Bologna, 15 aprile 2014
Agli amici degli Incontri Interdisciplinari
Carissimi,
ci rivedremo lunedì 28 aprile, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua "sala rossa", cui si accede da Via San Domenico 1.
Continueremo il dibattito su
emozionalità e coscienza
approfittando degli interrogativi rimasti aperti la volta scorsa.
Nell'imminenza della Santa Pasqua, assieme a P. Giovanni Bertuzzi, vi faccio cari auguri e vi ricordo nella preghiera.
Un cordiale saluto in attesa di rivederci
fra Sergio Parenti O.P.
Breve resoconto dell'Incontro Interdisciplinare di lunedì 28 aprile 20014
a cura di fra Sergio Parenti O.P.
GOZZOLI - Lei [Susanna Scirè Frattini] aveva posto la questione del giudizio. Questo argomento meriterebbe una serata a parte. Nel giudizio entra anche l'aspetto emozionale, ma non solo: ci sono studi anche sulle impressioni, sugli atteggiamenti e determinazioni del giudizio. La volta scorsa avevamo parlato della necessità di educarsi all'acquisizione delle competenze emotive. Una questione è la tendenza, che attualmente c'è, ad eliminare la sofferenza, il dolore. Non parlo del dolore fisico. Cioè non parlo del dolore localizzato, come quando uno si rompe una gamba, o del dolore delle malattie contro il quale si usano terapie adeguate. Invece, ad esempio, uno stato di lutto è una sofferenza interiore diversa, pur essendo qualcosa di fisico anch'esso. Noi cerchiamo di non riconoscere questi dolori e finiamo per non essere capaci di gestire questi dolori. Ci sono ragazzi che dicono: "Perché dobbiamo affrontare le tematiche di certi autori, che implicano elaborazione di sofferenza? A cosa serve il dolore?". Non è detto che, annullando il dolore, possano poi provare piacere. Si lasciano vivere.
BERTUZZI - Ad una settimana estiva ["La filosofia nei luoghi del silenzio": settimane estive a tema, che ogni anno P. Giovanni Bertuzzi organizza] mi trovai davanti ad un dibattito sull'eutanasia tra due persone. Quella che era favorevole all'eutanasia partiva dal principio che il dolore non è un valore, non ha una valenza positiva, non vale la pena di essere sopportato. Nell'impossibilità di evitarlo, diceva che uno può scegliere di togliersi la vita. Per chi può avere un valore la sofferenza? Certamente per motivazione di fede, come strumento di redenzione attraverso Cristo.
FRATTINI - Fino ad un certo livello. Livelli molto alti di sofferenza tolgono anche la dignità alla persona umana. Non so fino a che punto sia accettabile questo discorso, anche cristianamente.
BERTUZZI - Al di fuori di una prospettiva di fede, la sofferenza che valore può avere?
GOZZOLI - Di crescita.
SCIRÈ - Il dolore fine a se stesso?
GOZZOLI - Fine a se stesso, no. Ma se elabori determinati aspetti devi passare attraverso la sofferenza, e con questo cresci.
FRATTINI - Una cosa è il dolore di un lutto, una cosa è il dolore fisico.
GOZZOLI - Io ho distinto. La sofferenza ha anche un aspetto soggettivo, compresa quella fisica che puoi misurare. Ha un valore educativo, anche se mi pare chiaro che una sofferenza fine a se stessa non sia educazione.
SCIRÈ - Se una persona viene educata, o meglio addestrata, alla sopportazione del dolore, ad esempio del dolore fisico, a livello fisiologico l'organismo come compensa? Ricordo una persona che, per una patologia di tipo ortopedico, dai due anni ai 18 ebbe molti interventi alle ossa, particolarmente dolorosi. Nonostante questo è una persona ottima, mentre altre persone, per dolori molto inferiori, sono regredite.
GOZZOLI - Il cronico non guarisce mai, ha solo remissioni e recidive. La remissione non va confusa con la guarigione. Tu vivi con il tuo stato di cronicità, lo elabori e il tutto rientra nel tuo modo di essere. C'è chi "lotta contro" la malattia e vuole "sconfiggere" il male. Queste espressioni bellicose, in uno stato di cronicità, sono diseducative. Perché devi convivere col male e la malattia diventa parte di te. Vuoi sconfiggere te stesso? Devi convivere con nuovi significati che hai elaborato. L'elaborazione di una malattia cronica è paragonabile all'elaborazione di un lutto. Ci sono fasi in questa elaborazione. Non saranno nell'ordine che ha proposto Elisabeth Kübler Ross, che è una nota studiosa di questo, ma sono aspetti cruciali che devono essere affrontati (negazione, ribellione, ...) per giungere all'accettazione. Il dolore viene inserito in una determinata immagine di sé e lo si riesce a gestire in modo equilibrato.
SCIRÈ - Le risorse di una persona sono tante e sono anche imprevedibili: emergono solo quando le condizioni le rendono necessarie.
GOZZOLI - Lavorando in un reparto di oncologia, ho visto che due pazienti in tutto, su tutti gli altri, hanno ventilato l'ipotesi di una eutanasia. Gli altri, anche quelli che prima di ammalarsi dicevano che se si fossero ammalati probabilmente si sarebbero buttati dalla finestra, hanno invece reagito in modo ineccepibile. L'organismo ha trovato la forza di reagire.
BERTUZZI - Credo che ci siano due fattori. Uno è quello che hai evidenziato, l'altro è che l'elaborazione richiede del tempo, mentre noi viviamo in una cultura dove si vuole tutto e subito.
PARENTI - Si tratta anche di una questione di quattrini. L'eutanasia, mi dicono, diventerà inevitabile per necessità di mercato, in una società dove i vecchi diventano sempre più numerosi ed i pochi giovani devono lavorare ed anche accudire i vecchi.
BERTUZZI - Un altro fattore che permette di accettare la sofferenza è l'appoggio ed il sostegno degli altri. Affrontare il dolore e vederlo come motivo di isolamento dagli altri, perché ci si sente di peso, porta a desiderare di togliersi la vita.
PARENTI - Io però intendevo dire che i vecchi verranno "suicidati": è già iniziata la campagna sulla libertà e liceità di determinare quando e come morire. Non c'è nemmeno bisogno di nominare la liceità del suicidio. Basta che sia lecito che qualcuno ti possa aiutare. Dopo di che la struttura statale deciderà chi esegue. Diventerà come per l'aborto: due giornalisti, uomo e donna, si presentarono a chiedere di abortire, e subito fu loro concesso, senza nemmeno appurare se la donna fosse incinta (e non lo era).
PETERNOLLI - Il caso del suicidio assistito di chi dichiara di non poter più sopportare la vita è noto. Ma da una trentina di anni mi porto dietro un piccolo ritaglio di giornale che dice: "Sidney. Eutanasia per disfarsi degli anziani? L'enorme costo dell'assistenza agli anziani, che anche in Australia sono in forte aumento, potrebbe sfociare entro pochi anni nell'eutanasia volontaria. Così ha sostenuto l'accademico prof. ..., del Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Sidney, aggiungendo che l'omicidio calcolato degli anziani non è così assurdo come sembra. Il prof. ..., che parlava al Seminario Nazionale di studi sul futuro della famiglia, si è detto convinto che una generazione che ha prontamente accettato l'idea dell'aborto come mezzo efficiente e moralmente neutrale per il controllo della popolazione al livello delle nascite, accoglierà altrettanto prontamente l'eutanasia, prima volontaria e poi terapeutica, per disfarsi dell'eccesso di popolazione prossima al decesso". Più eloquente di così!
PARENTI - Perché Aristotele mette il suicidio tra gli atti di viltà? Cosa c'è di diverso tra il suo modo di ragionare ed il nostro? Io vedo solo che Aristotele vede piacere o dolore sempre legato alla presenza o assenza del bene. Io ho piacere del cibo e se me lo tolgono ho dispiacere, ad esempio. Invece noi parliamo di droghe per avere il piacere, parliamo di piacere artificiale e dolore artificiale. Abbiamo "cosificato" piacere e dolore come cose che si producono come le altre cose. Al topolino metto un elettrodo nel cervello, e gli metto un pedalino che, se viene spinto, gli fa arrivare una scarica elettrica che lo fa godere, e il topolino tutto il giorno pigia il pedalino. La gomma da masticare è "ricca di gusto", anche se non mangiamo nulla. Non è l'oggetto che ti fa felice, ma produci lo stato d'animo agendo sul suo supporto organico.
PETERNOLLI - C'è tutto un supporto filosofico inglese che fa del piacere un valore.
GOZZOLI - C'è anche oggi una banalizzazione della felicità e della infelicità. La filosofia, secondo alcuni, dovrebbe servire a produrre la felicità senza che uno debba affrontare i passaggi di un processo di educazione.
PIFFERI - Il dolore (anche non fisico) porta alla comprensione verso gli altri. Ci permette di immedesimarci in quello che provano gli altri. Quanto al discorso del piacere, nella nostra situazione il denaro conta troppo. Si creano le dipendenze e le esigenze. Ci sono speculazioni a fine di guadagno, non di bene, specialmente da parte di multinazionali. Se non si deve render conto a Qualcuno, se non c'è una morale, diventiamo vittime del denaro.
GOZZOLI - Anche la filosofia viene strumentalizzata in questo senso. Specialmente gli aspetti etici.
PARENTI - Il mio problema resta che noi cerchiamo di provocare la sensazione della sazietà anche in chi sta morendo di fame. Facciamo il paradiso artificiale. La morale non è detto che condanni questo sempre. Nella malattia si cerca di evitare la sofferenza. Ma non inganni la realtà: muori comunque, anche se non soffri. Torniamo però al nostro problema. Se il nostro giudizio fosse legato solo allo stato fisico del cervello, sarebbe conseguenza solo di aver preso o meno una pastiglia o di uno stimolo. Però non si può negare la presenza dello stato fisico.
GOZZOLI - Che va di pari passo.
PARENTI - Ma per chi parte dall'autocoscienza questo non esiste. Il "cogito" non c'entra con ciò che si osserva.
PETERNOLLI - Chi pose questo problema nel modo più radicale fu il filosofo tedesco Max Stirner, nel suo libro "L'unico e la sua proprietà". Egli ragiona in questo modo: io sono un individuo destinato a morire e tanti mi dicono che dopo la morte non c'è nulla. Allora chi me lo fa fare di rinunciare, di sacrificarmi? Rinunciare ad un piacere che è l'unica cosa che la vita mi da? L'unica proprietà che ho sono i miei piaceri. In fondo, se dopo non c'è più niente, chi me lo fa fare di rinunciarvi? Forse il dolore di aver fatto cose cattive? Marx, ateo, si diede molto da fare per confutare Stirner.
PARENTI - Singer, bioetico australiano, sosterrebbe che è più grave uccidere un coniglio adulto che non un bambino appena nato, la cui capacità di sentire è meno sviluppata. Se però uno potesse far vedere che un conto è sentir di sentire, ed un conto è l'autocoscienza, che è una presenza a sé che il senso non può dare, andrebbe in crisi. In antico già Platone, mi pare nel Teeteto (in realtà nel Carmide, 167 d), disse che la vista non poteva vedere il suo atto, che non è colorato. Ma l'intelletto conosce le cose in quanto sono qualcosa, e l'atto di capire è pur qualcosa, dunque è intelligibile: quindi l'intelletto ne è consapevole mentre lo compie. Per i sensi occorre un senso che colga la cosa per un certo aspetto (il colore per la vista...) ed un senso che colga le sensazioni in quanto tali (il "senso comune"). La fantasia raccoglie i dati dei sensi, la memoria ... tutto ciò avviene mediante trasformazione di organo. L'intelletto fa tutto in un unico atto. Questa capacità di riflettere è, dicono molti, segno della superiorità dell'intelletto sul cervello. S. Alberto Magno, maestro di S. Tommaso, diceva che l'intelletto può cogliere se stesso anche se non è attuato dalla sensazione (Locke dirà che nulla è nell'intelletto che prima non sia stato nei sensi, eccetto lo stesso intelletto). Invece Tommaso dirà di no. Se perdo i sensi non sono più capace di intendere e volere. Occorre quindi essere consapevoli di qualcosa di sentito per poter avere consapevolezza di capire.
TESTI PROPOSTI PER LA RIFLESSIONE DEL PROSSIMO INCONTRO
Da RAMÓN LUCAS LUCAS, L'uomo spirito incarnato - Compendio di filosofia dell'uomo, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1993. [L'Autore è ordinario di Filosofia dell'uomo e Bioetica presso la Pontificia Univ. Gregoriana]
L'interiorità è la nota specifica dell'uomo di fronte all'animale: essa fa sì che l'uomo sia uomo. L'uomo ha come attributo essenziale l'interiorità, e ciò lo distingue dall'animale. Fenomenologicamente possiamo constatare questa differenza facendo una visita al giardino zoologico. Di fronte alla gabbia degli scimpanzè è evidente ciò che è proprio delle bestie: sempre in una costante inquietudine, si guardano attorno e ascoltano tutti i segnali che arrivano dall'esterno.
Se ci fermiamo un po' a contemplare l'atteggiamento della scimmia, ben presto ci accorgiamo che l'animale vive in una costante paura del mondo, e allo stesso tempo in un perpetuo appetito delle cose che sono nel mondo ed in esso appaiono. In ogni momento, sono gli oggetti e quello che capita nelle vicinanze che governano la vita dell'animale; lo portano qui e là come un burattino. L'animale non dirige la sua esistenza, non vive da se stesso, ma è sempre attento a ciò che capita fuori di sé, all'altro.
Da ciò emerge la mancanza d'interiorità dell'animale, che è sempre fuori di sé, proteso verso il mondo esterno. Noi uomini ci stanchiamo al solo osservare la scena della scimmia; questo indica che risulterebbe per noi impossibile un'attenzione così tesa e acuta come quella della bestia.
L'atteggiamento dell'uomo è ben diverso. Benché egli viva nel mondo e sia circondato dalle cose, la sua attenzione non è così presa da non permettergli un attimo di riposo per raccogliersi in se stesso. L'uomo può isolarsi dalle cose e rifugiarsi dentro di sé. Questo lo fa tramite un rivolgimento radicale, ed è in questo rivolgimento che si trova la differenza più importante tra l'uomo e l'animale.
La differenza essenziale sta, dunque, nel fatto che l'uomo può separarsi dalle cose che lo circondano e, sottoponendo la sua facoltà di attenzione ad un rivolgimento radicale - incomprensibile in zoologia -, volgere appunto le spalle al mondo per entrare dentro di sé ed occuparsi di se stesso. L'attività di "pensare" e di "meditare" rivela la cosa più sorprendente nell'uomo: il suo potere di ritirarsi dal mondo e di calarsi dentro di sé. L'animale è sempre fuori, non ha un dentro, e perciò non ha interiorità. L'animale fa parte del mondo oggettivo; la sua vita è regolata dalle leggi della natura e viene studiata dalle scienze naturali. L'uomo è diverso. ...
... Ma non soltanto può entrare dentro di sé, egli può uscire dall'ambiente e trascendere, andare oltre. L'animale può conoscere soltanto quello che si trova nello spazio circostante e che i suoi sensi raggiungono; conosce soltanto questi alberi, questa casa. L'uomo, trascendendo l'ambiente materiale che lo circonda, conosce in certo modo tutti gli alberi, tutte le case, perché elabora l'idea di albero, l'idea di casa. Questa idea oltrepassa i limiti spazio-temporali, vale a dire: è spirituale.
Questa proprietà, caratteristica dell'uomo, è fondamentale perché ci da la chiave per scoprire l'essenza stessa dell'uomo. Riconoscendola, ci collochiamo in una visione spiritualista dell'uomo rigettando il puro materialismo o il biologismo. Affermando la "sostanziale differenza" che esiste fra l'uomo e l'animale affermiamo l'irriducibilità dell'essere dell'uomo a quello dell'animale. [pagg.73-75]
A questo punto sorge un'obiezione: l'uomo, si dice, pensa co1 cervello. Ora, il cervello è un organo materiale. Quindi anche l'atto di pensare (il pensiero) e la facoltà che pensa (l'intelligenza) sono materiali. Del resto, si aggiunge, la prova che l'uomo pensa col cervello sta nel fatto che, quando, per la vecchiaia, per un incidente o per una malattia, quest'organo si deteriora, la capacità di pensare dell'uomo risulta più o meno gravemente compromessa a seconda che il cervello sia più o meno leso.
A questa obiezione si deve rispondere che l'uomo non pensa col cervello, ma con l'intelligenza e che il cervello non è l'organo dell'intelligenza. Per comprendere esattamente il senso di questa risposta, basta osservare quello che avviene nel caso dell'occhio in rapporto alla sensazione visiva, o nel caso dell'orecchio in rapporto alla sensazione uditiva. L'uomo vede con l'occhio e sente con l'orecchio. Ciò significa che l'occhio e l'orecchio sono gli organi dei sensi della vista e dell'udito: sono "organi", cioè producono la sensazione visiva e uditiva. Perciò un uomo senza gli occhi non vede e un uomo con una malattia grave all'orecchio non sente affatto, o sente poco. Non avviene la stessa cosa nel caso della conoscenza intellettiva. Non è il cervello che produce il pensiero, come l'occhio produce la sensazione visiva; e neppure il cervello è l'organo dell'intelligenza, come invece l'occhio è l'organo del senso della vista. Infatti, la conoscenza intellettiva, come si è visto è di natura spirituale, mentre il cervello è un organo materiale. Ora, per il principio di causalità, ciò che è materiale non può causare ciò che è spirituale: la causa (materiale) non sarebbe proporzionata all'effetto (spirituale). Perci�, la causa della conoscenza intellettiva non può essere che una facoltà spirituale, qual è precisamente l'intelligenza. D'altra parte, il cervello non può essere l'organo dell'intelligenza.
Qual è, dunque, il rapporto tra intelligenza e cervello? È un rapporto non causale, ma strumentale. Cioè, l'intelligenza si serve del cervello per pensare, ma non pensa col cervello. Infatti, per poter pensare, l'intelligenza ha bisogno dei sensi e del cervello, i quali le forniscono i materiali del pensare. Ricevendo gli impulsi trasmessigli dai sensi, il cervello li elabora in sensazioni e in immagini. Di questo materiale l'intelligenza, con la sua capacità di astrazione, si serve per formare i concetti. Evidentemente, se non c'è questo materiale fornito al cervello, l'intelligenza non può operare. Perciò, l'intelligenza nel pensare si serve del cervello, ma questo non è il suo organo. [pagg. 140-141]