Bologna, 15 gennaio 2013


Agli amici degli

Incontri Interdisciplinari


Carissimi,

                  ci rivedremo mercoledì 30 gennaio, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala rossa”, cui si accede da Via San Domenico 1.

La volta scorsa il dibattito ci ha portati a riflettere sul mistero delle capacità operative delle più semplici cellule viventi e sulla incapacità dei nostro schemi di farcele meglio comprendere.

Ringrazio a nome di tutti Mons. Fiorenzo Facchini per aver accettato di animare il prossimo incontro. L'argomento, in continuità con quanto visto la volta scorsa, sarà:

complessità e finalismo.

Per chi fosse interessato, Mons. Facchini ha trattato questo argomento in un suo recente libro: “Evoluzione – Cinque questioni nel dibattito attuale”, Jaca Book 2012.



In attesa di rivederci, un cordiale saluto a tutti



Fra Sergio Parenti O.P.



________________________________________________



Breve resoconto dell'interdisciplinare del 30 gennaio 2013

a cura di fra Sergio Parenti O.P.



RUBINO – Vorrei fare una domanda alla Rita. Il cervello, se stimolato, può aumentare anche nel numero dei neuroni. La cellula cerebrale può promuovere la trascrizione di nuove proteine che possono esprimersi in nuovi compiti, senza alterare la struttura genica (esperimenti di Kandel). Questo poteva accadere anche migliaia di anni fa. Chiedo se questa mutazione cerebrale, dovuta all'ambiente, possa aver fatto evolvere l'uomo in una certa direzione.

CASADIO – Io parlavo di batteri. Diamo la parola a Facchini.

FACCHINI – Questo è un caso particolare di un discorso più generale, che dovrei fare questa sera, a proposito della complessità e del finalismo. Questo argomento porta al discorso filosofico. Teilhard de Chardin vede tutta l'evoluzione cosmica e biologica come una crescita di complessità, dal livello atomico e molecolare fino ai sistemi viventi. Diceva: non semplice aggregazione di elementi o ripetizione geometrica di strutture, ma combinazione di elementi da cui nasce una struttura caratterizzata da autonomia. I punti principali sono due: il passaggio alla vita ed il passaggio all'uomo. Già dopo il big bang ci sono state aggregazioni, e sul nostro pianeta possiamo vedere l'evoluzione dei viventi come aggregazione di strutture in cui molti elementi interagiscono tra loro. Queste aggregazioni si sono svolte nel tempo a partire da forme ancestrali più semplici. Non è difficile riconoscere questo processo, che però non è lineare, ma pluri-direzionale. La complessità può essere letta sia nelle più numerose e maggiori interazioni degli elementi che si aggregano, sia nell'autonomia dall'ambiente e nella possibilità di reagire ad esso. Lo sviluppo del cervello mostra entrambi gli aspetti. Teilhard e altri hanno cercato di stabilire degli indici di cefalizzazione. Il maggior grado di cefalizzazione è quello dell'uomo. Questa crescita di complessità non è caotica, ma neppure lineare. Nell'ambito degli artropodi abbiamo vari taxa. A partire dai cordati riconosciamo diverse linee evolutive: quella dei primi pesci e quella di chi si rende indipendente dall'acqua (anfibi, rettili). Il problema è quello di cercare le cause della direzionalità. Ci possono essere direzionalità che vengono messe in relazione a fattori ambientali. Ad esempio le serie evolutive. Quella del cavallo ha portato dalle forme che avevano cinque dita a quella attuale dei perissodattili, con un solo dito. La serie dei giraffidi, quella dei proboscidati... si ha l'impressione che molto dipenda da cambiamenti di ambienti.

Il problema delle cause di crescita della complessità (non il fine): dove possono essere viste? Possiamo pensare che l'abbassarsi della temperatura abbia portato alle prime aggregazioni. Diciamo per via di proprietà o forze della natura. Ma quali sono le condizioni in cui ciò avviene? Che cosa può aver portato ad aggregarsi i mattoni della vita? La teoria proposta da Darwin per la formazione delle specie, estesa a tutto il processo evolutivo dei viventi, è la teoria delle mutazioni benefiche selezionate dall'ambiente. Il modello che si può riconoscere viene ritenuto valido ed esplicativo per la formazione delle specie, ma per tutta l'evoluzione vi sono dei dubbi. La biologia dello sviluppo (evo – devo) mette in evidenza che, se la casualità entra, ci sono delle restrizioni che portano ad una data canalizzazione delle strutture che evolvono: lo sviluppo avviene solo in certi modi. Perché? Ci sono regole d'ordine? La bilateralità, il rapporto aureo nelle ammoniti, ma anche certe proprietà a livello dei cristalli... ci sono rapporti geometrici ben precisi. Senza invocare fattori soprannaturali, possiamo riconoscere che dobbiamo cercare ancora, perché non conosciamo. La biologia evolutiva dello sviluppo pone alcune domande. Perché le scolopendre adulte hanno sempre un numero dispari di paia di zampe? Perché il numero delle vertebre cervicali delle giraffe è sempre lo stesso degli altri mammiferi? Ci sono convergenze evolutive, ad esempio per la struttura metamerica del corpo dell'artropode: regione encefalica, regione toracica, regione degli arti. I geni che regolano questa segmentazione del corpo, negli artropodi come nei vertebrati, sono gli stessi, anche se essi hanno avuto epoche di sviluppo diverse. Il lupo marsupiale e quello placentato, con evoluzione diversa, convergono, e non può essere per caso: devono esserci piste o canali.

Le cause della crescita della complessità non sono chiarite, e se i darwinisti dicono di averle chiare è perché applicano un solo modello a tutto, ma non c'è spiegazione adeguata. La cefalizzazione, la crescita del cervello, si spiega solo col modello mutazione – selezione? O anche con quelli suggeriti dall'epigenetica? Potrebbero esserci geni inespressi che poi si esprimono. Non conosciamo le cause.

Pochi anni fa uscì il volume di Piattelli Palmarini e Fodor sugli errori di Darwin. Qualcheduno ha detto che hanno esagerato. Sono atei dichiarati e quindi non volevano fare un favore alla religione, assumendo la loro posizione critica. Hanno suscitato la reazione di coloro che vedono la sintesi darwiniana come un dogma intoccabile sufficiente a spiegare tutto. Credo che le cause siano più numerose. Vi è chi parla di auto-organizzazione. Vi è chi vede il processo evolutivo come crescita di relazioni.

Nell'evoluzione si individuano, oltre alla complessità, delle direzioni e queste hanno permesso la nascita di serie nuove pur mantenendosi le serie precedenti, mentre altre volte le serie evolutive si sono fermate ed altre volte sono arrivate ad oggi ma con la stessa struttura di milioni di anni fa.

BERTUZZI – Il Nautilus è rimasto, mentre le ammoniti sono sparite.

FACCHINI – Mi chiedo in che misura l'insieme possa manifestare un finalismo. Occorre parlare di caso e di evoluzione. Nella concezione darwiniana tutto è casuale nel manifestarsi delle novità. Ma non è male ricordare quanto già Aristotele e poi altri dissero: il caso può essere l'intersezione di due o più serie causali, indipendenti, nel produrre un certo effetto, che dunque era imprevedibile. Ma casualità non significa assenza di causalità, bensì imprevedibilità. Dal ripetersi di eventi casuali si possono avere regolarità anche di ordine cognitivo, che la statistica studia. Scardovi ne parla in quel libretto che conoscete.

La direzionalità può rivelare delle finalità intrinseche: se guardiamo l'ontogenesi individuale, ci sono relazioni che regolano determinate strutture, che si trasmettono e rinnovano, come il programma genetico che contiene quello che si sviluppa successivamente: non si può negare che ci sia un principio finalistico intrinseco al processo stesso. Monod e Jacob parlavano di teleonomia, per non parlare di teleologia. Ayala, che aveva una formazione domenicana, parla di teleologia interna, per evitare di parlare di una mente esterna, umana o divina. Ma una qualche relazione finalistica nessuno la nega. A livello invece evolutivo, cioè nelle modificazioni che si formano nel tempo, secondo Dobzansky (credente ma convinto darwinista) c'è una orto-selezione: la selezione determina le direzioni evolutive. Mentre alcuni parlavano di ortogenesi, cioè una evoluzione orientata dall'interno, nel senso più lamarkiano della parola, Dobzansky parla di ortoselezione, come anche Jacob: le direzionalità nell'evoluzione si sono formate per la selezione.

Anche nelle serie evolutive dei cavalli, delle giraffe, dei proboscidati e anche degli ominidi ci devono essere state variazioni a livello genetico che poi sono state selezionate dall'ambiente. Mi sembra quindi che si possa parlare di principio finalistico che troviamo in natura a livello di ontogenesi. Ma viene da chiedersi se, nell'insieme, si può riconoscere anche un orientamento nella natura. Ma questo passaggio va oltre, mi sembra, le possibilità dei metodi della scienza, e va a finire in un terreno filosofico.

PARENTI – La fisica di Aristotele è fisica o filosofia? La divisione che abbiamo fatto noi, finisce per fare della filosofia un genere letterario (Facoltà di Lettere e Filosofia). Anche Papa Lambertini fondò la Pontificia Accademia delle Scienze, intendendo per “scienze” solo quelle matematiche, fisiche e naturali.

FACCHINI – La domanda è questa: si può riconoscere nella relazione di causa ed effetto che vediamo, a livello di programmi genetici o anche di strutture che si formano, un principio finalistico intrinseco alla natura? Restano poi le spiegazioni delle strutture abbastanza precise anche a livello geometrico.. Ma un principio finalistico, intrinseco alle forze della natura, mi sembra difficile negarlo, senza che si debba cercare una mente esterna.

Il problema diventa più ampio se uno lo estende a tutto il sistema della natura ai vari livelli: sia nell'aggregazione degli atomi per le molecole; nell'aggregazione delle molecole per le cellule; nell'aggregazione delle cellule per gli organi e gli organismi... In questo caso è sufficiente il finalismo intrinseco della natura o c'è qualche cosa d'altro? Che cosa implica questo “qualche cosa d'altro”? Potrebbero essere sufficienti le leggi della natura sulla relazionalità: capacità di stabilire relazioni che possono dare luogo a strutture nuove? Questa relazionalità si riallaccia alle proprietà della materia (gravità, forze nucleari, ...)? Da queste proprietà della natura si arriva alle strutture dei viventi con tutto quello che possiamo riconoscere oggi in questo ambito?

Poi la novità richiede anche una coincidenza con determinati fattori esterni, condizioni che favoriscono e consentono il mantenimento di un certo tipo di aggregazione. Tutto questo, nell'insieme, consente di vedere un sistema che finisce per avere un senso: potrebbe far pensare che all'origine di tutto vi possa essere una mente esterna. Se c'è una razionalità nella natura, che la scienza descrive, che si realizza in forza di una relazionalità, questo pone il problema di una mente esterna. Queste sono istanze di tipo filosofico, non scientifico - empirico. Il teologo Ganoczy dice che il discorso relativo al fine ultimo dell'evoluzione non può cadere nella sfera della scienza empirica: il finalismo viene visto a posteriori, non a priori. Vittorio Possenti chiede: se l'evoluzione è orientata ad una crescente complessità, quale metafisica è più idonea ad offrire una spiegazione a questo? Per Possenti la dottrina di San Tommaso sul rapporto tra materia e forma, se ben compresa, mette in luce una tendenzialità metafisica della materia prima verso forme diverse, che diventa tendenzialità evolutiva se le si aggiunge la dimensione temporale. Si può ritenere – chiedo io – che questa tendenzialità emerge o si spiega dalla relazionalità? Molti scienziati e filosofi riconoscono che la razionalità scientifica espressa nelle leggi e nelle proprietà della materia rimanda ad una mente superiore. D'altra parte la visione cristiana della natura è legata alla creazione non come ad un momento iniziale dopo il quale ognuno va per la sua strada, ma è vista come una creatio continua, nel senso che Dio come Causa Prima sostiene nell'esistere tutto quello che esiste e che opera: “cause seconde” attraverso le quali Dio può realizzare un progetto. “Causa seconda” è la genetica, il caso, i fenomeni geologici, i cambiamenti dell'ambiente... Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice che Dio è la Causa Prima che opera nelle e per mezzo delle cause seconde.

PARENTI - “Per mezzo” non vuol dire mediazione: Dio agisce immediatamente sull'esistere e l'agire: come dal centro di una sfera, dove sulla superficie ci sono tutte le catene causali, necessarie e contingenti. Dio è al di fuori della distinzione di necessario e contingente. L'agire di Dio non è mediabile nemmeno come strumento.

FACCHINI – Dio non agisce come le cause efficienti seconde. Un teologo spagnolo dice che in questo contesto Dio potrebbe aver giocato ai dadi.

STIRPE – Secondo me c'è una razionalità nella natura, basata su un principio di economia: in natura c'è solo quello che serve, non c'è niente di superfluo. Mangiando dello zucchero, uno lo metabolizza con una certa velocità. Se aumenta la quantità, lo metabolizza più rapidamente. Se la diminuisce e poi fa una mangiata di zucchero non lo riesce a digerire. Ci sono degli enzimi, che sono proteine estremamente costose da fare, e l'organismo cessa di produrle quando non gli servono. Quanto, nella evoluzione, può essere dovuto a influenze esterne che hanno provocato dei cambiamenti che per selezione, per caso o per altro motivo si sono mantenuti? L'aspetto delle persone anziane è cambiato; la statura media è aumentata. Se poi dietro a questo ci sia una mente superiore non lo so, ma sono convinto che in natura ci sia una legge semplicissima, tanto semplice che non riusciamo a capirla.

PARENTI – Il fatto che ci sia la catena delle cause seconde non toglie che ci sia una Causa Prima che è immediata su tutte le cause seconde. Non possiamo mettere l'una a sostituto delle altre, eccetto quando Dio fa i miracoli. I sostenitori dell'Intelligent Design pretendono che Dio faccia miracoli sostituendo le cause seconde. Il miracolo è una eccezione, non la normalità delle cose.

FACCHINI – Dio diventa una causa seconda: è un declassare.

DE RISO – Abbiamo detto: “Evoluzione orientata verso una complessità”. Io direi che è quando ci troviamo di fronte a fenomeni di complessità e di come questa complessità si adatta, che possiamo vedere una evoluzione. È dalla complessità che può fuoruscire l'evoluzione.

FACCHINI – Prima si formano delle relazioni che si affermano e poi si conservano.

DE RISO – Per relazione intendo ciò che viene messo in comune. Nel mettere in comune una parte di sé, si riesce ad ottenere qualcosa di nuovo, a sé stante, che inizia l'evoluzione.

FACCHINI – Che manifesta l'evoluzione: manifesta che c'è stata la trasformazione.

DE RISO – La manifestazione ce l'ho quando ho già qualcosa di fatto. Nel momento in cui c'è la messa in comune c'è l'inizio.

PARENTI – Mettendo in comune la vita, dal batterio e dall'archea è nato l'eucariota con una sola vita: i componenti non posso separarli senza uccidere l'eucariota, e non riesco a recuperare i due viventi precedenti.

FACCHINI – Ci sono diversi tipi di aggregazione, in questo caso non reversibile. Emerge una struttura nuova diversa dalle due che l'hanno formata.

BERTUZZI – Facchini ha cercato le cause della complessità. Oggi si dice che l'evoluzione non solo della vita, ma dell'universo è avvenuta secondo un processo di complessificazione, che presenta delle direzione e quindi dei finalismi. L'ambiente sembra avere un ruolo importante, però il finalismo in soggetti che non possono finalizzare se stessi, va spiegato. In passato questa era una delle motivazioni per risalire a Dio. Se non si vuole direttamente ricorrere a Dio a quale altro motivo si può ricorrere? L'ambiente da solo?

FACCHINI – E' ragionevole cercare in una intenzionalità esterna, dal punto di vista filosofico, o è più ragionevole l'affermazione dei darwiniani che tutto si è autoformato? Anche questa posizione, però, è filosofica.

FRATTINI – Anche la filosofia deve partire non da ipotesi, ma da assiomi certi.

DE RISO – Un'autoformazione non esclude un elemento esterno. Non posso ritornare a me stesso, con una formazione, senza sbattere con un esterno.

FACCHINI – Per loro è un postulato.

BERTUZZI – Il fenomeno che noi notiamo, anche l'istinto degli animali, è un'intelligenza estrinseca, che va spiegato con qualche cosa d'altro.

PETERNOLLI – Faccio solo due esempi. Il modo col quale viene portata a termine la crescita del canguro: l'embrione si arrampica per i peli della madre fino a raggiungere il marsupio. Le bussole dei volatili permettono loro di vivere e prolificare.

FACCHINI – Non sempre c'è il principio dell'economia. Ad esempio nella diffusione dei pollini. Anche nella filogenesi umana pare che ci siano molte forme distinte dalla direzione delle scimmie, che però si sono poi estinte. Forse avranno avuto un ruolo.

STIRPE – Un'economia può essere anche collettiva. Ci vogliono molti semi per avere una pianta.

CASADIO – Ho una nozione, in fisica, di che cosa possa essere semplice e complesso. Una volta deciso che cosa è complesso, non posso però dire “più” o “meno” complesso. A meno che non mi si venga a dire che parlare di “complessificazione” significhi fare riferimento ad una evoluzione di numero di funzioni o in generale delle forme viventi. Il corredo genetico di una pianta è più abbondante del nostro. Dobbiamo riflettere sulla distinzione semplice-complesso. In fisica ha un senso preciso. Ma è complesso un batterio come è complesso un uomo. Faccio un po' fatica a stabilire una relazione tra l'aumento della complessità e l'evoluzione.

FACCHINI – Il sistema nervoso dell'uomo è più complesso: ha livelli di organizzazione che permettono funzioni... Una differenza che può non essere solo quantitativa.

PARENTI – Mi dicono che ho più batteri simbionti con me che non cellule del mio corpo. E io ho bisogno della loro vita per vivere. La complessità dovrebbe occuparsi anche di questo. Forse ci sono molti modi di intendere “complesso”. L'uovo di struzzo è una cellula sola!