Bologna, 13 gennaio 2012


Agli amici degli

Incontri Interdisciplinari


Carissimi,

ci rivedremo mercoledì 25 gennaio, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua "sala rossa", cui si accede da Via San Domenico 1.

Proseguiremo la nostra ricerca a proposito della scienza e dei fondamenti dell'etica, approfondendo la posizione di Nicola Dallaporta circa il Principio antropico.

Animerà la serata il prof. Eugenio Sarti, che ringrazio a nome di tutti.



Un cordiale arrivederci a presto

                                         Fra Sergio Parenti O.P.





Breve resoconto dell'interdisciplinare del 25 gennaio 2012

a cura di fra Sergio Parenti O.P.



SARTI - Dallaporta parlò del principio antropico nel suo libro "Scienza e metafisica - Uno pseudo contrasto tra due domìni complementari" (CEDAM, Padova 1997). La sua impostazione filosofica è platonica. In questo quadro egli dedica il penultimo capitolo al principio antropico. La sua intenzione dichiarata è di delineare un'idea, un archetipo dell'universo. Cerca di stabilire un collegamento tra l'ordine fisico e quello metafisico. Egli divide le costanti in universali (la velocità della luce, la costante di gravitazione...) e meno universali (l'espansione del cosmo, l'età delle stelle, la massa delle particelle elementari...). Anche Dallaporta elenca una formulazione debole ed una formulazione forte. La prima è che le costanti cosmologiche devono avere valori tali da consentire il sorgere della vita nell'universo; la formulazione forte è che il cosmo è stato concepito in modo che necessariamente vi sorgesse la vita.

Egli esamina la raffinata calibrazione di queste costanti fondamentali. Fa quattro esempi, che per essere esposti esigono però un discorso fisico difficile. Il nocciolo è che se in questo sistema di costanti, qualcuna di esse fosse di poco diversa (in un caso anche una variazione di 10 alla -56!), non si sarebbero potuti formare elementi più pesanti dell'elio, oppure l'universo sarebbe formato da soli neutroni... Dunque abbiamo un sistema di costanti calibrate accuratamente in modo da consentire il formarsi dei composti organici, in un ambiente tale da consentire il formarsi della vita.

Le reazioni a questo quadro sono state piuttosto calde. La reazione più vivace è quella dei multiversi, di cui si parla ancora molto. Si è scoperto che la terra è uno qualunque dei pianeti del Sole, che è una qualunque delle stelle della galassia, che è una qualunque delle galassie dell'universo, che è uno qualunque dei molti universi: infiniti universi caratterizzati da valori delle costanti fondamentali distribuiti casualmente. Il che vuol dire che, se le costanti fondamentali sono n, questi infiniti sono un infinito alla n.

L'ipotesi dei multiversi è contrabbandata come ipotesi scientifica: Dallaporta qui reagisce con una certa aggressività. Non è ipotesi scientifica perché:

1) le ipotesi scientifiche vengono formulate per dare ragione di fenomeni reali, conosciuti, che si vogliono spiegare, mentre l'ipotesi del multiverso nasce da una posizione ideologica: niente nel mondo fisico autorizza a pensare a questa esistenza di infiniti universi;

2) i multiversi sono per definizione inconoscibili l'uno dall'altro: non sono verificabili sperimentalmente: lo strumento che dovrebbe verificare funzionerebbe con le leggi del nostro universo, e non sarebbe adatto ad un universo diverso;

3) soprattutto è una ipotesi non falsificabile: anche se si potesse eseguire un esperimento per verificare l'esistenza di un altro di questi universi, se l'esperimento fallisse non potremmo dedurre che questo non esiste: l'esperimento non sarebbe una falsificazione.

Dunque si tratta di una ipotesi metascientifica, metafisica. Anzi: pseudo-metafisica, dice Dallaporta.

Chi accetta il principio antropico stabilisce un collegamento tra fisica e metafisica, ma anche chi lo rifiuta stabilisce un qualche collegamento. L'aspetto principale è dunque il collegamento tra due domini complementari: fisica e metafisica.

Qui Dallaporta approda al suo platonismo. Se il cosmo è destinato ad accogliere l'uomo, allora l'uomo è l'archetipo in base al quale l'universo è disegnato.

I racconti della creazione, prosegue Dallaporta, sono due: nel primo l'uomo è il punto di arrivo della creazione. Le scienze fisiche seguono lo stesso itinerario. Il secondo racconto rovescia la prospettiva: l'uomo viene creato e messo nel giardino per custodirlo; prima c'è l'uomo, poi l'ambiente. Genesi 1 è il punto di vista sostanziale, Genesi 2 è il punto di vista finalistico.

Stabilito che l'architettura dell'universo è destinata all'uomo, la prospettiva morale dice che è morale ciò che è in armonia con l'attuazione dell'archetipo, mentre è immorale ciò che non è in armonia.

PARENTI - Il secondo racconto, posto che Dio abbia fatto il migliore dei mondi possibili, si pone la domanda del perché ci sia il male; il punto di vista sostanziale non risponde a questa domanda.

BERTUZZI - Il primo racconto è cosmocentrico, il secondo è antropocentrico. Il principio antropico vedrebbe anche il primo racconto in funzione dell'uomo. Nel primo racconto l'uomo non è presente fin dall'inizio, mentre nel secondo la creazione è creata in vista di un archetipo: questa sarebbe una posizione più platonica. Invece mi preoccupa quando si parla di punto di vista etico: la legge morale naturale è finalistica, non ontologica; essa indica a che cosa deve tendere l'uomo.

PARENTI - Se ricordo le lezioni del P. Boschi, il primo racconto verrebbe dal fatto che durante l'esilio di Babilonia gli ebrei avevano visto le feste che lì facevano al loro dio, ed hanno voluto inserire in un quadro liturgico di sette giorni una specie di festa del Dio creatore. Il principio antropico diventa una sorta di dimostrazione che esiste Dio: in questo senso è sostanziale. Ma l'obiezione forte all'esistenza di Dio viene dall'esistenza del male, e la migliore esposizione l'ho letta in San Tommaso. Poi c'è il problema del passaggio dall'ontologico al morale: è una questione della cultura occidentale dopo il medioevo: si interpreta in chiave stoica la morale naturale (anche l'anima viene interpretata come una sorta di principio attivo che è la "ragione seminale": per gli stoici tutto era animato). Tu devi assecondare ed accettare stoicamente l'ordine scritto nelle cose, come un cane che segue un carro cui è legato, senza ribellarsi inutilmente.

CALZOLARI - Ci sono anche altre versioni del principio antropico. Lo stesso ideatore, Carter, che lo presentò in occasione di una conferenza nel quinto centenario di Copernico, dice che un qualsiasi teorema scientifico, per essere considerato valido nell'ambito della cosmologia, non può includere come premessa necessaria l'impossibilità dell'insorgenza della vita. Nel libro di Barrow e Tipler, che ha fatto la fortuna del principio, si distinguono tre livelli: quello debole, quello forte ed un principio antropico ultimo, che apre la finestra direttamente sulla metafisica: necessariamente si deve sviluppare una visione intelligente dell'informazione sull'universo e questa intelligenza, una volta apparsa, non sarebbe mai più scomparsa.

Quello di Carter non è un principio, ma un argomento importante per lo sviluppo della cosmologia: perché non è affatto facile capire che cosa sia la vita. Non è vero che la vita abbia assolutamente bisogno di ossigeno. Dopo il libro di Barrow e Tipler si è arrivati persino ad invertire i termini: una variante della versione forte dice che non solo le costanti fisiche dell'universo hanno aperto una finestra che è stata occupata dalla vita, ma tali costanti si sarebbero organizzate per dare luogo alla vita, con una proiezione in un campo che nulla ha a che fare con la scienza e che getta qualche dubbio sulla questione di "quale principio antropico?". Io non vedo un legame tra fisica e metafisica. Rimangono due mondi separati da una zona misteriosa che solo la fede può occupare.

PARENTI - Aristotele fa una fisica non matematica: fa uno studio sulle proprietà delle cose soggette a divenire, e arriva a capire che ciò che si muove deve essere mosso da qualcosa d'altro. L'universo delle cose soggette a trasformazione non si autosostiene: ci vuole una causa agente estranea all'universo. Questo è il ponte. Dallaporta parlava di metafisica pensando alle tradizioni delle religioni del mondo, mentre Aristotele pensava alla filosofia prima, che era la scienza dei fondamenti delle scienze: le proprietà che hanno le cose in quanto esistono ed agiscono. Fin dall'inizio della fisica egli si chiede: "perché chi muove deve muoversi?". Noi, facendo una fisica matematica, non possiamo fare questo ponte: Aristotele l'aveva predetto.

CALZOLARI - Cosa c'era prima del big-bang? La fisica rimane nel suo settore: non oltrepassa il muro di Planck, un intervallo di 10 alla meno 43 secondi. La fisica non potrà mai dire che cosa c'era all'inizio. Lo stesso concetto di inizio non è accettabile per la fisica.

PARENTI - Aristotele veniva rifiutato dai credenti perché diceva che il mondo c'era sempre stato, in base al principio che la generazione di una cosa è corruzione di un'altra. Platone invece poneva l'inizio operato dal Demiurgo, poi il mondo sarebbe durato sempre. Tommaso è d'accordo con Aristotele: tutto ciò che è generabile è anche corruttibile e viceversa: Aristotele non parla di creazione, ma di generazione dell'universo. Il problema del ponte tra la fisica e la metafisica è legato al fatto che non bastano le spiegazioni che possiamo trovare in un ambito di cose soggette a divenire.

Se poi vogliamo limitarci ad una fisica matematica, che per Aristotele è legittima (la dimostrazione della sfericità della terra dal suo punto di vista fisico è perché le cose cadono ovunque allo stesso modo, e dunque tendono ad uno stesso luogo; dal punto di vista della sua fisica matematica, la dimostrazione è dalla rotondità dell'ombra che la terra proietta sulla luna: entrambe le prove sono legittime, e la conclusione, anche nel caso della prova geometrica, è più fisica che matematica), abbiamo il problema che la matematica non usa la causa finale (ciò cui tende una operazione) e dunque non considera la natura. Così scompare la fisica aristotelica.

CALZOLARI - Se lei ammette la versione intenzionale, il disegno intelligente...

PARENTI - Il problema per cui abbiamo rifiutato la causa finale è che siamo capaci di concepirla solo come progetto, ed allora, essendo questo nella mente di Dio, solo il teologo può occuparsene. Ma questo fraintendimento viene dagli avversari di Aristotele, ed è limitato alla nostra cultura. Dallaporta si confrontava con tutte le culture del mondo.

BERTUZZI - Nelle vie di San Tommaso, quello che fonda il passaggio dal campo dell'esperienza fisica alla metafisica, è che per passare dalla potenza all'atto occorre un atto precedente. Questo non c'entra con un disegno intelligente. Si tratta di una spiegazione. Dallaporta criticava che la scienza cartesiana avesse abbandonato questi principi, anche se lui aveva una soluzione platonica, per cui metafisica e fisica sono campi separati. Ma la finalità ed il passaggio dalla potenza all'atto non vanno tolti di mezzo solo perché la matematica non li tratta.

CALZOLARI - Molti scienziati hanno provato di dimostrare che la vita non è necessariamente legata al carbonio: potrebbe esserlo anche al silicio.

SARTI - Non credo che il silicio sfuggirebbe a questo tipo di discorsi.

CALZOLARI - Resta straordinario il verificarsi del fenomeno che tutte le maggiori grandezze che regolano l'universo, se i calcoli sono esatti, sono tali per cui la vita si è sviluppata.

STIRPE - Il principio antropico presuppone che l'uomo sia il punto di arrivo: ma tra un milione di anni ci sarà ancora l'uomo come essere più progredito?

BERTUZZI - La teoria è per capire la comparsa della vita, non tanto dell'uomo.

DE RISO - Se la vita è finalità, funzione, non la cogliamo più in se stessa: non è vissuta qui ed ora.

BERTUZZI - Vedo due interpretazioni dello sviluppo dell'universo. Una è quella del principio antropico e, vicino ad esso, di Teilhard de Chardin, dove c'è una direzione che arriva all'uomo, alla crescita di coscienza: c'è un progresso nella direzione del meglio. L'evoluzione più rigidamente darwiniana, invece, cerca una spiegazione nelle condizioni che hanno agito in modo non finalizzato, ma casuale. Fino a che punto uno scienziato può essere non finalistico? Se vede l'evoluzione da un punto di vista finalistico... La visione cristiana parla di crescita, ma per intervento di Dio e non c'entra con la visione scientifica o metafisica.

PARENTI - Mutazione e selezione spiegano anche lo sparire delle specie. L'ottimismo viene dalla concezione di Dio che ha fatto il migliore dei mondi possibili, oppure dalla fede cristiana nella storia della salvezza.

CALZOLARI - (Al P. Bertuzzi) Non vedo una contrapposizione tra il principio dell'evoluzione ed il principio dell'argomento antropico. Una volta che le grandi costanti cosmologiche si sono organizzate, l'evoluzione dopo procede secondo la selezione naturale. Ed anche se le strutture biologiche procedono per selezione casuale, chi può osare dire che Dio non può stare dietro anche a tale selezione? Noi abbiamo un senso di sorpresa, che aumenta il senso del mistero, non la pretesa di dimostrare la presenza del Creatore dietro l'angolo.

STIRPE - L'atteggiamento della scienza riguardo al finalismo, lessi una volta, è questo: per il ricercatore il finalismo è come una donna della quale nessuno riesce a fare a meno, ma con la quale nessuno vuol farsi vedere insieme. Se un ricercatore trova una cosa nuova, la prima domanda è "A che serve?". Nella natura non vi è niente di inutile: l'economia andrebbe molto meglio se gli economisti, prima di studiare economia, studiassero biologia.

Sono molto d'accordo con Calzolari: chi può sapere il disegno di Dio? O la materia si è fatta da sola... ma a me sembra che la materia vivente sia troppo complicata perché tutti quei casi siano andati nella direzione giusta. Io penso, da credente e non da ricercatore, che ci sia un Creatore che ha fatto una natura con una legge insita, che la porta ad una certa evoluzione che non è del tutto casuale. Quale sia questa legge, io non lo so. Forse è così semplice che non riusciamo a capirla.

DE RISO - I limiti che abbiamo mentalmente, e la concretezza della realtà ci rendono indispensabile l'invenzione del tempo. Non abbiamo una visione al di là dello spazio e del tempo. Per questo ci chiediamo a cosa serva una cosa. Ma la temporalità è inventata da noi. Se ci mettiamo a pensare in un'altra dimensione, il discorso non può più sussistere. Dio è al di là del tempo e dello spazio, mi insegnavano da bambina: e mi veniva desiderio di poter vedere tutto in contemporanea come Lui. Ci sono messaggi sapienziali che convergono nel dire non "vivi l'attimo fuggente", ma "vivi l'essere, vivi pienamente il momento come fosse l'ultimo della tua vita". Questa richiesta ci suggerisce la visione di un'altra mente diversa dalla nostra.

SARTI - Non ci stiamo facendo un'idea un po' troppo ingegneristica dell'opera di Dio? Il principio antropico mi pare abbastanza ambiguo e riduttivo. Dallaporta fa una contemplazione bellissima dell'organizzazione dell'universo. Ma dire che tale organizzazione sia in funzione dell'uomo è una visione antropocentrica, e quindi limitativa: "tutto questo è fatto per l'uomo". Questo discorso non è sul piano scientifico. Per la Bibbia è così. Ma se facciamo finta di non conoscere la Bibbia, e facciamo un'altra strada, come nei testi orientali (Upanishad ad esempio), vengono fuori discorsi meno determinati, ma anche più ricchi, dove diventa inutile parlare di casualità dell'evoluzione, di fine dell'uomo, di archetipi... Sono dubbi, questi miei, ma sono anche suggerimenti per continuare a riflettere.

DE RISO C'è una impostazione che ci siamo fatti (caso, finalità. ecc.), che è come una coperta troppo piccola, che ci tiriamo sopra senza capire che ci sono anche i piumini... Giriamo sempre attorno a concezioni che ci siamo fatti noi. Il mondo è grande. C'è anche quello, ma non solo.

SARTI - Dovremmo stare attenti a percepire il valore strumentale e non finale di tutti questi discorsi?

PIFFERI - Ci sono due laboratori in Calabria ed in India: due radici di due piante: Curcuma longa e Glycerrhiza glabra. Questi due laboratori sintetizzano due molecole molto simili, due anti-tumorali. Io verifico questi due fatti. La radice ha l'intelligenza di quello che sta facendo? La finalità la osserva solo l'osservatore. Se due laboratori sintetizzano qualcosa di analogo in situazioni totalmente diverse, chi insegna questa elaborazione? Non saranno evidenti per noi le ragioni ultime, ma la finalità è evidente. Le leggi della fisica e della chimica valgono ovunque. A prescindere dalla fede, l'ordine non può sfuggire alla razionalità dello scienziato, come il fatto delle due molecole e della loro funzione, pur essendo la loro sintesi realizzata in situazioni totalmente diverse.