Bologna, 5 marzo 2014


Agli amici degli Incontri Interdisciplinari


Carissimi,

ci rivedremo lunedì 17 marzo, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua "sala rossa", cui si accede da Via San Domenico 1.

Il dibattito sul libero arbitrio ci ha portati a desiderare maggior chiarimento sul ruolo della parte emotiva nel nostro agire. Il tema sarà quindi

emozionalità e coscienza

e la serata sarà animata da Elena Gozzoli, che dirige l'area di ricerca di filosofia e neuroscienze all'Istituto Superiore di Formazione e Ricerca in Filosofia, Psicologia e Psichiatria di Torino. La ringrazio a nome di tutti.



Un cordiale saluto in attesa di rivederci


fra Sergio Parenti O.P.

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Breve resoconto dell'Incontro Interdisciplinare del 17 marzo 2014

a cura di fra Sergio Parenti O.P.



GOZZOLI - Emozionalità e coscienza sono intimamente connessi, e non sono scindibili. Il rapporto mente-cervello va inteso come complementarità, non divisione in termini dualistici. Sono sistemi sinergici, interagenti, che vanno a definire la persona: la coscienza, i sistemi di memoria, la dimensione emotivo-affettiva, gli aspetti cognitivi e motivazionali... Ci consentono la comprensione di noi stessi, anche in relazione al mondo circostante: pensate all'identità, che non è un fatto scontato. Per Erikson l'identità è il sentimento soggettivo di coerenza e di continuità personale e culturale, che si fonda sulla continuità della propria esperienza nel tempo e nello spazio e sulla possibilità di percepire che gli altri hanno compreso la nostra identità. Nella coscienza implichiamo l'elaborazione dell'esperienza e si definiscono azioni e reazioni relazionali. La plasticità è la capacità di cambiare in base all'esperienza.

Antonio Damasio dice che la ragionevolezza di un processo decisionale non è poi così razionale. Le componenti della decisione non sono solo razionali. Dissociare e controllare i due aspetti è una illusione.

Per coscienza la nuova scienza intende uno stato di consapevolezza percettiva o di attenzione selettiva: consapevolezza di sé e di essere consapevoli.

Le definizioni di emozione sono tante. Sentimento, affetto, affezione; impressione viva, turbamento, eccitazione: dal punto di vista scientifico non ha un significato univoco. Per alcuni è l'aumento oltre una certa misura di un sentimento. Paul Ekman ha cercato di elencare le emozioni fondamentali (gioia, tristezza, rabbia, paura, inquietudine...) ma la questione è discussa. Per altri l'emozione è un sentimento accompagnato da attività motorie e ghiandolari; atto o facoltà del sentire; coscienza e consapevolezza di sé e dell'altro e modo di sentirlo dentro di sé; ogni moto dell'animo manifestato agli altri; modo di pensare e sentire e comportarsi moralmente; inclinazione sentimentale verso persone, animali e cose meno intensa dell'amore e più regolata della passione...

Dobbiamo fermarci su certi aspetti della dimensione della coscienza. Diversi autori hanno affrontato la natura biologica della coscienza, partendo dal DNA: Christof Koch, neuroscienziato computazionale, ad esempio. Ci si chiede se sia facile produrre un'indagine soddisfacente dell'esperienza cosciente. Pessimisti sono Colin McGinn, che ritiene che l'architettura del cervello non sia in grado di risolvere il problema. Searle e Dennett sono più ottimisti. Ma i processi biologici presentano un elevato grado di complessità, e la scienza, oggi, con le sue metodologie, è estremamente riduzionista mentre la coscienza è irriducibilmente soggettiva e risponde a criteri di complessità: le strumentazioni sono a monte inadeguate.

La coscienza ha due aspetti: unitarietà e soggettività. Per il primo abbiamo che le modalità sensoriali si fondono in un'unica coerente esperienza; la coerenza risolve stati di ambiguità che noi mal tolleriamo. La mia percezione è un tutt'uno anche quando la rievoco a distanza di tempo. Per la soggettività ognuno di noi esperisce un mondo di sensazioni intime, percepite come più reali di quelle vissute dagli altri, che possiamo mediare mediante oggettivazione.

Importante è anche l'empatia: la sincera disponibilità ad accogliere la soggettività dell'altra persona senza prevaricazione e liberi da pregiudizi, in base ad un criterio di neutralità. Una simile definizione è estremamente impegnativa. La sincera disponibilità è l'autenticità. Liberi da pregiudizio: non è facile. Nell'empatia noi tendiamo verso l'altro: tendenza ad una convergenza, mentre ci è impossibile, come persone umane, realizzare una coincidenza. La convergenza, se confrontiamo due figure, implica un'apertura, mentre la coincidenza determina chiusura dei margini e staticità potenziale, che non c'è nel tendere alla convergenza. Nell'incontro tra due persone abbiamo la possibilità di rinnovare le stesse in uno slancio di crescita che può far nascere, dall'incontro e condivisione tra tendenze, una unità nuova.

Quando consideriamo l'esperienza cosciente, la percezione è un aspetto. Il cervello non si limita a percepire il mondo esterno riproducendolo fedelmente, quasi fosse una fotografia tridimensionale, ma ricostruisce, ad esempio, una scena visiva utilizzando regole proprie. Scompone un oggetto ed elabora la forma in modo distinto rispetto al movimento o al colore, per poi ricostruire l'intera immagine secondo regole proprie.

Eric Kandel, Nobel per le scoperte in neurobiologia, dice che la nostra convinzione che le nostre percezioni siano precise e fedeli è un'illusione. La questione cruciale non sta nella percezione, ma nel significato che un determinato suono, odore, esperienza ha per noi. Si parla di neurobiologia di senso e significato, ma dobbiamo fare attenzione per via della visione riduzionista. Il fatto che l'esperienza sia esclusiva per ognuno di noi solleva la questione se sia possibile determinare oggettivamente caratteristiche di coscienza comuni a tutti.

Se i nostri sensi producono esperienze totalmente e individualmente soggettive, non possiamo giungere ad una definizione generale di coscienza basata sull'esperienza personale. La scienza non è ora in grado di affrontare determinate questioni perché la coscienza è irriducibilmente soggettiva e risponde a criteri di complessità. Quando abbiamo parlato di unitarietà, proprio Crick (che corresse l'articolo fino a pochi giorni prima di morire) e Koch, in un articolo del 2004, parlarono di "claustro": una lamina di tessuto cerebrale posta sotto della corteccia, che sarebbe il sito in grado di mediare l'unitarietà di coscienza. Il claustro scambia informazioni con quasi tutte le regioni sensoriali e motorie della corteccia ed anche con l'amigdala, che è importante nell'elaborazione emozionale. Eric Kandel cercò di fare un passo avanti valutando la comparazione di percezione conscia e inconscia di uno stesso stimolo. Stimoli consci e inconsci attivano regioni diverse dell'amigdala. Noi abbiamo due amigdala, una per ogni lato del cervello, ma si parla di amigdala al singolare in quanto svolgono più o meno le stesse funzioni. Cosa scoprì? Che nell'ambito delle emozioni come in quello delle percezioni uno stimolo può essere percepito consciamente e inconsciamente. I sistemi mentali inconsci fanno parte del sistema di elaborazione delle informazioni. Per inconscio intendiamo implicito, non consapevole (non nel senso della psicoanalisi). Gli elementi impliciti, di cui non abbiamo consapevolezza, risultano altrettanto importanti di quelli espliciti di cui abbiamo consapevolezza. Il fatto che non cogliamo una certa cosa non significa che essa non abbia influenza determinante nella nostra crescita ed evoluzione. Gli elementi consci non sono così scontati, perché il nostro pensiero è dotato di ambiti di distorsione cognitiva: l'illusione di controllo, ad esempio, l'ottimismo irrealistico...: siamo soggetti a produrre determinati tipi di pensiero che devono essere opportunamente valutati. Anche i meccanismi di difesa di cui si occupa la psicoanalisi presentano la loro problematicità, anche a livello conscio.

Come avviene la presa di coscienza di un sentimento? Si presuppone un senso di sé: abbiamo l'emozione, il sentire l'emozione ed il sapere di sentire quell'emozione. C'è una complessità crescente. Per identificare le basi neurali delle reazioni emotive è necessario suddividerle in operazioni mentali elementari: formazione di un'emozione, espressione dell'emozione, sensazione di esperienza soggettiva ad essa associata, adattamento del comportamento al contesto emotivo. Le emozioni intervengono anche nel nostro stato di salute. La salute non è solo assenza di malattia, ha definito l'Organizzazione Mondiale della Sanità, ma occorre anche lo stato di benessere cui contribuiscono fattori culturali e dimensioni sociali della persona. Un'emozione di per sé non è dannosa, ad essere dannosa è la mancata regolazione della stessa. Una persona può essere aiutata nella misura in cui riesce a provare i suoi sentimenti e riesce a manifestarli agli altri. Noi viviamo in una cultura che tende ad inibire l'espressione emotiva. In ambiente di lavoro una persona che esprime i propri sentimenti viene considerata inadeguata al ruolo. Si esige impassibilità e autocontrollo. D'altra parte, assistiamo ad eccessi di comportamenti emotivi, ad esempio il bullismo. Le droghe servono ad alterare il proprio stato per riuscire a gestire gli aspetti anche banali della quotidianità, per sentirci vivi. Possiamo avere carenza o eccesso di espressione delle emozioni. L'alessitimìa è la mancanza di parole per le emozioni: non si riesce a comunicare agli altri le emozioni, con parole o in altri modi. Le manifestazioni di aggressività rivelano un conflitto di contrapposizione esasperata: chi la pensa diversamente è un nemico da abbattere.

Stiamo impoverendo i nostri mezzi di comunicazione. La carenza di mezzi per comunicare diventa una carenza di comprensione e della capacità di ragionamento. L'intelligenza emotiva è la capacità di comprendere, esprimere e regolare le proprie emozioni. Comprendere un'emozione significa anche capire la propria relazione con il mondo. Le emozioni negative rimangono più a lungo, a volte sono indelebili. Per essere felici dobbiamo sapere anche che cos'è l'infelicità. La paura di confrontarci ci rende intolleranti, ci fa banalizzare il dolore e la sofferenza.

LeDoux ha parlato della sinergia tra linguaggio e memoria operativa. La working memory è ciò cui state pensando in questo momento e cui state prestando attenzione: una memoria a breve termine che si infiltra nella memoria a lungo termine, ed è coinvolta in ogni capacità di pensiero e di risoluzione dei problemi quotidiani. La memoria non è solo la rievocazione dell'esperienza passata: consente anche la gestione del presente e la progettualità nel futuro. Il ricordo non è cristallizzato: c'è un continuo rimpasto: anche nelle rievocazioni autobiografiche cambiano gli elementi e i significati che loro attribuiamo (Edelman parla di "presente ricordato"). La mente ci nasconde anche certe cose, e le emozioni prevedono questo tipo di distorsione.

La ricerca sulle emozioni si fa partendo dal comportamento emotivo. Per motivi etici gli esperimenti neurofisiologici vengono fatti su animali. Per gli esseri umani usiamo il self-report: le autovalutazioni. I comportamentisti radicali rifiutano tutto ciò che non può essere misurato. La psicoanalisi ci parla delle emozioni rimosse che ricompaiono. Quanto è attendibile un'autovalutazione? Donald Hebb ci dice che degli osservatori esterni risultano più attendibili rispetto a chi sta vivendo una determinata esperienza emotiva. Il ricordo di una esperienza emotiva è impreciso e l'utilità ricordata, ci dice Kanheman, non rispecchia necessariamente l'esperienza complessiva (utilità totale). Gli studi sulle distorsioni mnestiche sono molteplici. Cambiano gli elementi e i significati che produciamo nella rievocazione. I ricordi vividi di eventi criminali risultano inesatti. La psicoanalisi studia le false memorie. Gli elementi che caratterizzano il momento e le informazioni che già avevamo prima dell'esperienza insieme a quelle successive contribuiscono alla ricostruzione.

La fallibilità e la soggettività dell'introspezione hanno portato alla rivoluzione comportamentista. Watson la iniziò. Ciò che conta è solo il comportamento osservabile. Successivamente, la psicologia cognitiva ha ricondotto la mente alla psicologia studiando la mente senza ricorrere all'introspezione: studia i processi mentali e non i contenuti. Solo chi la vive, conosce l'esperienza emotiva, e forse neanche, come abbiamo visto. In questi studi vengono utilizzati self-report e questionari. Inoltre c'è la tentazione di cadere nel riduzionismo. C'è un sano riduzionismo nel produrre il dato, come metodo, ma senza voler rendere esaustiva la valenza del dato. Il riduzionismo, misurando e quantificando, può essere rassicurante perché ci consente un maggior controllo, che però non va portato all'esasperazione. Finché non abbiamo chiaramente definito, noi non sappiamo che cosa stiamo effettivamente provando.

BERTUZZI - Le problematiche principali sono la coscienza consapevole e inconsapevole. La coscienza è definita come stato di consapevolezza soggettiva...

GOZZOLI - "Percettiva": percettiva o di attenzione selettiva.

BERTUZZI - E questo presuppone una certa consapevolezza di quello che la coscienza elabora. D'altra parte si parla dell'emotività che per lo più è qualcosa di inconsapevole: si fa strada senza bisogno di essere richiamata dalla coscienza ed è problema fino a che punto la coscienza riesca a controllarla. Un esempio è il senso della vertigine: paura di cadere ed insieme attrazione a cadere, di cui posso essere cosciente ma che non riesco a controllare. Questa componente inconsapevole della vita cosciente viene estesa da molti fino a rendere la coscienza come qualcosa di illusorio. Potrebbe essere utile distinguere tra emozione e sentimento.

GOZZOLI - Il sentimento viene dopo l'emozione e l'espressione dell'emozione. Avere un sentimento non significa esserne consapevoli.

BERUZZI - Mi sfugge il rapporto che questi fenomeni hanno con il soggetto che in qualche modo dovrebbe essere colui che agisce (non sono le facoltà che agiscono). Però può esserci una paura di fronte ad un oggetto minaccioso ed anche una paura spontanea senza oggetto. Questa struttura personale ed interpersonale come viene impostata?

GOZZOLI - Non abbiamo definizioni esaustive. C'è comprensione di sé e dell'altro, ed anche incomprensione di sé e dell'altro.

RUBINO - La grande novità di questi anni è che l'affetto entra nella formazione del pensiero. C'è una certa identità tra affettività e cognizione. C'è la questione della mente: da una parte c'è il cervello, ma la mente? Per alcuni è qualcosa di distinto dal cervello. Ci sarebbe un aspetto mentale primitivo chiamato "engramma": aspetto sicuramente neurale, cerebrale, ma anche mentale, potenzialmente capace di auto-rappresentazione. La parola "coscienza", implicando consapevolezza, può sviare. Invece posso pensare ad un divenire della mente che alla fine sfocia in una consapevolezza. "Mente" ha una componente di non consapevolezza. Quando dormo la mia mente funziona alla grande, anche se non ne ho consapevolezza.

GOZZOLI - Molti studi derivano dalla ricerca sulla patologia. Nell'epilessia temporale la persona è come assorbita in un proprio mondo, per cui è presente con il corpo ma assente come persona.

RUBINO - La nostra coscienza è estremamente precaria: noi ci illudiamo di avere una capacità di coscienza, mentre è estremamente fluttuante da un massimo ad un minimo fino all'assenza. Vedere la coscienza come attributo della nostra persona è enfatizzare: la coscienza è una capacità, non un attributo.

PARENTI - Dal punto di vista della filosofia moderna, lo spirito è il dato di fatto, il mondo materiale è messo in dubbio. L'io è presenza a se stesso, condizione di possibilità di un giudizio (altrimenti sei incapace di intendere e volere). Dal punto di vista di San Tommaso (e di Aristotele), il problema non è così grave, però resta che il cervello non è l'organo dell'intelletto, ma dei sensi esterni ed interni: memoria, capacità di apprezzare come bene o male, sentir di sentire... e della fantasia che raggruppa tutti i dati. La razionalità dell'uomo non è l'intelletto degli angeli, ma ha bisogno dell'osservazione dei sensi, e senza i sensi non siamo capaci nemmeno di autocoscienza... Ne abbiamo già parlato. Per un idealista tutti i discorsi fatti sono falsi o almeno solo ipotesi. L'autocoscienza diventa il fondamento di tutto.

ARRIGONI - Nell'ambito socio-antropologico il rapporto con il dato si serve essenzialmente di due modelli: uno è voler estrarre informazioni per costruire un sapere in modo statistico-induttivo; l'altro è più interattivo e discorsivo. Si è parlato di complessità. O è l'irriducibilità ontologica, come la complessità irriducibile del vivente, oppure è una prerogativa di un sistema, che però è un molteplice, non è "uno". Il problema della libertà, dentro un sistema, è problema di imprevedibilità e non linearità. Qui il comportamentista, che si basa su stimolo e risposta, cerca una legge (modello estrattivo). Anche le bolle di un liquido in ebollizione sono un sistema complesso, una molteplicità. Se usiamo lo stesso modello in una irriducibilità ontologica come la nostra faremo una termodinamica dello psichico e non una libertà su cui costruire un'etica. Proprio perché l'uno e il molteplice sono irriducibili, se applico una epistemologia sistemica a qualcosa che sistemico non è, (e per sistema intendo l'organizzazione di parti per cui il rapporto fra sistema e ambiente è un algoritmo di azione e retroazione) si arriva ad antinomie.

BERTUZZI - Padre Paolo Benanti faceva notare la differenza tra l'agire di una formica da sola e quello del formicaio. La complessità non è riducibile ad un calcolo lineare, ma richiede altri parametri di interpretazione. Questi parametri annullano la coscienza e la personalità dell'individuo oppure la integrano? Questo è il problema.

PARENTI - In matematica parole come "non lineare" hanno significati precisi. E nei nostri discorsi?

SARTI - Da ingegnere devo dire che la presentazione fatta della non linearità è corretta. Stiamo parlando di tutta una serie di fenomeni e di enti che richiamano il problema della indecidibilità delle alternative, come diceva Gödel. Si pone il rapporto mente-cervello, per esempio, dove non si è capaci di stabilire un giudizio. La frontiera tra mente e cervello è indefinibile alle conoscenze attuali: la ragionevolezza dei nostri discorsi è messa in crisi.

CASADIO - Vorrei ricordarvi la cellula nervosa, dotata di una sua anatomia, biologia e capacità di azione. In quanto cellula, è un sistema complesso elementare vivente. Unità fondamentale del vivente definibile in base alla sua complessità ancora tutta da dirimere, anche se conosciamo tutte le molecole che stanno in una cellula. Di cellule di questo tipo nel cervello medio ce ne è circa 100 miliardi. Queste cellule devono comunicare, devono rispondere in maniera sincrona agli stimoli dall'esterno e tutto il flusso di informazioni che fa la coscienza ha una sua plasticità anche temporale. Grazie alla risonanza magnetica nucleare possiamo vedere la plasticità di tutte le connessioni che si distruggono e si creano in base ai comportamenti di area. Il mio cervello anzitutto è plastico: tutti i rapporti sinaptici tra queste cellule, che sono staccate ma comunicano mediante neurotrasmettitori, devono continuamente generarsi e rigenerarsi. Questo a parità di genoma che ognuno ha. Sembrerebbe poi che, quando porto modifiche al genoma, nel progredire delle ere le caratteristiche vengano trasmesse in modo lamarckiano alla prole. Chi mi garantisce la verità? Se ognuno ha le sue esperienze, la verità è un patto sociale? L'auriga che deve dirimere tra le passioni dov'è? Dov'è la ratio?

SCIMÈ - A questo punto io, che avevo il sentore che ci fosse la verità, sentendo questi discorsi mi chiedo: ma esiste la verità?

PARENTI - Mi dai la tua borsetta? C'è il portafoglio dentro? Ecco, è mio!... C'è la verità?

PETERNOLLI - Ho avuto l'impressione che la relatrice prevedesse la possibilità di distinguere mente e cervello. Invece ho qui tre o quattro articoli del Sole 24 Ore, scritti da autori riduzionisti per i quali non esiste coscienza, non esiste libertà, ecc. Poche settimane fa a Roma hanno tenuto un convegno proprio sul rapporto intelligenza-cervello. Tra i relatori c'era un certo Ramón Lucas Lucas, professore alla Gregoriana e al Regina Apostolorum. Agostino diceva che è quasi più difficile comprendere l'unione dell'anima col corpo che non il mistero dell'Incarnazione. Ci sono scienziati invece intenti a dimostrare che il libero arbitrio è una illusione, la coscienza è un epifenomeno del cervello e la mente è un fascio di neuroni. A queste affermazioni Ramón Lucas oppone, fra l'altro, che l'uomo pensa con l'intelligenza, non col cervello, che non è l'organo o la causa del pensiero, ma solo la condizione necessaria. L'intelligenza si serve del materiale offerto dai sensi per formare i concetti. La risposta al problema della verità mi sembra possa trovare risposta perché è nell'ambito dei concetti. Che il cervello non sia l'organo dell'intelligenza è dimostrato dal fatto che l'intelligenza pensa il proprio cervello, lo analizza, lo guida, richiedendogli che fornisca alcune immagini e non altre: questo è segno che l'intelligenza non pensa con il cervello: con lo stesso atto non potrebbe pensare il cervello e pensare con il cervello. L'intelligenza si pone in qualche modo al di sopra del proprio cervello, perché lo può pensare.

STIRPE - Non riesco a capire la distinzione tra cervello e intelligenza: se ledo il cervello, questo non funziona. Ad esempio, non riesco più a muovere un arto. E diciamo che il cervello è all'origine del movimento. Sono portato allora a concludere che anche sentimenti e capacità intellettive abbiano la loro origine nel cervello. Si pone il problema di come quel mucchietto di cellule sia capace di generare affetti ecc. Meglio fare un atto di umiltà e dire che non lo sappiamo.

PARENTI - Vi avevo mandato la bozza della prova che l'intelletto non può conoscere mediante trasformazione di un organo, a patto che l'oggetto dell'intelletto sia capire la natura delle cose corporee, generabili e corruttibili. Perché l'organo della conoscenza deve venire trasformato riguardo a quella caratteristica che ci rende conoscibile l'oggetto (es.: il colore per la vista), e per essere trasformato non deve avere già quello che deve diventare: non si apre una porta già aperta, ma chiusa. Se le cose sono intelligibili in quanto corporee, l'organo dovrebbe non essere corporeo per diventarlo nella trasformazione... Così dice Aristotele nel terzo libro del De Anima. Allora io non sarò del tutto appartenente a questo mondo di cose generabili e corruttibili, anche se la mia intelligenza funziona solo se funziona il cervello.

SCIMÈ - Mi interesserebbe molto parlare della capacità di prendere una decisione e quindi dare un giudizio. Se le capacità di valutare non sono trasparenti e limpide verso se stessi, allora ci sono grossi problemi. Se la prossima volta potessimo parlare della capacità delle persone di educarsi al giudizio e alla valutazione, mi interesserebbe molto. Anche perché un altro elemento molto importante è l'attendibilità, e tutto il dettaglio del flusso che porta alla decisione, o al ricordo o alla valutazione, da cui dipendono i fraintendimenti che portano a scelte sbagliate, anche collettive. Ed anche il problema dell'illusione.

GOZZOLI - Si tratta di rendersi conto di determinati assunti a assimilarli nelle procedure. Ad esempio: si chiede ad una persona di svolgere più compiti contemporaneamente in un periodo di tempo protratto. Questo basta ad alterare i dati, ad alienare un operatore. La filosofia deve entrare nella logistica.