Bologna, 5 giugno 2013


Agli amici degli

Incontri Interdisciplinari


Carissimi,

            ci rivedremo martedì 18 giugno, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala rossa”, cui si accede da Via San Domenico 1.

Proseguiremo la nostra ricerca continuando il dibattito nato nella scorsa riunione, animata dal Dott. Giuseppe Rubino da un punto di vista psichiatrico-psicoanalitico, con riferimenti alle neuroscienze.

Presto vi arriverà l'invito al consueto convegno “scienza e metafisica”, nell'ultimo fine settimana di settembre, sul tema “l'uno”, che decisamente spazia dalle matematiche alla fisica alla metafisica. In attesa di rivederci, un cordiale augurio di buona estate.



                                         Fra Sergio Parenti O.P.




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Breve resoconto dell'Incontro Interdisciplinare del 18 giugno 2013

a cura di fra Sergio Parenti O.P.


RUBINO - Volevo un chiarimento sulla questione di Aristotele che distingue il tutto naturale dal tutto artificiale; e su quanto dicevi: che noi facciamo fatica a capire. E vorrei anche capire il rapporto con la complessità.

PARENTI - Il tutto naturale è quello dove, siccome c'è il tutto, esistono le parti; il tutto artificiale è quello dove, siccome esistono la parti, esiste il composto di esse.

Il tutto naturale non siamo più capaci di concepirlo. Leggendo il commento di S. Tommaso ai primi tre libri della Fisica di Aristotele, questa distinzione risulta importantissima. Invece a noi, anche se tomisti, non interessa. Prendo atto che noi facciamo fatica perché abbiamo alle spalle sei o sette secoli dove, per motivi anche teologici, si è deciso che le forme naturali fossero forme artificiali di un Dio artigiano, un Demiurgo. Che cosa fa il Dio artigiano? Siccome è un Dio cristiano, crea. Crea la materia informe. Poi la plasma. La trasforma. Perché tutto questo? Perché così posso dire che la plasma come vuole, e quindi le forme naturali vengono sicuramente dal libero arbitrio di Dio.

La scuola francescana insiste anche oggi a criticare S. Tommaso su questi argomenti. Il nostro materialismo nasce da una preoccupazione teologica. Per salvaguardare, contro un Aristotele male interpretato, l'amore libero di Dio nel creare. Credevamo che per Aristotele si dovesse ammettere che da Dio procedono le creature come dal sole procedono luce e calore. Avevano tradotto alla fine del 1100 la Fisica di Aristotele ed i Secondi Analitici (la dottrina della scienza). Per quest'ultima, se sai "perché" una certa cosa è così, sai anche che non può che essere così: c'è necessità tra le premesse (cause) e le conclusioni (effetti). Nella Fisica, Aristotele risale ad una causa prima che è il Motore immobile. Risultato: allora ha ragione Plotino: come dal sole emanano luce e calore, così da Dio emanano le creature. Aristotele non aveva il concetto di creazione, ma Plotino sì (conosceva il mondo ebraico). Tommaso difende Aristotele, che parla della generazione e non della creazione.

Lo stesso problema lo aveva l'Islam. Al Gazali e Ockham hanno posizioni simili. Che ad un certo punto Tommaso sia stato canonizzato (invece Averroè fu rifiutato) ha, per me, del miracoloso. Ma il substrato culturale è rimasto anche da noi: il paradigma dell'artefatto si è imposto. Noi parliamo di complessità e di emergenza, ma ne parliamo nel senso che dalle parti viene fuori il tutto, il che non c'entra con la realtà naturale. Musulmani, cristiani ed ebrei (Al Gazali – Bonaventura , Scoto e Ockham - Avicebron) erano preoccupati che Dio plasmasse come voleva. Un fabbro, con un pezzo di ferro, fa quello che vuole lui. Se la vite o il coltello riesce male, il ferro non è frustrato, ma lo è solo l'opera dell'artigiano. Noi non abbiamo il concetto di "bene connaturale".

Aristotele diceva che chi toglie il fine (il bene) toglie anche la natura. Aristotele diceva che per definire il caso ho bisogno della causa finale, perché è per caso ciò che non c'entra col fine. Invece noi contrapponiamo il caso e la finalità. Siamo chiusi nei nostri paraocchi dai quali non vogliamo liberarci. L'ateo che cerca di dimostrare che basta il caso e non c'è bisogno di Dio non si accorge che sta ragionando sul filone di una corrente teologica che voleva salvare Dio e la sua Provvidenza e libertà.

BERTUZZI - Per Aristotele che ruolo ha la materia prima?

PARENTI - Certamente non quello che trovi nei manuali di scuola.

FRATTINI - Il manuale è una sintesi. Ha una validità.

PARENTI - Non su quel punto. La "materia prima" viene insegnata come la insegnava Calcidio ai cristiani. Ha mescolato la materia prima di Platone nel Timeo col materialismo degli stoici, con la materia di Plotino (distinta dallo spirito) e con quella di Aristotele. Ha detto cioè che quella materia prima di cui erano fatte tutte le cose, e che però non era nulla di ciò che esiste (dovendo poter diventare tutte le cose che esistono) era la materia prima di Aristotele. Il Timeo di Calcidio era il testo obbligatorio nel medioevo. Per Aristotele la materia prima non è qualche cosa, non è questo ossimoro, questa sorta di plastilina assurda che non è niente di ciò che può essere.

BERTUZZI - Ma esiste.

PARENTI - Platone dice che esiste sotto una certa forma. Ma di suo non è né questo né quello, dovendo diventare tutte le cose. Dice questo contro la teoria degli elementi e la teoria degli atomisti, perché, giustamente, questi dovrebbero essere ingenerabili ed incorruttibili, mentre noi vediamo che non è così: atomi ed elementi si trasformano gli uni negli altri. L'obiezione di Platone è valida anche oggi. Da qui la tendenza ad identificare questo misterioso ricettacolo di tutte le forme con le dimensioni dello spazio (la res extensa).

Poiché anche Aristotele dice che la materia non è nulla di ciò che può essere predicato di un ente, così si è fatta l'identificazione. Solo leggendo il commento di Tommaso ai primi libri della Fisica mi sono accorto dell'errore. Chi esiste e diviene non è la natura, ma chi ha quella natura. Ora, la materia e la forma (nomi dati da Aristotele per analogia agli artefatti) sono natura, non chi ha la natura. Invece per Platone la materia acquista una natura e dà consistenza. Noi abbiamo ancora la visione del Timeo di Calcidio, o dei manuali di filosofia aristotelico-tomista su cui ho studiato io, che ammettevano che materia e forma fossero dei "quo" e non dei "quod" (perché lo dice Tommaso), ma poi ne parlavano come di "quod".

FRATTINI - Plotino non ha la concezione di materia come Aristotele.

PARENTI - Ma il concetto di materia di Aristotele è totalmente diverso da quello di Platone.

FRATTINI - Per Plotino la materia è poi il nulla.

PARENTI - La materia per lui è anche quella di cui ti devi liberare. Per San Tommaso la corporeità viene dalla forma, per Plotino (e Platone) assolutamente no.

RUBINO - Proviamo ad entrare nella questione della complessità dal tuo punto di vista.

PARENTI - Se faccio venire l'esistenza di una cosa ed il suo agire dalle proprietà dei suoi componenti, così che, complessificandosi nelle loro correlazioni, ne emerge la cosa nuova, io ne sto ragionando in termini che io chiamo materialistici, in cui confondo le realtà naturali con degli artefatti. L'artefatto esiste perché esistono le sue parti. La realtà naturale esiste ed agisce perché esiste il tutto, e siccome c'è il tutto ci sono le parti. Invece dall'altra parte siccome ci sono le parti, allora c'è il tutto. Io chiamo materialismo il confondere le realtà naturali con quelle artificiali, mentre il senso più usato è quello di chi nega che vi siano cose non materiali. Per me Platone e Cartesio sono materialisti: per Cartesio un gatto è un meccanismo. Ma per me è una realtà naturale anche il solfuro di ferro o l'acqua, che nascono quando metti gli elementi nelle condizioni in cui in natura si generano i composti. E qui c'è il mistero, perché la forma naturale la dà solo Dio: io posso solo creare le condizioni in cui in natura si forma la cosa.

FRATTINI - Per la fisica sembra che tutto si riduca ad energia.

PARENTI - Che cosa vuol dire "energia"?

FRATTINI - C'era una definizione, poi si è andati sempre verso il più piccolo. Possiamo anche detestare la teoria delle stringhe, ma non c'è nulla di alternativo. Le particelle sono addensamento di energia.

PARENTI - Alla fine è la teoria del raro e denso dei presocratici.

BERTUZZI - Così cade anche la distinzione di materia e forma. Sul piano del naturale come riescono a riportare tutto ad energia? Esiste anche il materiale? Come fa l'energia a trasformarsi per costituire le cose diverse? Dicono che in virtù dell'energia la natura, cioè tutto quello che esiste, è soggetta ad un fenomeno di complessificazione, compreso il nostro cervello.

FRATTINI - Si cerca di trovare una teoria autoreferenziale, che lascia il tempo che trova. Noi viviamo in un orizzonte materiale, ma questo non significa che esso non sia all'interno di un orizzonte più vasto. Con le leggi all'interno di questo orizzonte cerco di spiegare tutto nei termini che conosco, ma non riesco a fare tutto.

PARENTI - Se tu mi dici che tutto è fatto di energia, io metto l'energia al posto della plastilina universale... Che tu sia partito identificando l'energia con una forma e poi ne fai il materiale universale pur non volendo, sono problemi tuoi.

FRATTINI - Siamo andati nei circuiti elettronici ben oltre ai miliardi di cellule del nostro cervello. Ma non è emerso nulla che assomigli anche solo al modo di agire di un insetto. In realtà io non credo nemmeno all'emergenza.

PARENTI - Nel momento in cui tu mi ammetti, anche solo come ipotesi, che da una tua attività di trasformazione di cose possa emergere qualcosa che in natura si trova, vuol dire che stai pensando alle forme naturali come fossero forme artificiali. Primo Levi diceva giustamente che come chimico doveva rispettare una ricetta. Quando il pastore mette insieme la pecora ed il montone tu non dici che l'agnellino che nasce è artificiale: artificiale è solo l'occasione del concepimento. Il grano è naturale anche se lo pianti a macchina in file ordinate e col diserbante. La plastica è naturale: l'hai scoperta, hai scoperto una polimerizzazione; non l'hai inventata come le forbici. Le forbici durano di più a seconda del materiale con cui sono fatte, esistono perché esiste il materiale. Quello è il punto chiave. Il naturale ha in se stesso l'esistere e le capacità di agire. Il discorso dell'emergere non mi interessa, anche se sono stato anch'io condizionato a ragionare confondendo naturale e artificiale. Mi spiego l'origine delle specie allo stesso modo: in natura, in certe condizioni, si generano nuove specie.

PIFFERI - Faccio una domanda allo psicologo. Piattelli Palmarini riferiva che i giapponesi avevano fatto vedere a bimbi anche di 10 mesi dei giochi dove compare una vittima, che soccombe, e questo colpiva lo sguardo del bimbo. La conclusione sarebbe che il bimbo sa distinguere bene e male.

Per il resto, come chimico, penso che l'energia sia tutto, secondo il modello del big-bang. Dagli archeobatteri, situazione di semplicità - siamo arrivati, come capacità di elaborare, al MIT o a Princeton. Ci sono polimeri in natura, però la chimica ha fatto circa 10 milioni di prodotti nuovi. La chimica ha copiato la realtà naturale cercando di capirne i segreti. Nell'iperico perforato c'è una molecola che ha poteri diversi in situazioni diverse. Il litio lo usa lo psichiatra, ma anche un verme, in presenza di piccole quantità di litio, si comporta come coloro che hanno vita più lunga perché più rilassati... e potremmo inserirlo nei vegetali come utile alla nostra salute e benessere (tra l'altro si commettono molti meno reati). Questa complessità, anche se non riusciremo mai a spiegarla, è meravigliosa.

RUBINO - La questione del bambino si può spiegare su due livelli: filogenetico ed ontogenetico. Per quello filogenetico, sembra che l'uomo, per sopravvivere, abbia sviluppato l'istinto altruistico di collaborazione, che potrebbe esprimersi nella compassione che un bambino prova per un altro bambino che sta soccombendo. Per quello ontogenetico, un bambino, se sufficientemente amato dalla mamma fin dai primi giorni (riesce ad autoregolarsi dal punto di vista emotivo grazie alla regolazione della mamma, colla quale entra in sintonia), introduce dentro di sé qualcosa che potremmo chiamare, anche se in modo incompleto, amore o interesse. Se invece il bimbo introducesse in sé una frustrazione, questo darebbe origine alla rabbia ed alla aggressività. Gli studi attuali stanno passando dal paradigma dello sviluppo psichico basato sulla libido (Freud) ad un paradigma basato sostanzialmente sulla interazione emotiva. Senza dimenticare gli altri aspetti.

PIFFERI - Allora l'educazione diventa fondamentale anche per il comportamento dell'individuo? In tribunale ne terranno conto?

RUBINO - Il giudice ne può tener conto, ma dal punto di vista legale resta fondamentale se al momento del reato questa persona era capace di intendere e volere. La questione dell'importanza dell'apprendimento rispetto alla genetica mi interessa in quanto studioso. In linea teorica che l'uomo abbia una apparenza normale, dietro la quale si possa celare veramente tanto, ad esempio una rabbia omicida, in qualche maniera è come un tassello di un mosaico più complesso. Il mosaico è bello, ma c'è un tassello che in situazioni critiche fa esplodere tutto. Un esempio sono le anoressiche, che sul piano intellettuale sono persone brillanti; ma se vai ad indagare sugli aspetti sottostanti della personalità, trovi una visione molto particolare. Il drogato ha un sentimento di vuoto che deve assolutamente riempire (a partire dal bere e dal fumare).

FRATTINI - Perché c'è questo senso di vuoto?

RUBINO - Il sentirsi come un naufrago aggrappato ad un pezzo di legno, per un trauma improvviso ma anche per una serie di piccoli traumi. C'è anche la logica del tutto e subito, del non riuscire a sopportare ulteriori frustrazioni.

PARENTI - (A Frattini) Dalle stringhe a queste situazioni c'è molta strada da fare. Il mio problema non è se sia possibile completare questa strada, ma di metterci da un punto di vista che non renda impossibile questo completamento. Il punto di vista tuo mi va benissimo se devo studiare i robot o la tecnologia, ma per guardare la chimica, la botanica, gli animali e l'uomo devo andare dall'altro punto di vista, dove il tutto giustifica le parti e non viceversa. Anch'io sono condizionato dal punto di vista tuo, ma almeno posso capire di esserne succube.

RUBINO - Tu stai auspicando un approccio alla realtà ed all'uomo filosofico.

PARENTI - No, diverso. Per me è scientifico.

FRATTINI - Per lui, tra filosofia e scienza non c'è differenza.

RUBINO - Vorrei capire come faccio a definire il tutto naturale?

PARENTI - Il criterio è che le parti sono virtuali, mentre nel tutto artificiale è dall'esistenza delle parti che dipende l'esistere del tutto. Le parti virtuali sono come quelle per cui chi sa saltare un metro e mezzo sa saltare anche misure minori.

FRATTINI - Se smonto l'orologio, non funziona più.

PARENTI - Ma, se lo monti, funziona perché tutti i pezzi sono al loro posto. Anche il tutto naturale deve avere i pezzi al loro posto, ma i pezzi ci sono perché c'è il tutto: l'esistenza delle parti nel tutto è virtuale. S. Tommaso, elencando le parti virtuali o potenziali della prudenza, dice: "esattamente come dall'anima razionale dipende il sensitivo ed il vegetativo". Nel De ente et essentia ti dice che la corporeità dipende dall'anima.

FRATTINI - Le parti sono virtuali rispetto al tutto perché da sole non esistono. Esistono in quanto facenti parte del tutto.

PARENTI - Tu riesci ad immaginare il tutto omogeneo, e dici che se esiste il cerchio esiste anche il semicerchio, altrimenti avresti solo una linea curva che non è un semicerchio. Ma sul fatto che il tutto possa avere parti virtuali non quantitative, ma di tipo differenziato, lì ti blocchi. Mi blocco anch'io. Ti voglio solo far riflettere. Perché è contro il tuo modo di pensare, contro quello cui sei stato abituato fin da bambino... Se però prendi certi autori, per loro era normale fare questo discorso. L'evoluzione e la complessità possono esserci state, ma non vanno confuse con quello che sto dicendo: non identificare le forme naturali con delle forme artificiali.



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