theologia naturalis, pubblicato postumo, che divenne molto popolare (e messo all'indice un secolo dopo): il tema dominante era il disegno e l'unicità dell'Architetto.
Il nostro Autore continua a parlare di causa finale come di un progetto. In passato vi ho detto molte volte come il rifiuto di Aristotele fosse legato al fatto che si pensava che per lui le creature dovessero emanare da Dio come dal sole la luce ed il calore: per una necessità fisica. Si preferiva la teoria del Timeo di Platone, corretta col concetto di creazione: Dio crea la materia informe e poi la plasma come vuole.
C'era anche la questione che per Aristotele il mondo era sempre esistito. S. Tommaso difese l'argomento di Aristotele, perché riguardava la generazione, non la creazione: che il mondo abbia avuto un inizio lo si può sapere solo per fede.
Ma la questione fondamentale resta la prima. Nel momento in cui tu paragoni la forma di una realtà naturale a quella di un artefatto, la materia di suo è inerte. Per Aristotele invece tutto ciò che esiste ha la sua operazione. Il materiale di un artefatto è indifferente alla forma che assume: un pezzo di ferro può diventare un coltello o una vite; e se l'artefatto riesce male non è frustrato il ferro, ma solo l'artigiano. Il materiale è indifferente, non c'è un ordine: era quest'ordine che fondava la causalità finale di Aristotele. Per lui ogni cosa agisce, quindi tende alla propria perfezione, perchè altrimenti resta frustrata nell'agire. Chi agisce per conoscenza è una caso particolare che diciamo "volontario"; se poi agisce con una conoscenza capace di dirigere il proprio agire, abbiamo l'agire volontario in senso pieno: se agisce contro coscienza è frustrato in questo suo aspetto proprio.
Chi dice che Aristotele ha un concetto statico di ente, confonde la sua concezione con quella degli stoici, per i quali la conoscenza termina a delle nozioni, le quali sono statiche.
Facendo delle realtà naturali dei meri artefatti, l'unica causa finale diventa estrinseca alla realtà: il progetto che è nella mente divina. Per questo si può immaginare che Dio possa fare un mondo tutto alla rovescia, dove, ad esempio, sia giusto per un uomo rubare. Invece è un non senso, e non senso è dire che se Dio non potesse fare così non sarebbe onnipotente.
Nella natura non c'è più un fondamento di una tensione ad un bene che possa fondare una morale, perché l'unica tensione al bene può venire solo dal dictat di una volontà estrinseca, che è quella dell'artigiano. Hume può dire che non si può passare dall'essere al dover essere perché ragiona in questo modo di vedere, che caratterizza la scuola anglosassone dal XII secolo: scuola che, in nome dell'ortodossia, è riuscita ad imporsi in Europa. Così vedete che anche Cartesio ammette che il mondo potrebbe essere fatto alla rovescia.
Il discorso stesso dell'argomento teleologico, o anche dell'armonia interna delle parti, è una visione meccanicistica, come quella degli stoici: materialisti e meccanicisti. Il materialismo, anche ateo, nasce da una preoccupazione teologica. Il Dawkins cerca di dimostrare, contro il Paley, che basta il caso: l'orologiaio cieco.
Francesco Bacone ammetteva le cause finali in metafisica, ma le escludeva come inutili e nocive per la fisica. William Harvey (1578-1657), basandosi invece su una visione aristotelica, scoprì la circolazione sanguigna.
Cartesio era convinto che l'universo fosse essenzialmente matematico, e questo lo indusse a negare ogni utilità scientifica al concetto di causa finale, che non è usato in matematica. Ammetteva che la natura potesse avere un fine ultimo, un progetto, ma questo andava al di là della comprensione umana. I mondi del '600 sono meccanici.
Boyle parlava di un disegno divino, dell'impronta di un progetto, pur ritenendo sbagliata la concezione organicista di Aristotele. Interpretava Aristotele, almeno così ho capito io, nel senso che la causa formale sarebbe una sorta di anima delle cose. Però ammetteva una causalità finale. Ma non riteneva che il mondo fosse fatto apposta per l'uomo. Contro Cartesio, sosteneva invece che si potesse vedere lo scopo di un meccanismo (una meridiana o un orologio) dall'armonia interna.
Il nostro Autore prosegue esaminando moltissimi autori. Ci ricorda le ironie del Candide di Voltaire contro Leibniz (per il quale il nostro sarebbe il migliore dei mondi possibili). Tuttavia Voltaire sosteneva l'evidenza che ci fosse un Dio a monte della struttura dell'ala di una mosca, anche se questo non doveva farci illudere che il mondo fosse stato fatto per noi.
Anche Darwin era entusiasta di un certo argomento finalistico. L'autore più evidenziato è il Paley, che vedeva il finalismo più nella costituzione delle cose di natura che su uno sviluppo evolutivo. Tuttavia il Paley era nemico della concezione di causa finale scolastica: egli ammetteva solo il progetto. Per questo io do ragione al Monod, quando esclude la causa finale come progetto dall'ambito delle scienze: lo scienziato dovrebbe essere un teologo, visto che il progetto delle realtà naturali è solo nella mente di Dio.
La concezione di Aristotele permetteva di parlare di causa finale senza tirare in ballo Dio, mentre la concezione platonica obbligava a tirare in ballo un Demiurgo; però permetteva di dire "Dio mi ha voluto così", e musulmani, ebrei e cristiani si sono schierati a favore di questa tesi contro Aristotele. Persino gli atei hanno continuato in quella linea. Io continuo a sostenere che:
1- l'ateismo materialista è frutto di una preoccupazione teologica del medioevo e
2 - l'aver ridotto la morale a pura obbedienza e aver tolto dalla natura i fondamenti della morale è inevitabile in questa visione.
Non cercherò mai nella scienza i fondamenti della morale finché la scienza non riuscirà ad accettare l'idea che ci possa essere una finalità intrinseca nelle cose per quello che sono. Perché, se la natura è principio di operazione, avere il modo di esistere tale da avere queste capacità di agire, che possono venire frustrate nel raggiungere il loro oggetto, il mio bene è raggiungerlo. L'uomo è capace di ragionare? Allora che agisca secondo ragione, secondo coscienza, altrimenti è frustrato. Un sasso non è cieco se non ci vede, un gatto invece sì. Invece non è privato di nulla il pezzo di ferro, se il chiodo viene male, ma è frustrata solo l'azione dell'artefice. Per me si deve riscoprire una causalità finale che non è teologica, che non è il progetto di Dio, che non c'entra niente col fatto che il mondo sia fatto per l'uomo.
SARTI - Da quando presi il libro, allora solo in inglese, "Il principio antropico", ed iniziai a leggerlo, mi è rimasto un dubbio: i discorsi dell'intelligent design hanno una immagine ingegneristica di Dio. Parlare di un progetto significa pensare a Dio che progetta la creazione. Dallaporta fece un esempio delle costanti universali: se qualcuna di esse fosse diversa da quello che è per grandezze anche inferiori alla parte per milione, il mondo sarebbe diverso da quello che è, e non ci sarebbe una chimica del carbonio. Questo discorso è molto suggestivo. Ma è meglio fermarsi prima, altrimenti si dà ragione a coloro che negano l'evoluzione, perché Dio non può aver creato un mondo in cui la maggior parte dei processi è destinata a crollare: nessun ingegnere progetterebbe mille ponti in modo tale che tutti meno uno crollassero. D'altra parte la constatazione che vi sia un finalismo nel nostro mondo è talmente forte che persino Monod parla di teleologia, anche se non di causa finale. Dice che è indiscutibile, negli organismi viventi. Credo che questo sia il massimo che si possa dire. Tutte queste cose: il mirabile bilancio delle costanti universali, la meravigliosa armonia della natura...: ciò da un'immagine di Dio antropomorfica, sul prototipo dell'uomo di oggi che è ingegnere.
BELARDINELLI - Nella Bibbia si sottolinea che Dio fa le cose come vuole.
PARENTI - Questo è indubbio, ma fa le cose mettendo in esse un ordine ad un fine. L'universo è per l'uomo e l'uomo è per Dio. Il peccato dell'uomo ha rovinato l'ordine.
Sentite questa frase di Maxwell (riportata a pag.108): "Nessuna teoria evoluzionistica può rendere conto dell'uguale struttura delle molecole, poiché l'evoluzione implica un cambiamento continuo, mentre le molecole sono incapaci di crescita, di decadimento, di essere generate o di essere distrutte.".
Kant (pag. 104) disse: "La concezione di una finalità oggettiva della natura è uno strumento critico usato dalla ragione per riflettere... è ... assolutamente certo che, considerando unicamente le leggi meccaniche della natura, non si riuscirà mai ad avere una conoscenza soddisfacente dell'organizzazione degli esseri viventi e delle loro potenzialità, e ancor meno a darne una spiegazione...". Questo non vuol dire che la ragione speculativa possa arrivare a Dio: è la ragion pratica che lo postula.
Asa Gray (pag. 105) diceva: "La teleologia darwiniana ha il pregio di rendere conto degli insuccessi e delle imperfezioni oltre che dei successi...". Darwin gradì l'interpretazione data da Gray ai suoi lavori. Kelvin invece fu uno dei più grandi avversari di Darwin: l'età della terra è troppo breve per dar tempo sufficiente alla selezione naturale.
Ai nostri incontri su "Scienza e metafisica" si era detto che certi principi fisici, come la minima azione, potevano essere interpretati come causa finale. Se io penso all'artefatto, la causa efficiente sono le mani dell'artefice, mentre il progetto è nella sua testa; se invece penso ad una causa efficiente che agisce per natura, il fine sembra coincidere con la causa efficiente: il fine è la determinazione dell'efficiente: il fuoco scalda per natura. Chi invece agisce per conoscenza ha la determinazione nelle forme conosciute (il gatto va dove ha visto la salsiccia). Nell'ordine dell'azione e dell'intenzione la causa finale precede l'effetto, mentre lo segue nell'esecuzione dell'effetto: la forma del trasformato è ciò cui tendeva l'azione del trasformante. Il modello dell'artefatto cambia tutto: la forma principio di azione è solo conosciuta. Si è tolta l'azione naturale. Galilei lo ha fatto per poter parlare del moto del pendolo come di un unico moto, altrimenti sarebbe stato la somma di due moti, uno naturale e uno violento, come nota Marcello Cini all'inizio di "Un paradiso perduto".
Il punto chiave per me è se la natura delle cose sia il principio del loro interagire. Altrimenti c'è solo il volontarismo, e non c'è fondamento dell'etica in ciò che studia la scienza.