Bologna, 17 febbraio 2012
Agli amici degli
Incontri Interdisciplinari
Carissimi,
ci rivedremo mercoledì 29 febbraio, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua "sala rossa", cui si accede da Via San Domenico 1.
Proseguiremo la nostra ricerca a proposito della scienza e dei fondamenti dell'etica.
Animerà la serata il prof. Pier Ugo Calzolari, che ringrazio a nome di tutti.
Un cordiale arrivederci a presto
Fra Sergio Parenti O.P.
Breve resoconto dell'Incontro Interdisciplinare del 29 febbraio 2012
a cura di fra Sergio Parenti O.P.
CALZOLARI - Il tema è la scienza ed i principi dell'etica.[VOCE] Quando la scienza incontra l'etica? Parlo dell'etica propria della scienza, ancorata a valori di fondo, come la libertà, lo spirito critico, il rifiuto di ogni principio di autorità, l'oggettività, la pubblicità degli atti... e così via. Questo incontro non avvenne al tempo di Galileo, quando il conflitto fu soprattutto teologico. Nemmeno accadde, mi pare, ai tempi di Darwin, la cui teoria non entrò in conflitto ufficiale con la Chiesa (anche se Pio IX, in una lettera, parla di "assurde fantasticherie").
Il momento [VOCE] in cui scienza ed etica si incontrano e scontrano fu nel maggio 1945, quando nel cielo di Hiroshima apparve a tutti la natura non necessariamente positiva della scienza. In quel giorno la scienza conobbe il peccato (Oppenheimer). Allora emersero antiche condanne radicali: la scienza vista come impresa empia, luciferina, che viola la natura innocente ed immodificabile, vista come responsabile dello sfruttamento sociale e del dominio dell'uomo sull'uomo.
La scienza è astratta, è indifferente alle realtà esistenziali, è gelida e distaccata: il passo è breve per dichiararla indifferente rispetto all'etica.
Già Husserl [VOCE] aveva affermato che la scienza non può conoscersi, perché con gli strumenti di cui è dotata non sa pensarsi: dunque la responsabilità sfugge alla capacità di controllo della scienza, perché la responsabilità implica un soggetto cosciente. Nella scienza, per Husserl, non c'è posto per la coscienza, per il soggetto e dunque per la responsabilità.
I successi straordinari conseguiti dal metodo scientifico sono stati possibili solo sbarazzandosi di tutto ciò che è unico e non riproducibile, non trasferibile in un discorso logico: per esempio il mondo dei valori morali, le finalità, la poesia.
Qualche tempo fa in questa direzione si è espresso Papa Ratzinger: la scienza non è in grado di elaborare principi etici; può solo accoglierli in sé per debellare le sue eventuali patologie. Questo lo disse ad un convegno per i 10 anni della "Fides et ratio".
Mi pare che questo stato di minorità della scienza rispetto all'etica abbia fatto il suo tempo. Gli uomini di scienza non sono asettici, portatori di un esotico sapere impermeabile alla sfera dei valori. Non c'è stata occasione di denuncia di un rischio grave che non sia arrivata dagli uomini di scienza.
Ora, [VOCE] se è vero che le scienze, nemmeno quelle sociali, ci possono indicare ciò che è lecito e ciò che non lo è, è altrettanto vero che la conoscenza scientifica può imporre limiti e difese contro l'errore. Ciò che è scientificamente falso non può servire alla descrizione della realtà. Un contributo ineliminabile della scienza alla definizione del quadro etico è che esso deve tener conto di questo dato. La vigilanza sul rischio di infrazione di norme etiche non può prescindere dall'intervento del sapere scientifico: pensate ai temi della bioetica.
Nel libro "La società aperta e i suoi nemici", Popper mette la scienza al servizio di un discorso etico-politico. Va considerata definitivamente archiviata la tesi neopositivistica, ancora sostenuta da non pochi ricercatori, relativa alla neutralità etica (assiologica) della scienza.
Accusata di estraneità rispetto ai valori etici, la scienza ha trasformato ciò in un punto di forza: non si accettano più ingerenze dai non addetti ai lavori. Nessuno, dall'esterno, avrebbe potuto mettere limiti alla ricerca scientifica.
Harnack, in un congresso degli inizi del '900, invocava la libertà illimitata della ricerca. Questo esito è pericoloso, ancora dibattuto: il rifiuto di qualsiasi limite giustificherebbe le ricerche del Dott. Mengele. Esito tradito quotidianamente dalla stessa scienza. Quando si venne ai potentati economici, vietando la prima norma che la scienza si è data: l'indipendenza da tutti, le stesse scelte epistemologiche finirono per essere fortemente influenzate da questa prossimità di economia e scienza. Finendo per favorire o ostacolare le priorità scientifiche. Oggi tutti gli Stati hanno abbandonato la ricerca farmacologica per i costi proibitivi, lasciando campo libero all'industria privata. Questa non pone tra i suoi primi obiettivi la salute dei cittadini, ma il profitto. Così è accaduto che la ricerca sugli antibiotici, poco remunerativi sul mercato, è stata abbandonata da molti anni, preferendo la ricerca sui prodotti oncologici, costosissimi ed economicamente molto vantaggiosi. Il risultato è un esercito di virus e batteri, che consideravamo debellati, che si sono assuefatti agli antibiotici in uso. Ed ora questo esercito minaccia la salute del globo.
Le implicazioni [VOCE] delle scoperte, la valutazione delle loro applicazioni, l'analisi dei possibili esiti di queste applicazioni: tutto questo supera l'ambito della scienza ed appartiene all'intera società. Ma la società coinvolgerà la gente di scienza, chiedendo di segnalare per tempo eventuali rischi, e quindi consentendo alla gente di scienza la propria responsabilità morale. La consapevolezza di questa grande responsabilità prende le mosse dalla consapevolezza che l'uomo oggi è in grado di distruggere il mondo. Una forza di distruzione ben maggiore dell'energia nucleare.
Jonas, un filosofo che si è convertito all'ecologia, ripropone di impiantare l'etica nell'idea di dovere: un richiamo forte all'universalismo kantiano. Questa idea ha le sue radici nell'ontologia ed è proiettata verso il futuro.
L'impatto più duro tra ricerca scientifica e morale è il caso della biologia: scienza esplosa recentemente. Nel fuoco della ricerca non c'è più soltanto la struttura della materia, come per Galileo, o l'evoluzione storica della vita (Darwin), ma i modi per incidere sulle radici stesse dell'esistente e sullo statuto primario tra coscienza e materia. La questione centrale è quella dell'inizio: quando cominciamo a vivere? Nasce il tema dello statuto ontologico dell'embrione. E quello della fine: quando cessa la vita? E tra questi due si affaccia il terzo: la manipolazione genetica: eugenetica positiva, preventiva, ..., il limite dell'intervento medico. Qui, da una parte abbiamo speranze di progresso, profonde diffidenze e riserve dall'altra. Erwin Chargaff, noto biochimico, davanti al furore irriducibile di alcuni ricercatori, ha evocato l'immagine di una bestializzazione della fantasia scientifica.
Non credo [VOCE] che nella storia si sia mai assistito ad uno scontro così radicale su questioni etiche, e si è avvertito un bisogno concreto di riferimenti morali esterni rispetto alla scienza. Il campo è diviso in molteplicità di orientamenti. Semplificando molto sommariamente, si dice che ci sono due posizioni: confessionale e laica. La posizione confessionale deriva le proprie convinzioni dalla legge morale naturale, che non l'uomo si è dato, e che si trova inscritta nella sua coscienza come riflesso della legge divina; rappresenterebbe l'ordine razionale secondo il quale l'uomo è chiamato dal Creatore a dirigere e regolare la sua vita ed i suoi atti. Le fortune della legge naturale si sono evolute in modo determinante: dagli splendori di S. Tommaso alla progressiva erosione operata da Kant, da Hume e poi da Nietzsche e Freud. Archiviata in qualche modo, ha trovato occasione di riviviscenza nella Dichiarazione universale dei Diritti dell'uomo, del valore assoluto della persona.
Ora, è singolare che il Vaticano II non faccia alcun cenno: in Gaudium et spes c'è un passo in cui si dice che l'uomo ha una legge scritta da Dio nel suo cuore, ma in Dei Verbum viene ribadito che è la Rivelazione la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale. A mio modo di vedere tanto varrebbe fare riferimento diretto alla Rivelazione.
Dall'altra parte, la ricerca affannosa di norme stabili e universali, valide etsi Deus non daretur, conduce ad una molteplicità di orientamenti. Molti cattolici appartengono a questa categoria. L'orientamento utilitarista privilegia la qualità della vita; quello personalista punta alla dignità della persona umana assunta come valore assoluto in sé, senza un valore necessariamente di carattere teologico. Da decenni queste posizioni si contrastano senza sosta e senza lasciar intravvedere un punto di intesa, nonostante la serie infinita di convegni... Intanto la scienza va avanti, senza bussole morali di valore generale, se non quella percepita dal singolo ricercatore, che si avventura in territori sconosciuti ritenendosi autorizzato dal solo mandato di generare nuova conoscenza. Non sa che cosa incontrerà. [VOCE]
Ci sono ricercatori convinti di poter ricercare in assoluta libertà, ma la maggior parte è consapevole del rischio. Nessuno, però, riconosce una autorità in grado di assegnare punti di riferimento. E ciò accade all'interno di un ordine democratico dove la discussione e la negoziazione sono un dato permanente: ciò rende più difficile l'opera di orientamento dell'uomo di scienza. Vi è il problema della comunicazione... La misura minima cui è possibile arrivare è stabilire i principi etici della discussione (uguaglianza, solidarietà e corresponsabilità dei contendenti). Oramai è diffuso il dubbio che una comunità ideologicamente pluralista possa stabilizzarsi normativamente, al di là di un semplice modus vivendi: un accordo formale, limitato a procedure e principi di svolgimento del dibattito.
PARENTI - Ci sono molti teologi moralisti che, quando si dice che la morale naturale è una legge divina iscritta nella coscienza di ogni uomo, la ritengono come qualcosa che viene dalla Rivelazione o almeno da un influsso misterioso della Grazia. A me sembra che questo modo di intendere la morale renda inutile il concetto di natura e porti al fideismo, contraddicendo il Vaticano I quando dice che i motivi di riconoscimento della Rivelazione (in particolare miracoli e profezie) sono accessibili all'intelligenza di chiunque. Chi difende un distacco tra natura e soprannatura viene accusato di "estrinsecismo": ci vuole invece la Grazia per cogliere i fondamenti della morale e per riconoscere la Rivelazione. Chi non ha la fede o la Grazia non può capire. Il Catechismo della Chiesa Cattolica mette invece la morale tra quelle cose che Dio ci rivela per aiutare la debolezza della ragione umana, che pur dovrebbe arrivarci con le sue forze, e la morale naturale è iscritta non nel senso che Dio metta i contenuti, ma nel senso che ci dà l'intelligenza per capirli. Questo però mi verrebbe contestato dalla maggioranza dei colleghi. Personalmente ho trovato la morale naturale più nell'Etica a Nicomaco di Aristotele che nei libri dei "laicisti", che si vantano di fare una morale laica, e poi copiano frasi del Vangelo...
BINOTTI - Se si svincola la conoscenza della legge naturale dal diritto positivo nella sua storia, non si capisce niente. Se facciamo del diritto naturale qualcosa di astratto che solo un filosofo di mestiere riesce a capire, nessuno ci capisce niente. Se invece nel diritto positivo sono nascosti i germi della legge naturale, che lavorano all'interno grazie all'intelligenza umana che lavora su queste cose, alla fine questa prospettiva torna naturale, e non è una cosa astratta.
CALZOLARI - Ma lavorano storicamente perché sono iscritti nella coscienza, altrimenti non lavorerebbero per nulla.
BINOTTI - E viceversa, perché vengono fuori. La coscienza è un fatto storico, un atto della ragione.
CALZOLARI - Io credo che il contrasto forte intorno all'etica sia un punto debole, perché per giustificarsi ha bisogno della Rivelazione. Perché perdiamo tempo a sostenere una tesi che può essere contestata? Il diritto naturale presuppone una natura stabile. Dov'è?
PARENTI - Negli ultimi 5000 anni i peccati sono rimasti gli stessi.
CALZOLARI - E L'evoluzione?
PARENTI - Finché la natura resta la stessa, il suo bene sarà proporzionato. Un sasso non è cieco se non vede, un gatto sì. Schiavo ci parlò per un anno di legge naturale da un punto di vista kantiano e non mi sembrava così lontano da quello che dice Tommaso. Kant cerca norme che siano valide per tutti. Anche se alle spalle ha una fisica di Newton dove la natura non serve più. Nella tragedia greca si invoca una legge non scritta, sancita dagli dei, al di sopra dei potenti. Io mi sento confortato dalla lettura di Aristotele o di Averroè, mentre non mi sento confortato dalla lettura dei colleghi.
BERTUZZI - La legge naturale morale non ha niente a che fare con la legge della natura, come è una legge fisica. Quella morale non viene riconosciuta dalle culture dominanti, mentre la Chiesa crede ancora che si possa arrivare ad una verità oggettiva anche in questo campo: oggettività che non è solo frutto di opinione o di convenzione.
BINOTTI - Sfiderei qualcuno a trovare in Tommaso una oggettività morale. Una certa sfiducia della Chiesa contemporanea verso la legge positiva viene dal fatto che il Vaticano I avviene in un momento in cui sembra che tutta la civiltà vada all'incontrario. Oggi faremmo fatica a prendere alla lettera le condanne del Sillabo. Una chiave di lettura della natura come fosse in contrasto radicale con le leggi positive vigenti: mentre le leggi positive vigenti maturavano tutta una coscienza di difficoltà e problemi che poi la Chiesa stessa ha assimilato ed il Vaticano II ha cercato di affrontare. Qui invece siamo come se fossimo tornati ad una natura che da un lato sembra essere la biologia, e dall'altro è una strana concezione razionalistica che sembra piombata qui dal '600.
PARENTI - L'ecologia arriva al benessere psicofisico, poi si ferma; la razionalità dell'uomo non è ancora stata presa in considerazione.
STIRPE - Vedo la base della morale in una specie di patto: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Questo vale per credenti e non: tutti ci guadagnano.
PARENTI - Il motivo per cui a tutti piace è fondato sulla natura di ciascuno.
CALZOLARI - Questo non basta più. Manipolando geneticamente, noi possiamo riparare guasti enormi, ma anche cambiare la specie umana.
PARENTI - Se l'intelligenza non ha un organo, la specie umana non viene solo da generazione.
FORTINI - Razionale e biologico non sono due cose diverse.
BERTUZZI - Mi sembra che il Prof. Calzolari abbia girato su due punti: il problema di un'etica della scienza (della ricerca), ed il rapporto tra l'uso che si fa della scienza e la morale. I due problemi vanno distinti.
SARTI - Due scienziati, in posti diversi, stavano sperimentando sul virus dell'influenza aviaria: molto aggressivo, ma poco contagioso. Essi vennero invitati a non pubblicare i loro risultati. Essi invece hanno deciso di pubblicarli. Una regola della ricerca dice che quello che si scopre deve essere fatto conoscere. Questo però pone problemi grossi di ordine pratico.
CALZOLARI - Se ti tolgono i finanziamenti, non puoi più fare ricerca. La scienza è prigioniera della finanza.
BERTUZZI - Questo viene anche dal fatto che la ricerca non è più sottoposta al bene comune dello Stato, ma a gruppi privati.
CALZOLARI - La minaccia dell'aggressione di virus antichi che però si sono modificati e possono convivere con gli antibiotici: su questo tema ci potrebbero essere buone idee da suggerire alla politica. Si dovrebbe mettere la scienza al riparo dalla finanza.
PARENTI - Ci sono anche problemi che vengono dal potere politico o dall'orgoglio dei colleghi: sto pensando a Jacques Testart (che rifiutò l'eugenetica) ed al Prof. Rasetti (che rifiutò di partecipare alla costruzione dell'atomica).
PETERNOLLI - Se è difficilissimo arrivare a parlare di una legge naturale quando ci sono i grandi problemi dell'etica politica (pensiamo alla guerra o alla pena di morte, dove anche la Chiesa ha avuto cambiamenti), il significato della vita umana è un caso diverso: Testart è un esempio. Tanti anni fa (anni '80), sul Resto del Carlino, si parlava di un congresso di giuristi australiani: di fronte alle spese per mantenere gli anziani, avendo accettato l'aborto, non si vedeva perché non ammettere l'eutanasia, prima volontaria poi terapeutica, per disfarsi dell'eccesso di popolazione prossima al decesso.
BINOTTI - La natura umana non è mai astratta: è sempre individua. La legge naturale può cambiare secondo certe modalità. Anche Tommaso ne parla. Altrimenti si rischia di farsi una immagine di natura dove gli altri non sono d'accordo. Pensate al battesimo dell'embrione. L'aborto era un delitto anche quando non si riteneva che l'embrione fosse una persona. Non sovrapponiamo l'eutanasia al lasciar morire in pace: Pio XII disse che si poteva togliere il dolore, pur essendo uno libero di scegliere di affrontare la sofferenza.
PETERNOLLI - Sui testi di morale degli anni '70 veniva suggerito il modo per battezzare, almeno sub conditione, con una siringa, anche gli embrioni, per evitare il limbo.
STIRPE - La difficoltà, nella libertà etica della scienza, viene dal non sapere le conseguenze possibili che sono spesso imprevedibili. Se gli scienziati hanno trovato il modo di rendere infettivo il virus, io direi loro di pubblicare ugualmente il risultato. Se uno volesse scatenare una epidemia, potrebbe arrivarci per conto suo, come loro. Invece dalla conoscenza del loro risultato potrebbe venir fuori qualcosa di molto utile, per esempio per combattere il virus. Andrebbe invece regolamentato l'uso di ciò che si trova. E chi fa la scoperta dovrebbe avvisare anche dei possibili sviluppi, buoni e cattivi.
BELARDINELLI - La conoscenza perseguita dalla scienza è di per sé una cosa nobile. Poi lo scienziato, che è un uomo, si atterrà al criterio di non fare agli altri quello che non vorrebbe fosse fatto a lui, anche se a volte uno ritiene bene quello che l'altro non vorrebbe. I criteri etici non sono completamente esterni al nostro mondo. Poi volevo chiedere a P. Parenti in che senso l'operazione conoscitiva non è estranea all'etica.
PARENTI - Ho detto che, a monte della morale, bene dell'intelligenza è capire. Il concetto di bene è presente anche nell'agire fisico. Per questo un sasso non è cieco se non vede, un gatto sì. Questo dipende dalla sua natura, senza farne un "logos spermatikòs" degli stoici, senza farne un'anima di tipo platonico, o altre cose che attribuiscono ad Aristotele, che invece non c'entra. C'è una natura delle cose per cui il bene di essa è tale e non altro: tutte le cose interagiscono, e la natura è il modo di esistere tale da avere quelle capacità di interagire, frustrabili. La natura è per generazione: dopo vi è pure l'apprendimento, la cultura, che in molti animali e nell'uomo comporta ulteriori capacità. Nella natura umana c'è la capacità di intendere e volere, per rapporto alla quale vi è la legge morale naturale, che non c'entra niente con le leggi fisiche. Essa è la capacità attiva, da legislatori, di partecipare all'attività di Dio che governa il mondo. Da legislatori, non da "legislati" come nella legge di gravità. L'uomo è ordinato ad ordinarsi al suo fine.
BINOTTI - Anche l'osservazione, se è un atto volontario, è atto morale.
PARENTI - Se nego che vi sia finalità in natura, il mio discorso cade e resta solo l'autorità: abbiamo allora il volontarismo.
BERTUZZI - S. Tommaso sostiene che la natura ha finalità, e che la tecnica ha lo scopo di aiutare la natura a raggiungere le sue finalità dove non ci riesce da sola. La medicina, cercando di guarire il cieco, compie uno scopo conforme alla natura.
BINOTTI - L'arte fa quello che la natura farebbe, anche quando questa non lo fa. E la natura, se facesse gli artefatti, seguirebbe lo stesso ordine che deve seguire l'artigiano.