Bologna, 10 gennaio 2014


Agli amici degli Incontri Interdisciplinari


Carissimi,

ci rivedremo lunedì 20 gennaio, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua "sala rossa", cui si accede da Via San Domenico 1.

Dopo che Susanna Scirè Frattini ha portato la nostra attenzione su che cosa sia un uomo responsabile, il problema si è spostato sulla

differenza tra responsabilità e libero arbitrio.

Ho proposto allora di portare all'attenzione di tutti quanto il mio confratello P. Servais Pinckaers scrisse a proposito della differenza tra libertà di indifferenza e libertà di qualità (Le fonti della morale cristiana, Ares, Milano 1992, ormai introvabile). L'originale in francese (1985, Editions Universitaires Fribourg Suisse, Les sources de la morale chrétienne) credo si trovi ancora.

Un cordiale saluto

fra Sergio Parenti O.P.


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Breve resoconto dell'incontro interdisciplinare del 20 gennaio 2014

a cura di fra Sergio Parenti O.P.



PARENTI - Vorrei illustrarvi la libertà d'indifferenza e quella che il padre Pinckaers ha chiamato "libertà di qualità", che è il libero arbitrio secondo san Tommaso ed Aristotele. Leggo pp. 389 ss. :

La linea di demarcazione tra le due concezioni della libertà che andiamo a studiare è tracciata, storicamente e sistematicamente, dalle interpretazioni date alla prima parte della definizione di libero arbitrio trasmessa da Pier Lombardo alla teologia occidentale: "Il libero arbitrio è la facoltà della ragione e della volontà per la quale si sceglie il bene con l'assistenza della grazia, o il male senza questa assistenza".

L'inizio di questa definizione consente due interpretazioni diametralmente opposte. Ispirandosi all'analisi aristotelica della scelta, san Tommaso aveva spiegato la libertà come una facoltà che procede dalla ragione e dalla volontà, che si riuniscono per comporre l'atto di scelta, formato così da un giudizio pratico e da un volere.

La scelta è dunque un atto della volontà preceduto dal "consiglio", che è un atto della ragione, e dal giudizio valutativo di ciò che è meglio.

Per san Tommaso il libero arbitrio non è una facoltà primaria; esso presuppone l'intelligenza e la volontà. Esso si radica dunque nelle inclinazioni alla verità e al bene che costituiscono queste facoltà.

Questo comporta l'accettare che vi siano in natura delle tendenze. Il modo di ragionare di Aristotele è che ogni ente ha la sua operazione. La natura di ogni cosa sarà quella che ha quelle operazioni: nell'uomo la natura è razionale. Ci sono anche operazioni comuni: sia io che un sasso, su una bilancia, abbiamo lo stesso effetto, però la sua natura dà al sasso cose che io non ho e così la mia: quando dico che entrambi siamo corpi non dico che abbiamo la stessa natura. Se un'operazione non va in porto, l'ente è frustrato, il che è un male. Dunque ogni ente tende al proprio bene, alla propria perfezione. Ma noi abbiamo equiparato le realtà naturali a realtà artificiali (Dio artefice), per motivi teologici. Voi capite che la materia di un artefatto non ha alcun ordine a questa o quella forma artificiale, e nemmeno il materiale viene frustrato se l'artefatto viene male: solo l'artefice è frustrato. Si stacca così il concetto di bene e di fine dal concetto di natura. Nel momento in cui Galileo fa trionfare la fisica matematica, e la matematica non considera la causa finale ("mathematica non sunt bona", diceva Aristotele, che però ammetteva una fisica matematica), sparisce del tutto il concetto di tendenza naturale ad un fine.

Al contrario, Occam sostiene che il libero arbitrio precede la ragione e la volontà, in quanto le spinge ai loro atti, perché io posso liberamente scegliere - egli dice - se conoscere o no, se volere o no. Il libero arbitrio è, secondo Occam, la facoltà primaria, anteriore all'intelligenza e alla volontà quanto ai loro atti.

... La libertà si pone come un postulato, come un fatto primario dell'esperienza umana. E infatti costatiamo che, quale che sia la decisione dettata dalla nostra ragione, la nostra volontà può seguirla o meno (Quodl. I, q. 16).

Il fatto dell'incontinente, che fa i propositi buoni e poi fa il contrario, come quando mi propongo di stare a dieta, è il motivo per cui Occam dice che c'è la libertà, non la schiavitù di un vizio.

A partire da questa esperienza, come possiamo definire la libertà? La libertà risiede tutta nel potere, che è proprio della nostra volontà, di determinarsi tra gli opposti, e ciò a partire da sé sola, cioè tra il sì e il no, tra ciò che detta la ragione e il suo contrario, tra volere e non volere, agire e non agire, tra ciò che ordina la legge e il suo contrario, ecc. La libertà consiste, dunque, in una indeterminazione o una indifferenza radicale della volontà nei riguardi degli opposti, per cui essa produce il proprio atto in maniera del tutto contingente. Come dirà Gabriel Biel, la libertà è essenzialmente la potenza dei due opposti. Essa è qualificata dall'indifferenza tra gli opposti.

La concezione di libertà di indifferenza prese piede ovunque, anche tra i tomisti e tra i molinisti, loro avversari nella disputa sulla predestinazione. Un teologo ortodosso del Monte Athos, Nicodemo Agiorita, si oppose a questa concezione: come si fa ad attribuire a Dio la capacità di fare il male? Questa era anche una obiezione antica. Ma riprendiamo alcuni passi del P. Pinckaers.

A differenza della libertà di indifferenza, la libertà di qualità ha come origine e come fondamento le principali inclinazioni della natura umana, che perciò bisogna studiare in modo più preciso. Esse formano la base della legge naturale e della fonte di energia che si diffonderà e si svilupperà nelle virtù. (pag. 468)

I principi dell'atto umano non sono solo gli habitus (buoni o cattivi), ma pure le passioni, che sono atti dell'istinto, con tutto ciò che di organico vi si trova e che uno può studiare osservando il cervello. Anche Occam sapeva che la passione può creare dei problemi. Ma per lui la razionalità era distinta da tutto ciò che è fisico. Le passioni possono essere tentazioni, non principi dell'atto del libero arbitrio. Questa posizione crea problemi e crisi: pensate al problema della masturbazione negli adolescenti.

La principale difficoltà risiede nella nostra abitudine di contrapporre la natura e la libertà come realtà contrarie. Concependo ciò che è libero come dipendente unicamente dalla nostra decisione volontaria, come totalmente indeterminato prima di essa, siamo portati a rappresentarci ciò che è naturale come ciò che è in anticipo determinato in modo necessario. Perciò non si vede come si possa conciliare e mettere insieme ciò che è naturale con ciò che è libero. (pag. 469)

Il linguaggio corrente ci può venire in aiuto. Quando parliamo di fame di verità o di sete di felicità, noi usiamo spontaneamente una analogia che applica allo spirituale parole prese in prestito da un desiderio biologico. Quest'ultimo può certamente diventare un ostacolo alla libertà per la sua pesantezza e i suoi eccessi, ma sappiamo bene che non è lo stesso per il desiderio della verità: meglio conosciamo la verità e più siamo capaci di sfuggire alle costrizioni fisiche, di agire liberamente. Come dice san Tommaso, l'uomo si distingue dagli animali proprio per la conoscenza degli elementi della propria azione, che lo rende capace di formarla liberamente.

Allo stesso modo, a nessuno verrà l'idea di sostenere che i doni naturali che ha un artista siano un ostacolo o un limite alla sua libertà. Piuttosto, si penserà che l'ideale, nelle arti, è di raggiungere il naturale. Non si apprezza molto un'opera che sa di costruzione e di artificio, che non ispira il senso naturale della bellezza. (pag. 471)

Anche il termine "inclinazione" esige una messa a punto. Esso infatti implica un certo orientamento che sembra contrario all'indeterminazione della libertà, alla sua "indifferenza". Qui nuovamente deve intervenire l'analogia. La tendenza biologica, come la fame e la sete, indirizza l'appetito in modo determinato e costruttivo. Tuttavia esiteremmo a considerarla contraria alla libertà, perché alimentando il nostro corpo manteniamo il vigore fisico necessario alla nostra azione. Le inclinazioni spirituali non sono affatto restrittive della libertà, ma piuttosto la provocano e la sviluppano, in realtà. Colui che ha inclinazione per una persona, per una virtù, per una scienza o per un'arte, costata che la sua libertà è eccitata dall'amore che avverte anziché limitata dal fatto di questa determinazione.

Quanto all'inclinazione alla verità e alla felicità, essa ci dà il potere di superare ogni limitazione e così ci orienta verso la perfetta libertà. L'inclinazione spirituale è una determinazione interiore che rende liberi.

Noi cerchiamo per natura il bene, ma conosciamo solo cose buone. Anche Dio, che sarebbe il bene, lo conosciamo male. Però possiamo capire che, idolatrando qualche cosa che non è Dio, facendone cioè il nostro bene irrinunciabile, noi stiamo sbagliando. Si capisce di peccare anche se si dubita dell'esistenza di Dio. Ecco perché l'inclinazione alla verità e alla felicità ci dà potere di superare ogni limitazione e ci orienta alla perfetta libertà.

Il termine "determinazione" che abbiamo appena usato è, d'altra parte, anch'esso analogico, a seconda che la determinazione giunga alla volontà dall'esterno o dall'interno. La determinazione interiore di una volontà è una manifestazione della sua efficacia e della capacità di imporsi e di durare. È il segno di una libertà tenace.

Il fatto di non mantenere le promesse non è segno di forza di volontà, ma di debolezza.

Vediamo così come l'uso delle parole sia delicato per quanto riguarda la libertà. Tutto avviene come se la concezione che ci si fa della libertà (di indifferenza o di qualità) modificasse segretamente il significato di tutti i termini che utilizziamo per parlarne. Le inclinazioni naturali di cui tratteremo ora costituiscono perciò la spontaneità spirituale dell'uomo. Sono all'origine dell'agire volontario e libero e, di conseguenza, della morale.

... L'istinto della verità e del bene, che è presente in noi, e che è in fondo un istinto di Dio, intrattiene perciò con la libertà un rapporto diverso dall'istinto animale al quale pensiamo dapprima. Esso crea la libertà, che non può esistere né svilupparsi effettivamente senza di esso. (pagg. 472-473)

Se non ci fossero queste tendenze necessarie, comprese quelle delle passioni, non avremmo il libero arbitrio.

Come la vita dell'intelligenza è dominata dalla cognizione dell'essere, che si esprime nella ragione speculativa con il principio primo che non si può affermare e negare nello stesso tempo, che non si può essere e non essere, così la vita della volontà è costituita dalla percezione del bene che ha ragione di fine per essa e che si esprime nel principio della ragione pratica: "Bonum est faciendum et prosequendum, et malum vitandum". Tale è il principio della legge naturale che sta alla base di tutti gli altri. Questi determineranno ed esporranno minutamente il bene propriamente umano, secondo le componenti della natura umana e le inclinazioni che queste generano. ...

Queste inclinazioni svolgono, per mezzo della ragione pratica, il ruolo di princìpi paragonabili ai princìpi primi della ragione speculativa. Secondo san Tommaso, questi princìpi sono conosciuti da tutti, anteriormente a ogni ricerca e formulazione; si potrebbe dire intuitivamente.

Nella logica del modus ponens, i primi principi sono le prime ipotesi, e dunque sono meno certi delle conseguenze. Qui non parliamo di questi.

Servono da premesse a tutte le ricerche e a tutti i ragionamenti riguardanti il bene dell'uomo. Senza dubbio, non tutti arrivano a formulare esplicitamente questi princìpi, e si potrebbero anche negare le proposizioni che li esprimono; ma queste inclinazioni vivono e agiscono ugualmente, pur nella loro negazione, perché operano in noi a una profondità che sfugge al fermento delle idee. (pagg. 475-476)

Come chi nega il principio di non contraddizione e pretende di aver ragione si sta auto-negando, cioè usa come valido ciò che dichiara non valido, così il diavolo, quando bestemmia, è costretto a obbedire al dover cercare un bene e fuggire un male: deve cercare un aspetto di bene in quello che fa.

Le morali moderne ci hanno abituati a concepire il bene come ciò che è conforme alla legge morale, ai suoi comandamenti, e il male come ciò che è contrario alla legge. Poiché questa legge è intesa come una serie di imperativi emanati da una volontà esterna, l'idea di bene si modella su quella dell'obbligo morale e tende a diventare statica ed estrinseca come quella. Il bene si restringe, si indurisce e si impoverisce. Perderà specialmente una delle sue dimensioni principali separandosi dall'idea della felicità, addirittura contrapponendovisi, come se fosse necessario eliminare la considerazione della felicità per fare il bene. (pag. 477).

a) A livello dell'inclinazione naturale al bene, il principio "bonum est faciendum, malum est vitandum" esprime direttamente questa inclinazione, e significa: ogni uomo desidera spontaneamente ciò che gli appare come buono ed evita spontaneamente ciò che avverte come cattivo; ... In effetti è una legge non trasgressibile nella sua origine: l'uomo non può fare a meno di aspirare al bene e di fuggire il male che percepisce e prova. Questa reazione naturale esiste anche nell'azione cattiva.

PETERNOLLI - Ma chi avesse scelto il negativo... dove va a finire?

PARENTI - Cerca la soddisfazione della sua voglia, la sua autoaffermazione, anche se a parole nega.

b) A livello della scelta concreta, il principio "bonum est faciendum, malum est vitandum" è ordinato all'azione specifica. È a questo livello che si porrà la questione morale riguardante la scelta: il discernimento tra il bene vero e il bene apparente, tra il male vero e il male apparente ... (pagg. 491-492)

Nella complessità della natura umana, tra i principi dell'atto morale non c'è solo l'intelletto e la volontà nella loro astrattezza, ma si determinano con i cosiddetti habitus che uno costruisce con le sue decisioni; ci sono le passioni: un istinto fatto apposta per non dire l'ultima parola, salvo quando perdiamo la capacità di intendere e volere. C'è bisogno di educare la nostra affettivitè per sottometterla, altrimenti facciamo solo quello che ci sentiamo. Occorrono la temperanza per l'attrattiva dei piaceri ed il coraggio per superare ciò che ci fa paura. Il Libet vede, prima che arrivi alla cosiddetta coscienza, l'opera di questi istinti che partecipano alla costruzione della mia scelta. Certamente l'idea della res cogitans e res extensa non ha più senso, anche se ci vorrà tempo prima che questo passi al comune sentire.

PETERNOLLI - Ci sono scelte di distruttività nelle quali l'autosoddisfazione di cui parlavi non pare così evidente.

PARENTI - Come fosse un masochista razionale, non può non cercare un bene. E questo lo fa arrabbiare. S. Tommaso dice che ogni creatura, sotto certi aspetti, ama Dio più di se stessa. Io lo spiego con l'esempio del figlio drogato, che picchia i genitori per farsi dare i soldi, ma se arrivano i ladri li difende a rischio della vita. Si tratta di un amore interessato: se uno potesse uccidere Dio noi daremmo la vita per salvarlo.

RUBINO - Le inclinazioni istintive mi fanno pensare ai geni. Alcuni pensano che l'uomo abbia selezionato un patrimonio genetico impostato alla cultura matriarcale (solidarietà, accudimento, collaborazione pacifica), questo nel paleolitico superiore - neolitico. Gli uomini vivevano cacciando e raccogliendo, senza agricoltura. La discontinuità sarebbe arrivata con l'agricoltura, che rende stanziali, permette più cibo, allevamento del bestiame, porta alla proprietà ed alla divisione. Da qui la cultura patriarcale, predatoria, con la competizione. Da qui il diabolico.

PETERNOLLI - Caino era agricoltore.

RUBINO - Parlano anche di caduta, e questo mi fa pensare alla cacciata dal paradiso terrestre come caduta nella conflittualità. A mio parere i condizionamenti antichi e recenti sono tantissimi, per cui non c'è il libero arbitrio. Mi ha colpito anche la definizione del libero arbitrio che sceglie il bene se c'è la grazia. Ho l'impressione che la questione del libero arbitrio sia emersa dalla prospettiva di fede.

PARENTI - In una società, anche primitiva, si punisce chi ha fatto volontariamente una cattiveria, mentre chi non l'ha fatta apposta viene scusato.

RUBINO - Per me è tutta una convenzione, sono regole che ci siamo dati.

PARENTI - Ma le regole non le diamo a capriccio.

RUBINO - La motivazione fondamentale è la sopravvivenza della comunità.

PARENTI - A volte si preferisce perdere la vita che altre cose. Spesso il suicida non ha problemi di sopravvivenza. Ci sono altri beni, come l'amicizia. E c'è la responsabilità: per ogni legislazione ed anche nelle norme tribali. Il "bene utile" veniva distinto dal "bene onesto", perché il primo è solo un mezzo, e non lo si vorrebbe per se stesso, come la medicina amara; mentre vi sono valori che cerchiamo per se stessi.

ANTONIONI - Quando la natura viene vista come ostacolo al libero arbitrio, come per i nominalisti, il libero arbitrio diventa negazione della natura. Da qui nasce l'idolatria liberale della proprietà. Hobbes è seguace di Occam: in nome appunto della sopravvivenza fonda il patto sociale.

PARENTI - La storia di Caino e Abele è sempre attuale. Però la Bibbia dice che la caduta viene prima.

PETERNOLLI - Il riduzionismo mette la causa di tutto in qualcosa di materiale. Noi abbiamo imparato che lo spirituale non può non tener conto del materiale. Ma guai a fare il viceversa. Ci sono persone che continuano a dichiarare "arretrati" quelli che non fanno ricorso a cause tipo i geni e le loro relazioni, negando la possibilità che vi sia qualche cosa di più.

GOZZOLI - Questo è l'aspetto riduzionista all'ennesima potenza. Però gli studi sul cervello aprono ad una prospettiva di un universo che non ha chiusura. Dobbiamo restare in un'ottica di complessità. Dobbiamo cercare una integrazione. Devo avere un cervello funzionante per poter ragionare, ma occorre una complementarietà fra i vari aspetti. Occorrono nuovi codici comunicativi ed interpretativi. Il compito è di ciascuna disciplina, anche del teologo.

BERTUZZI - I canoni dell'analisi della libertà rimangono sempre quelli. La libertà richiede che vi sia una indeterminazione nell'agire dell'uomo: possibilità di agire in un modo o in un altro, di agire e non agire. Però un aspetto della libertà è anche la mia capacità di determinarmi in un certo modo, quando potrei fare diversamente. Se quando scelgo, non sono io che scelgo, ma un condizionamento psicologico o un meccanismo biologico che sceglie per me, allora non si può più parlare di colpa, di peccato o di responsabilità. Uno diceva che se l'uomo è libero, condiziona anche Dio che non sarebbe più onnipotente.

PARENTI - La Bibbia ci dice che questo non è vero. Lo dice attribuendo alla volontà di Dio il nostro peccato: Dio indurisce il cuore del Faraone e poi lo punisce perché ha il cuore duro. Questo non vuol dire che Dio voglia il male, ma che quando disobbedisco a Dio non rendo impotente la sua volontà. Nel dibattito sul libero arbitrio, Guglielmo di Occam ricorda che esiste per Aristotele un contingente indifferente (ad utrumlibet), esemplificato dal libero arbitrio, e se la prende con Averroè che dice che però uno agisce in quanto è determinato, dunque chi ha il libero arbitrio deve determinarsi per poter agire. Per Occam questo non era vero. A monte forse vi era San Bonaventura, che quando spiega il libero arbitrio dice che è la capacità riflessiva della volontà su se stessa che permette questa autodeterminazione. Anche il P. Bertuzzi parlava di autodeterminazione. Come la intendo? Se la intendo nel senso che c'è una facoltà umana che causa se stessa, si creano problemi tremendi. Come può una cosa essere causa di se stessa? Non si può fare una motore che produce l'energia che lo fa muovere. L'universo, se è come una macchina, da dove prende l'energia? Il famoso motore immobile: ci vuole un principio estraneo. Dicono che però nel campo dello spirituale, della res cogitans, ci sarebbe la capacità riflessiva. Però per spiegare che una cosa non può muovere se stessa, i tomisti usano una prova metafisica, diversa da quella che usa Aristotele nella Fisica: chi muove agisce in quanto è in atto, chi viene mosso lo è in quanto è in potenza, ma una stessa cosa non può essere in atto ed in potenza rispetto ad una medesima cosa, dunque nessuna cosa può essere causa efficiente di sé. Tommaso non aveva questo problema, perché metteva la causa dell'agire vitale non in una causa efficiente, ma in una causa formale: come il fuoco brucia per quello che è. Ma il vivente, per muoversi, deve però avere una articolazione di parti dove una muove (come causa efficiente) l'altra, senza violare il principio che non c'è una causalità efficiente riflessiva. Nemmeno Dio ha senso dirlo "causa sui". La tradizione platonica vedeva l'anima piuttosto come un motore. La natura stessa veniva considerata come vis insita rebus, come causa efficiente, come uno spiritello immanente. Da qui diventa più facile pensare alla volontà come causa efficiente che causa se stessa.

BERTUZZI - Ma tu riconosci alla volontà una capacità di autodeterminazione?

PARENTI - Sì. Ma non nel senso di chi si solleva da terra prendendosi per i capelli. Sono capace di costruirmi una scaletta e salire.

BERTUZZI - Ma l'azione è partita da me. L'uomo, come Dio, è padrone delle sue azioni.

PARENTI - Certo. Ma quali sono i principi degli atti umani? Non solo intelletto e volontà, ma pure gli habitus, le passioni...

PETERNOLLI - E poi siamo capaci di fare qualcosa perché Qualcuno ci sta facendo esistere con questa capacità.

RUBINO - Mi sto orientando verso una concezione dell'uomo che non ha colpe e non ha responsabilità. Questo non vuol dire che non debba cercare di essere responsabile, ma sono troppi i condizionamenti di cui non sono consapevole. Però devo cercare di essere responsabile. I filosofi, cercando degli assoluti, non ci hanno aiutato. La mente dell'uomo non è razionalità pura. Quando uno commette un crimine, è responsabile di fronte alla legge, ma se vado a rileggere la sua storia, lui non poteva fare diversamente.

GOZZOLI - E la capacità di intendere e volere?

RUBINO - Lui intende quello che sta facendo, ma non può non farlo. Io non lo ritengo responsabile. Lo ritengo un perverso.

PIFFERI - La dott.ssa Scirè aveva detto "scelgo perché conosco". La consapevolezza viene a monte. Poi la libertà dai condizionamenti deve essere una premessa necessaria. Vi ho parlato del Litio. Fino a poco tempo fa non si teneva conto di che acqua uno beveva. Noi invece oggi sappiamo che è diverso. L'indeterminatezza fa parte della nostra natura. Ma la base statistica della presenza di Litio nell'acqua ed i diversi comportamenti resta un fatto. La scelta deve essere cosciente. Liberi non si nasce ma si diventa e la retta ragione dell'uomo è libertà verso il bene. Se i condizionamenti non sono consapevoli, non possiamo essere responsabili.