Bologna, 7 maggio 2013


Agli amici degli

Incontri Interdisciplinari


Carissimi,

              ci rivedremo lunedì 20 maggio, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala rossa”, cui si accede da Via San Domenico 1.

Proseguiremo la nostra ricerca da un punto di vista che per molti anni abbiamo trascurato, e cioè quello della psichiatria, della psicologia e della psicoanalisi.

Animerà la serata il Dott. Giuseppe Rubino, che ringrazio a nome di tutti

In attesa di rivederci, un cordiale saluto



Fra Sergio Parenti O.P.



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Breve resoconto dell'Incontro Interdisciplinare del 20 maggio 2013

a cura di fra Sergio Parenti O.P.



RUBINO – Vi presento dei pensieri espressi in libertà, anche se con un fondamento – lo dico sottovoce – “scientifico”. Parlare di “scientifico” per la psicoanalisi è problematico, perché si cerca un fondamento ed uno statuto epistemologico che ancora non abbiamo. Inoltre mi sto affacciando al mondo delle neuroscienze, il che comporta le difficoltà del passaggio da una disciplina ad un'altra. Il tema principale è quello dell'affettività: quel collante fatto di emozioni, di affetti non coscienti e solo più tardi di sentimenti coscienti, che tiene insieme fin dal periodo fetale il divenire della personalità nel proprio contesto di ambiente.

Il tema dell'affettività è nuovo, anche per la psicoanalisi. Fino ad ora il paradigma della psicoanalisi è stato quello della libido, mentre recentemente essa si sta orientando verso il paradigma degli affetti e delle emozioni, di cui si occupano anche le neuroscienze.

Ci sono aspetti consapevoli della affettività, ma vi è tutto un mondo non consapevole. Cartesio decretò la separazione della Res Cogitans dalla Res Extensa. Con quello che ne conseguì: una subalternità della cultura emozionale affettiva alla cultura razionale.

Oggi le Neuroscienze hanno dimostrato come entrambe le dimensioni, affettiva e cognitiva, siano congiuntamente correlate all'attività del cervello e che questo lavori in continuazione indipendentemente dalla coscienza e che a quest'ultima non rimane altro che raccogliere quanto elaborato altrove ed eventualmente metterlo in parole e fatti. La Psicologia dello sviluppo studiando sperimentalmente come si forma il pensiero di neonati e dei bambini piccoli ha dimostrato come esista un graduale e articolato passaggio tra affetto e cognizione e che questi due non sono processi sostanzialmente diversi. La Psicoanalisi da più anni ha teorizzato sulla base del proprio metodo clinico come dietro ai pensieri coscienti vi fossero elementi affettivi emozionali inconsci e come questi condizionassero il pensiero cosciente. Insomma: emerge il dubbio scientifico che la coscienza non possa essere considerata strumento precipuo della conoscenza e che invece vada considerata come uno specchio parziale, deformante e illusorio.

Anche la libertà va intesa come contenuta nelle spire dell'amore: è opportuno incominciare a pensarci non come individui isolati, ma come valori nodali di una rete di relazioni complesse. Al potere, in scienza e coscienza, interessa che l'uomo sia consumatore di merci e merce egli stesso. Penso tuttavia che il riflettere insieme all'interno della comunità intorno alle tematiche del mondo interiore e il promuovere una pratica di incontri e confronti affettuosi e piacevoli possano illuminare gli uomini nell'analisi della realtà. Ho il timore invece che, bypassando la concretezza degli incontri fra le persone cioè impedendo agli occhi di incontrarsi, alle voci di ascoltarsi e sentirsi, ai volti di guardarsi, alle mani di toccarsi, cioè rinunciando a quel patrimonio iniziale che ci struttura dall'inizio della vita – e ho in mente quella interazione sensoriale e percettiva con la propria madre – arrechiamo una ferita alla nostra affettività e alla nostra umanità come se privassimo la nostra persona di sostanziali risorse. Questi aspetti non sono poetici, sono desunti dalle neuroscienze. Il cervello del bambino si modifica e si struttura in base all'ambiente materno, e di tutto ciò noi non abbiamo coscienza. Affettività non è solo affettuosità: c'è anche l'odio.

Io sto parlando, a voi stanno giungendo le mie parole, il contenuto e il significato di esse, ma soprattutto la mia voce, il tono e il ritmo di essa. E a me giungono i vostri sguardi, la vostra attenzione o disattenzione, la vostra postura, l'atteggiamento: cioè sta passando tra noi una intensa comunicazione che non è soltanto verbale,oscillante dal piacere al dispiacere, dalla simpatia all'antipatia, dalla gioia alla noia: insomma, una comunicazione fatta di emozioni e sentimenti, di cui non abbiamo una immediata e completa consapevolezza. Cioè fra noi sta intercorrendo una interazione fatta di elementi informativi e di elementi affettivi strettamente congiunti. Stiamo immagazzinando e memorizzando molto di più di quello che possiamo immaginare. Sarà il corso di questa interazione emotiva, il grado della sua temperatura affettiva, l'elaborazione personale all'interno del proprio mondo interiore, che alla fine costringerà la ragione, a sua insaputa, ad emettere un giudizio sulla vicenda: mi interessa, non mi interessa.

Esistono studi precisi sul ruolo delle emozioni nei processi di apprendimento e memorizzazione attraverso la loro azione sull'amigdala e l'ippocampo.

È tuttavia soprattutto nell'ambito familiare che si gioca l'educazione dell'individuo e lo si prepara al suo destino.

Gli studi più recenti hanno mostrato l'importanza della relazione del bambino con i genitori. E soprattutto dello stato emotivo della madre. A buon senso ci arrivavamo tutti a queste conclusioni. Quello che è significativo è aver potuto osservare tramite PET come i due emisferi dx, fin dall'inizio, pulsino in sintonia, come se dialogassero; naturalmente non con le parole ma con le emozioni e i sentimenti. Entrambi sembrano ricercare una autoregolazione attraverso una sintonizzazione affettiva. Naturalmente la quota più grossa della partecipazione affettiva la mette la madre. Al piccolo basta la predisposizione neurale. Inoltre per completare la cosa, se pur molto parzialmente, sappiamo che il bambino utilizza quanto proviene dalla madre per la strutturazione dei suoi circuiti neuro e psicobiologici.

Insomma: è come se la mamma scaricasse programmi dal proprio cervello a quello del bambino per permettere a questi di elaborarli in base al suo programma genetico. E sono programmi affettivi.

Forse affinché le madri possano dare il meglio di sé, così da garantire la sopravvivenza della specie umana, ci si è attrezzati nel corso dello sviluppo evolutivo con l'organizzazione della famiglia, ovvero con la presenza del padre, il terzo che così costituisce e definisce il più solido gruppo, istituendo di pari passo la legge. Alla madre la gestazione della creatura, al padre la gestazione della diade (madre e figlio).

Oggi alcune correnti di opinioni, non dico di studi, affermano che del padre se ne possa fare a meno. Io non lo credo proprio: 1° perché il padre è attrezzato sul piano neuro-psicobiologico e filogenetico alla interazione sintonizzante, per cui dobbiamo fare i conti con il suo bisogno e desiderio; 2° perché egli è presente nell'immaginario della mente della donna che, amata e amante, in virtù delle proprie risorse affettive predispone il proprio mondo interno all'accoglienza di lui, il nuovo, il differente, il diversamente abile: tutti elementi catalizzanti il pieno divenire del proprio sé tra cui il figlio.

In realtà il primo concepimento avviene nella profondità della mente e la sessualità è il veicolo emotivo. La sessualità dunque non è al primo posto (come diceva Freud) nella teoria della mente, ma è un aspetto conseguente alla mente e all'esperienza interattiva madre-bambino. Questo a mio parere può spiegare di più anche le patologie della sessualità. Senza dimenticare però il ruolo della sessualità nella sopravvivenza della specie.

Questo sviluppo non è solo e sempre sotto l'egida dell'equilibrio chimico fisico e della sintonia psicoemotiva. Cioè del tutto va bene. Fin dall'inizio dello sviluppo, anche del più ottimale, c'è uno scarto tra la spinta propulsiva, il desiderio, il sistema motivazionale e la sua realizzazione. Dolore e frustrazione sono inevitabilmente sempre presenti e operativi e strutturano un'area di negatività che può essere la causa di tanti imprevisti comportamenti inadeguati. E mi riferisco non solo a quelli di pertinenza psichiatrica, ma anche e soprattutto a quelli attinenti alla variabilità, a quelli che sottolineano i normopatici, ovvero noi qui presenti, cioè quelli che si giocano faticosamente la vita nei vari segmenti del tempo e dello spazio.

Ci sono tratti caratteriali che mi paiono essere molto spesso presenti in ognuno, per cui diventano degni di attenzione, di analisi e di discussione. E mi riferisco a quegli aspetti narcisisti, di autoreferenzialità, che si strutturano attorno al sentimento della onnipotenza. Dire sentimento è improprio, perché nessuno lo sente, ma è sicuramente pervadente a livello inconscio. L'individuo pare arroccato nelle proprie certezze indiscutibili, arrogantemente autosufficiente quanto maldestramente efficiente, illusoriamente espanso sui circuiti del godimento immediato, della serie stimolo risposta, diffidente di relazioni e di scambi alla pari, se non in vista di un proprio profitto, appiattito sul proprio tempo presente e incapace di immaginare il futuro.

Una riflessione sul rapporto di coppia: l'uno di fronte all'altro, un narciso che si specchia nell'altro, ognuno si aspetta la conferma dall'altro di quello che pensa di se stesso: che quello specchio d'acqua gli rinvii quanto sei bello, bravo, giusto; non c'è tempo e capacità di cogliere le differenti peculiarità dell'altro.

GOZZOLI - Noi abbiamo però bisogno di una conferma da parte dell'altro.

DE RISO – Lui però parla di un uso strumentale.

RUBINO – Il bambino è oggi al centro della famiglia, un piccolo idolo.

BERTUZZI – Oggi parlano di neuroni a specchio, che sarebbero a fondamento di questo rispecchiamento che abbiamo nell'altro.

RUBINO – All'inizio se ne parlava per gli automatismi motori: ti vedo fare un'azione e i miei neuroni capiscono quello che stai facendo, e capiscono anche dove andrai a finire con quello che stai facendo: la intenzionalità. Poi si è passati alle aree sensoriali emozionali: potrebbero essere la base della cosiddetta empatia.

CENACCHI – Parrebbe che si annulli il libero arbitrio, perché l'attività del cervello precede la presa di consapevolezza.

BERTUZZI – Quando lessi Freud pensavo che, se uno è condizionato dal suo inconscio, negasse la libertà. Oggi si parla di questo elemento come di una sorta di seme che uno liberamente porta a sviluppo: può esserci una base inconscia, istintiva o anche somatica, ma non è che questo ci condizioni.

RUBINO – Per il libero arbitrio mi pare che, con la ricerca, siamo ancora in alto mare.

Altro aspetto comune e caratterizzante il mondo affettivo della persona è l'aggressività con le sue manifestazioni di odio, rabbia, rancore, invidia. Aggressività che quando si pone come strumento del Narcisismo rivolge la situazione improvvisamente in tragedia svelando quel nucleo di grave malessere e sofferenza celate nella persona manifestamente normale. E mi riferisco ai fatti delittuosi commessi e contro gli altri e contro se stessi.

Il messaggio che mi preme lanciare questa sera è di non temere il proprio mondo affettivo nella misura e nel modo in cui si può riconoscerlo e farlo proprio, soprattutto gli aspetti negativi. L'importante è riconoscerli, affrontarli, o meglio provarci, in quanto l'impresa è veramente ardua. Si tratta in fondo di tenere in mente l'esperienza degli Antichi riportata sul tempio di Apollo a Delphi: “Conosci te stesso”, complementare dell'altra esortazione preevangelica: “ama il prossimo tuo come te stesso”, ove amare è conoscere e sopportare i propri limiti per poter essere indulgenti con quelli degli altri. Questo, per me, è l'amore: se non capisci i tuoi limiti non puoi capire l'altro ed amarlo. In fondo sono tutte accorate indicazioni ad occuparsi del proprio cuore e della propria mente, oggi diremmo del proprio sé in relazione all'altro, della propria mente emotiva che è una struttura relazionale, per avviare un processo di elaborazione e trasformazione personale. Peggio sarebbe far finta che questi aspetti negativi non esistano in noi o che appartengano soltanto all'altro. Ancor peggio sarebbe pensarsi come i buoni, gli speciali, immuni da difetti e limiti.

Queste dinamiche aggressive, come la febbre per le malattie, sono una preziosa indicazione dei nostri limiti, ci avvertono della presenza del male nel mondo, preludio della finitezza, della malattia e della morte. Non è pessimismo, ma analisi della realtà per noi stessi e per i nostri figli. Hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae (frase scritta all'ingresso dell'aula di Anatomia patologica a Bologna). Quando il processo di elaborazione affettiva, cioè del riconoscimento e della trasformazione delle nostre emozioni ed affetti non procede, rischiamo di entrare nel tunnel dell'angoscia e da qui nella violenza. C'è un termometro, una cartina di tornasole che tutti noi potremmo usare per analizzare e diagnosticare lo stato di benessere malessere del nostro percorso esistenziale e della nostra società. Ed è la sessualità o meglio l'emozione sessuale.

PARENTI – Uno potrebbe dire che o c'è la res cogitans e la res extensa, oppure c'è solo la res extensa con i suoi automatismi oppure con le sue risposte casuali... Il prof. Micheletti parlava a noi frati della scuola di S. Tommaso che rinasce oggi nell'ambito della filosofia analitica e delle ricerche delle neuroscienze. La tesi di Tommaso, dell'anima “forma” unica del corpo, di fatto è stata trascurata o rifiutata. Invece la realtà della nostra natura è qualcosa che abbraccia insieme quello che chiamiamo “spirituale” (cioè non viene da generazione) e anche ciò che è generabile. Ma la parte fisica di me stesso, che perdo con la morte, viene dall'anima: io non muoio del tutto, ma resto come monco. Il Prof. Micheletti ci ricordava la frase di Tommaso commentando la prima lettera ai Corinti (cap. 15, lettura 2): “Anima mea non est ego”, che è in contrasto con Plotino, che dice che l'anima è lo “autòs”, cioè il sé, l'io. Il motivo per cui Tommaso dice così è che, se perdo i sensi, perdo la capacità di intendere e volere.

Dalla parte attuale del mio modo di esistere, che è il principio dell'agire, viene il mio agire corporeo, viene il mio agire di cui sono consapevole ma che non dipende da me, come il battere del mio cuore, viene anche un agire consapevole che tende a farmi decidere in un certo senso, ma che posso anche frenare (e questo è il mondo delle mie passioni). Ma la distinzione che facciamo non è specifica, quasi ci fosse la corporeità, poi la vitalità, poi l'animalità... La forma è unica: da essa dipende il tutto in modo potenziale o virtuale, come da un più dipende anche il meno. Su questo vi erano le liti con i francescani, per motivi teologici.

Infine, dove le mie passioni non mi condizionano al punto da non poter considerare anche altri aspetti, io esercito il mio libero arbitrio. Però il mio libero arbitrio si innesta su tutta una capacità naturale che è già determinata, fisicamente, anche se con aperture. Il Prof. Minelli diceva ai nostri incontri che non si capisce come mai l'uomo sia libero dai condizionamenti olfattivi dei mammiferi. Ci vogliono spazi di indeterminazione, ma ci vogliono pure orientamenti. Il tendere alla felicità è qualcosa di cui non possiamo fare a meno, ma poi la cerchiamo in cose diverse. E dietro a ciò vi sono i condizionamenti ricevuti, il patrimonio genetico...

Il fatto che con l'elettroencefalogramma riescono a capire che cosa deciderò come risposta ad un comando prima ancora che io ne diventi consapevole, non mi fa nessun problema. Però, quando il medico insiste che io smetta di fumare, ed io ci rifletto, ma dopo prendo il portafoglio e scendo in tabaccheria, il libero arbitrio c'è stato, anche se molto condizionato (lo chiederò allo psicoanalista: nella misura in cui la mia fantasia resta come legata ad un solo aspetto, e tale fatto precede la mia decisione, in quello sono scusato).

CENACCHI – Nel rapporto con gli altri il canale dell'affettività è importante anche nello stabilire la fine della vita. La Chiesa è contraria a situazioni come il caso Englaro, dove però manca il rapporto di interazione con l'altro.

PARENTI – Il computer può funzionare e la stampante no. Chi è stato in coma ed è uscito mi ha detto che capiva tutto.

CENACCHI – La morte cerebrale è una cosa diversa anche se il cuore batte perché attaccato ad una macchina. Invece il concetto di minimi livelli di coscienza è diverso. Nelle condizioni non di morte cerebrale, ma di totale incapacità di trasmettere qualcosa, io pongo il problema.

RUBINO – La situazione non mi permette di escludere completamente delle informazioni sensoriali dall'interno. Io non so che cosa può percepire o elaborare. Sicuramente non ha coscienza, però... non sappiamo.

CENACCHI – La coscienza è una complessità di sistemi neuronali.

BERTUZZI – La coscienza è qualcosa di distinto dalla capacità di relazionarsi. Il sonno è uno stato di coscienza, anche se non ci si relaziona con gli altri. Anche il coma: chi ne ritorna dice di essere stato cosciente. Dovrebbe essere importante il legame tra la sfera affettiva e quella conoscitiva, tra parte corporea e pensiero: questa separazione oggi è molto osteggiata. La fenomenologia distingueva tra corpo e corpo vivente, usando in tedesco due nomi diversi. Heidegger partì dalla situazione affettiva (la condizione esistenziale dell'uomo, che è quella di sentirsi gettato nel mondo) per fondare la capacità di comprendere questa situazione affettiva: ciò che uno è e ciò che uno deve essere. Su questa comprensione si sviluppa l'interpretazione, che è la parte più conoscitiva, e il linguaggio stesso è legato a questo legame tra affettività, comprensione e interpretazione. Le due sfere (affettiva e conoscitiva, col linguaggio che ne emana) sono molto legate. Non si può trattare la nostra parte corporea come un oggetto da studiare e analizzare, ma esso appartiene alla soggettività dell'uomo, a quell'io che è alla base della vita, dell'intelligenza, della sensibilità, della coscienza.

PARENTI – Allora solo il soggetto può giudicare se è morto o meno? Dal di fuori no?

DE RISO – Se usciamo da tempo e spazio, non sappiamo se in un altro tempo, più veloce o più lungo, questo possa avvenire. Io vengo fuori da un coma irreversibile. Due giovani laureati, miei coetanei, credendo che io fossi entrata in coma da poco, si diedero da fare, e furono rimproverati per questo, dovendo io essere un cadavere. Invece no, anche se ero entrata in coma dalla sera prima.

CENACCHI – Da certi coma si esce anche se l'elettroencefalogramma è piatto. Viene definita la morte cerebrale quando per tre volte, a due ore una dall'altra, si riscontra tutta una serie di situazioni (anche la Chiesa approva). Da lì non ci si risveglia. Il coma è un'altra cosa.

RUBINO – Un soggetto in coma che non sia morte cerebrale che diritti ha?

BERTUZZI – L'anima sarebbe principio della vita. Non è l'anima che si sovrappone al corpo, ma l'anima forma il corpo: lo diceva Edith Stein. L'anima non è intesa come un elemento puramente oggettivato, ma come il principio in base al quale il corpo mi appartiene, fa parte di un io.

RUBINO – Possiamo dire che questo corpo è animato da amore, dal rapporto iniziale madre-bambino. Questa esperienza iniziale io non la chiamo anima, la chiamo affettività: che diritti dà al nuovo soggetto? In forza di questi primordi un corpo vicino al coma ha dei diritti? Se è l'affettività che forma il corpo...

BERTUZZI – La componente sociale contribuisce a sviluppare la vita. Inoltre il rapporto di amore con la madre non è basato sulla coscienza, ma è quasi una simbiosi …l'amore è come l'energia che accompagna la composizione della vita.

RUBINO – Possiamo dire “anima”?

BERTUZZI – Un conto è la persona come soggetto ontologico, un conto sono le manifestazioni psicologiche esterne, che emanano, ma non sono fondative dell'essere.

PARENTI – La relazione può essere fondata sull'azione, ma non va confusa con essa: la relazione di padre e figlio non implica il perdurare della generazione. L'anima è “atto primo”, diceva Aristotele. Le azioni vitali sono l'atto secondo. Io posso essere un matematico (atto primo) anche se sto guardando una corsa alla televisione; se mi metto a fare dei conti divento matematico in atto secondo. Io sono vivo anche se sono del tutto incapace di relazionarmi agli altri.

STIRPE – Rubino ha detto che l'anima è l'affettività: è allora un sentimento? Anche l'odio è un sentimento. L'anima può essere odio?

RUBINO – Stavo cercando una analogia di linguaggio.

BERTUZZI – Lui si esprime in termini psicologici, io in termini ontologici. L'anima è ciò che fonda, presiede e accompagna tutti i fenomeni della vita.

PARENTI – Il mondo della res cogitans segue la linea platonica per cui l'anima è motore, è vis quaedam insita rebus. Invece quello che io sono ha due aspetti: uno è principio delle mie capacità d'agire, un'altro è quello per cui, morendo, diventerò certe determinate cose. Chiamo, per metafora col mondo dell'artefatto, la parte potenziale “materia”, la parte attuale “forma”, e dico che l'anima è forma. Ma questo non implica che stia esercitando tutte queste operazioni.

STIRPE – Allora anche gli animali hanno un'anima.

PARENTI – Certo, anche le piante. Tutto ciò che muove se stesso. Che poi la parte attuale dell'uomo non sia solo nel genere di ciò che è generabile e corruttibile viene dedotto dal fatto che la ragione umana non può avere un organo, perché l'organo agisce per trasformazione in quelle caratteristiche che deve far conoscere (l'occhio agisce come una camera oscura, l'udito deve essere sgombro da risonanze in atto, ecc.): se la ragione umana è fatta per conoscere la natura dei corpi, il suo organo non potrebbe essere un corpo.

STIRPE – Se la mia anima, nell'al di là, dovesse incontrare le anime degli animali che ho ucciso...

PARENTI – Solo l'anima dell'uomo è, parzialmente, ingenerabile ed incorruttibile. L'anima non è qualcosa: l'uomo è qualcosa. Se l'agire dell'uomo non è legato totalmente all'essere generabile e corruttibile, allora anche l'uomo, parzialmente, non lo è. Da dove viene l'uomo? Da generazione e... da mistero, dice Aristotele. E quando muore? Lo stesso.

CENACCHI – Istintivamente penso che Rubino non abbia dato una interpretazione solo psicologica. L'affettività – l'anima – è anche odio. Per me l'anima è qualcosa che c'è finché ci siamo noi. Nel momento in cui sarò morta mi affido alla fede. Il discorso di Aristotele non è un discorso scientifico.

PARENTI – Ma è logico.

BERTUZZI – Identificando l'anima con l'affettività, riduco l'anima ai suoi effetti. Dicono che anche le piante avrebbero affettività. Hanno un'anima in quanto hanno la vita.

PARENTI – La pianta reagisce per un meccanismo fisico, non per un fatto conoscitivo. Il mito del riduzionismo è spiegare tutta la vita come fosse un robot. Ma l'artefatto dipende dall'arbitrio dell'artefice, mentre anche a livello chimico, il chimico deve rispettare la ricetta che gli impone la natura, se vuole ottenere un risultato.

PIFFERI – Basta un granello di polvere per far precipitare in forme regolari la soluzione sovrassatura. Non è una informazione nel senso classico di Shannon, ma si trasforma in un ordine.

PARENTI – Noi provochiamo l'occasione, la natura agisce. Ma devo fare l'occasione giusta.

CASADIO – Il rapporto di affettività madre-bambino, il ruolo del padre, il ruolo della società... Storicamente, non stiamo tornando al concetto antico che i genitori danno l'anima al bambino, e l'anima sarebbe il frutto del rapporto genitori-bambino? Mancuso lo ha scritto di recente. Questo apre problemi giuridici sulla responsabilità dei genitori, e problemi sui giustificativi delle nostre azioni.

RUBINO – Il problema c'è. C'è un ritorno del filone dell'apprendimento, e l'affettività rientra in esso. Però il bambino è capace di elaborare il contributo della mamma. Il contributo delle neuroscienze è che l'apporto della mamma modifica la microfisiologia del cervello.

GOZZOLI – E l'anaffettivita? Può essere assoluta?

RUBINO – Non direi in termini assoluti. Parlerei però piuttosto di alessitimìa: la difficoltà ad esprimere la propria affettività.

BERTUZZI – Oggi si denuncia il diffondersi di una sorta di unione di narcisismo e cinismo.