Bologna, 9 novembre 2014


Agli amici degli

Incontri Interdisciplinari



Carissimi,

ci rivedremo lunedì 17 novembre, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala rossa”, cui si accede da Via San Domenico 1.

La volta scorsa abbiamo deciso l'argomento da trattare nel prossimo anno. Dopo un lungo dibattito, abbiamo scelto:

la persona umana.

Animerà la prima serata il dott. Giuseppe Rubino, che ci manda una breve riflessione come spunto di partenza. Penso che servirà a dare motivi di ricerca da molti punti di vista, non solo strettamente scientifici. Lo ringrazio a nome di tutti.

Un cordiale saluto in attesa di rivederci



fra Sergio Parenti O.P.

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Breve resoconto dell'Interdisciplinare del 17 novembre 2014

a cura di fra Sergio Parenti O.P.



RUBINO - “ Com'io al piè de la sua tomba fui, guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, mi domandò: - chi fuor li maggior tui - ? ” ( Dante, Inferno, Canto X ). Come se per una corretta focalizzazione dell'altro o dell'oggetto della conoscenza fosse necessario risalire alla genitorialità.

Noto che il dizionario della lingua italiana rimanda la definizione di persona a 1) essere umano in quanto tale e a 2) essere umano in quanto membro della società, dotato di particolari qualità, investito di specifiche funzioni. Essere umano è quindi il denominatore comune delle due definizioni.

A chi la genitorialità dell'essere umano? Alla biologia e alla cultura, mi sembra di poter affermare.

Sappiamo ormai per certo il ruolo della genetica sugli apparati dell'organismo e sul cervello in particolare. La macromorfologia cerebrale è strettamente dipendente dal programma genetico, ma la micromorfologia, ovvero l'organizzazione e la maturazione delle funzioni neurali, secondo le ultimissime ricerche, è dipendente dall'ambiente e dai processi di apprendimento, in particolare dalla qualità delle emozioni e dei sentimenti in gioco nelle relazioni di quell'essere. E ciò fin dall'epoca fetale e neonatale. Cito Damasio: “ I repertori dei circuiti neuronali inizialmente messi a disposizione dal genoma sono quindi modificati di conseguenza.” (Il sé viene alla mente, Adelphi, 2012, pag. 33).

Da qui l'importanza della relazione diadica madre bambino, all'interno di un contesto familiare e differenziato, e l'importanza della società, il cui respiro coinvolge il piccolo gruppo familiare e quindi l'essere in via di umanizzazione.

Fantasticando un po', ma senza nulla togliere al paradigma scientifico, mi pare di intravvedere il simbolico “paterno” sotto forma di esperienza, qualità delle relazioni, cultura, nella funzione fecondante il simbolico “materno”, la genetica e il suo cervello. Il prodotto di questa fecondazione è la creazione della mente che diventa abitante dell'essere: l'essere umano. Questo accade intorno alla seconda metà del periodo fetale.

Essa è una mente già all'inizio profondamente diversa da quella animale in forza della propria genitorialità, una mente-cervello che traduce sensorialità in percezioni, che elabora catene di significanti, che costruisce memorie ecc. Non è ancora provvista di coscienza e autoriflessione, ma, in forza di questo incessante lavorio, si candida a quel qualificante obbiettivo.

C'è di più: la qualità delle relazioni, che si fonda come dicevamo prima sull'insieme delle comunicazioni affettive inconsapevoli e inconsce, per lo più non verbali nell'hic et nunc di un contesto pur determinato culturalmente, storicamente e filogeneticamente, diventa una caratteristica squisitamente individuale e struttura il cervello del singolo, generando proprio quella mente di quel preciso individuo. Questa mente condizionerà a sua volta il peculiare stile di fare esperienza, la cui rielaborazione porterà ulteriori ristrutturazioni alle reti neurali (micromorfologia ) del proprio cervello.

All'interno di questo percorso simbolopoietico tuttora inconsapevole emerge lentamente la capacità di coscienza: uno stato della mente in cui vi è una conoscenza privata e personale della propria esistenza, quest'ultima contestualizzata rispetto all'ambiente. L'esser umano, così, diventa persona. Per cui persona è: mente, o meglio uno stato della mente particolare, arricchito dalla percezione del particolare organismo in cui la mente sta operando, una mente che ha conoscenza dell'ex-sistere, cioè sa fare una valutazione di oggetti ed eventi che stanno fuori o dentro al proprio processo di conoscenza.

Con l'ulteriore acquisizione del linguaggio e del ragionamento, e con il completamento delle memorie, la persona si appresta al proprio viaggio o meglio ad entrare nel palcoscenico della vita, ma anche nel mistero dell'aldilà, come attore provvisto di maschera, che può fare la parte di un altro senza perdere la propria individualità. (“Phersu” indi “phersuna”, da cui “persona”, erano personaggi mascherati sulle iscrizioni tombali etrusche).

In questo senso la persona o meglio i 7 miliardi di persone diventano attori e tutti protagonisti del loro destino, persone in quanto potenti di assumere la maschera per la recita individuale e “personare” (ulteriore interpretazione etimologica) la propria voce e la propria parola verso l'immancabile altro. Potenti sì, ma anche suscettibili di perderla o temere di perderla, la propria maschera, o di frantumarla. La malattia mentale o le varianti individuali, se altri così preferiscono, possono essere compagne della nostra esistenza. Esse ci interrogano intorno alla dialettica determinismo-libero arbitrio, lasciandoci per ora con risposte parziali, ma in un futuro con qualcosa di più, nella misura in cui la scienza chiarirà ulteriormente la genitorialità dell'essere umano e della persona.

Mi pare di intravedere così lo spazio di libertà dell'uomo, che è uno spazio virtuale tra le facce delle potenti catene deterministiche e le sottili, tenaci produzioni affettive della persona, uno spazio virtuale penetrabile con passione, ovvero con quella dimensione mentale che è supporto ed in continuità con la la coscienza, senza antinomie (su questo punto gli esperti di varie discipline si stanno confrontando).

Mi pare inoltre che alle domande della vita si debbano offrire personalmente dei responsi.

E allora la responsabilità, attingendo dalla coscienza razionalità e volontà, diventa un ulteriore metodo per adire, completare e trasformare qualitativamente quello spazio di libertà che spesso con illusoria onnipotenza ci attribuiamo.

Ho sintetizzato moltissimo dei temi che mi stavano a cuore. Partendo dalla conoscenza del cervello e della mente, ho cercato di risalire al concetto di essere umano ed a qualcosa di più, che è la persona. La persona, in forza di questa coscienza e di questa maschera che gli permette di essere attore e protagonista, è l'uomo come si pone nei confronti di questa dialettica tra determinismo (è condizionato dalla storia precedente di apprendimenti oltre che dai propri geni) e quello che può essere la relazione con gli altri, che suscita dentro di lui affetti, sentimenti e motivazioni ad entrare nel palcoscenico della vita e fare i conti con il proprio destino, anche con l'al di là.

PETERNOLLI – Avrei da chiedere una sola cosa sulla frase: “L'essere umano così diventa persona.”. Essere persona è essere tale fin dall'inizio della propria storia, altrimenti chi perde o non ha ancora tali potenzialità tipiche della persona, dovrebbe essere escluso da questa definizione.

GOZZOLI – La terminologia nel dibattito è questa. Dicono che non è più persona, ma organismo biologico vivente.

RUBINO – La sua osservazione è fondamentale.

PARENTI – Abbiamo sempre detto che l'età della ragione è attorno ai 7 anni: prima non è responsabile. Ma questo non vuol dire che ammazzare un bambino sia come ammazzare un pollo o un coniglio. Però nel caso dell'aborto e dell'eutanasia lo si dice. L'unico argomento che frena è quello dell'eredità: quando si discuterà dell'eredità degli embrioni congelati ci sarà da ridere. Perché la nostra concezione del diritto nasce dagli interessi dei mercanti, quindi il denaro non si tocca. Si dice che la colpa del genitore non deve ricadere sul figlio, ma se il babbo ha perso al gioco il patrimonio di famiglia, il figlio resta povero e peggio per lui. Il sacro è il denaro. Si diceva che, poiché la donna ricca poteva andare in Svizzera per abortire e quella povera no, si doveva liberalizzare l'aborto. Tutti sanno che i ricchi, in prigione, trovano modo di passare ad una clinica e poi agli arresti domiciliari. Ma non si ammette che si possa liberalizzare il furto. La Chiesa non ha mai accettato il diritto di proprietà come “ius utendi et abutendi”, ma noi lo intendiamo così.

RUBINO – Ho tirato fuori la genitorialità perché genetica e cultura sono due prodotti che si fecondano e danno l'essere umano. Dell'essere umano possiamo poi dire che è sacro. L'uomo non è solo un prodotto biologico, ma anche di cultura. Questo lo si scopre anche dalle neuroscienze: il feto è un essere umano che ha già un rapporto con la mamma. Poi c'è un secondo punto. Il cervello si organizza a formare una mente già in età fetale. Ad un certo punto questa organizzazione mentale sortisce in una squisitezza della mente che si chiama “coscienza”: capacità di saper riflettere su di sé, di saper distinguere il fuori dal dentro, di saper rappresentarci al mondo e anche di nasconderci al mondo (ecco una libertà), lì abbiamo la persona. La persona è qualcosa in più dell'essere umano, nel senso che ha questa capacità di rappresentarsi e rappresentare quello che vuole e di porsi in relazione con gli altri, come dice la seconda definizione del dizionario. La coscienza è un arricchimento rispetto all'essere umano.

CASADIO – Tu fai riferimento all'autocoscienza, che trascende la coscienza. Molto è stato scritto sulla coscienza. Se la coscienza diventa un circuito di neuroni che comunicano attraverso i neurotrasmettitori, in qualche modo si hanno forme primordiali anche negli animali e si arriva a forme di coscienza che puoi misurare. Tu fai riferimento all'autocoscienza.

RUBINO – Non ho voluto addentrarmi più di tanto. Per la coscienza ho preso da Damasio.

CASADIO - “L'essere umano diventa persona”: da un punto di vista cristiano “è” persona, non “diventa”. Suggerirei di chiamare la coscienza che qualifica l'essere umano “autocoscienza”.

RUBINO – Sono d'accordo.

PARENTI – L'uso della ragione arriva a 7 anni: questo non vuol negare che prima sia persona. Uno è persona perché è un individuo di specie umana. Non è una potenzialità passiva come un pezzo di ferro che potrebbe diventare un coltello. È una potenzialità attiva di chi si sta costruendo, per la sua natura, non per l'azione dall'esterno di un fabbro. Se io prendo come distintivo il termine finale (autocoscienza, uso della ragione), salta fuori che il bambino prima dei 7 anni non è persona, che chi è in coma non è persona... C'è l'obiezione che tagliando a metà l'embrione si hanno due gemelli. Ma all'inizio c'è la totipotenza: l'embrione diventa genitore di due figli: c'è una generazione non sessuata. Se l'ontogenesi ricalca la filogenesi mi pare normale che ci sia, all'inizio, la totipotenza.

PETERNOLLI – Già nella vita intra-uterina il comportamento umano è diverso da quello animale. I cristiani si domandarono quale fosse l'origine dell'uomo. Negando che sia derivazione dell'anima dei genitori; negando che sia emanazione (scintilla divina che poi torna...); negando che ci sia una creazione simultanea di tutte le anime all'inizio o nel corso della creazione, negando anche che sia solo evoluzione della materia; ammettendo l'autonomia dalla materia e dalla corporeità e l'auto-sussistenza dell'anima, resta alla fine che l'uomo non può derivare dal basso, dal mondo fisico, in modo evolutivo. C'è la genitorialità umana, ma c'è anche una genitorialità divina. Questo ci aiuta a capire la realtà umana.

PARENTI – Ho una difficoltà. Io vengo da generazione, ma non soltanto da generazione. Uno dice allora che l'anima non è prodotta dall'evoluzione. Però io non intendo l'anima legata alla persona, ma metto l'individuazione legata alla materia. Per cui mi ritrovo a dire che io sono io perché sono nato da quello spermatozoo e quell'ovulo. Il mio essere persona implica l'essere un corpo, e l'ordine al corpo resta quello che distingue un'anima dall'altra.

ANTONIONI – Ma l'anima rimane individuale?

PARENTI – Rimane individuale, ma non è persona. Così San Tommaso d'Aquino, ma anche tanti altri, anche prima di lui. Si tratta dell'ordine al corpo che deve risorgere. Sant'Agostino diceva che non si può separare la natura dell'uomo dalla sua corporeità. Questo è stato perso dalla filosofia moderna, che ha esasperato la posizione della scuola francescana, ponendo due sostanze autonome tali che l'una pilota l'altra: torna possibile la metempsicosi, si torna a Platone... Hanno voluto ricominciare da capo, come se noi volessimo ripartire da zero con le scienze: non saremmo capaci nemmeno di fabbricare un bottone.

STIRPE – Secondo lei quando comincia la persona?

PARENTI – Come inizia ad esserci un individuo di specie umana, al momento dell'unione dei patrimoni genetici.

STIRPE – Un uovo fecondato, per me, è una cellula.

PARENTI – Ma la cellula è parte di un organismo, mentre quella cellula lì è tutto l'organismo e costruisce le sue parti. Ha la capacità di differenziarsi, moltiplicarsi differenziando le funzioni, crescendo, difendendosi dagli attacchi, riparando i guasti... Col passar degli anni finisce la differenziazione, però si continua a crescere. Verso i 21 anni si smette di crescere, però c'è un giovane robusto che si difende bene. Poi si comincia a perdere...

STIRPE – Se non ci si è arrivati, ci si arriverà: uno prende una cellula adulta, la riporta allo stato di uovo fecondato: ha fatto un'altra persona secondo lei?

PARENTI – Sì.

STIRPE – Allora anche la cellula adulta andrebbe considerata una persona, perché ha la specialità di essere...

PARENTI – Viene riportata, non lo fa da sola.

STIRPE – L'embrione fecondato diventa uovo da solo?

PARENTI – Abbiamo bisogno dei genitori (anche la cellula adulta ne ha bisogno), ma la placenta, ad esempio, la fa l'embrione.

STIRPE – La fanno tutti e due.

PARENTI – L'embrione del canguro esce dall'utero, si arrampica su per la pelliccia della madre ed entra nel marsupio. Ha una sua autonomia. L'individuo di specie umana è persona. Se io riesco a ricostruire quelle condizioni in cui in natura avviene la generazione, io mi troverò ad avere un embrione umano. Un domani forse riusciranno a riprogrammare una cellula riportandola allo stato di embrione, clone del genitore.

CASADIO – L'uomo di Neanderthal era persona?

PARENTI – Per me, sì.

STIRPE – Se uno distruggesse un ovolo fecondato, commetterebbe un omicidio?

PARENTI – Sì. Per San Tommaso d'Aquino, prima del terzo mese, non era omicidio. Però se rubo delle azioni che stanno crescendo di valore, non rubo solo il valore che avevano quando furono comprate. Così se uccido uno che di suo sta diventando uomo, per Tommaso era il peccato più grave dopo l'omicidio. Si sbagliava. Doveva fare eccezione per Gesù, che era uomo fin dal concepimento. Aveva ragione il Beato Duns Scoto. Anche se sbagliava la scuola francescana nel sostenere la molteplicità delle forme sostanziali.

RUBINO – La specie umana non può identificarsi solo con una specie biologica. Il frutto del concepimento maschio-femmina è un derivato di geni e cultura. C'è una storia in quell'ovulo. Lo si vede in forza di ciò che avviene nei mesi successivi.

PARENTI – Tu dici che fin dal primo momento l'uomo è orientato in quelle che saranno le sue capacità di apprendere e relazionarsi?

RUBINO – Sì. Ho detto che l'essere umano diventa persona quando c'è la coscienza. Nel senso che la persona, la maschera, è un potere in più che l'essere umano porta. Ripensandoci, posso tradurre che persona è anche fin dal primo momento. Ma questo indipendentemente da un fattore religioso, a meno che inconsciamente io traduca in scienza una mia cultura religiosa.

CASADIO – Questo ricorda la storia del lamarkismo. Il tuo discorso è applicabile alla drosofila che, acquisito un certo comportamento, lo trasmette alla prole. Se una certa specie di uccellini si comporta in un modo anziché in un altro, perché non chiamare cultura anche questo? Se cultura è acquisire tramite discendenza un certo tipo di comportamento, questo è comprovato di molte specie animali. La differenza specifica di persona è arduo farla emergere dal substrato biologico, dal DNA.

ANTONIONI – La differenza specifica è “razionale”.

RUBINO – Penso che cultura sia una qualità della mente che opera, ad esempio il modo di gestire il proprio corpo e l'utero da parte di una donna: l'affettività, i sentimenti.

CASADIO – Che cosa ne sapete del rapporto affettivo dell'elefante per l'elefantino?

SCIRÈ – L'affettività è caratteristica dell'essere umano o di tutti i viventi? Per me il legame affettivo è diverso dal legame di un animale ed il suo cucciolo.

RUBINO – L'uomo ha l'aspetto della coscienza che cambia tutto.

SCIRÈ – L'animale trasmette un comportamento portato alla sopravvivenza, nell'umano la componente emozionale nasce ancor prima della nascita, da tutte quelle interazioni che la madre vive dal momento che viene concepito il bambino. I meccanismi della mente vengono studiati indipendentemente dalle componenti caratteristiche della specie.

PARENTI – Il prof. Giuseppe Minelli ci spiegava come gli insetti in generale abbiano una programmazione intelligentissima, ma rigida. Se uno cambia un poco la situazione rendendo inutile quella programmazione, loro continuano ad eseguirla. Non hanno spazio di libertà per l'apprendimento. Il ragno fa una tela che è un capolavoro di ingegneria. Ma se lo interrompo per un'ora e poi lo rimetto, lui prosegue da dove sarebbe arrivato se non l'avessi interrotto, facendo una tela che non serve. Gli animali superiori, ad esempio un topolino, hanno invece lo spazio per l'apprendimento: il loro sistema nervoso ha delle indeterminazioni che l'apprendimento determina. Per analogia, io dico che l'uomo deve avere un apprendimento ancora maggiore. In morale si dice che quando le passioni legano la fantasia, di cui l'intelletto ha bisogno per giudicare, io vedo solo certi aspetti: ho le idee fisse. Ad esempio vedo tutti nemici. E prendo decisioni “fuori dai coppi” [espressione bolognese per indicare la follia]. Quando siamo arrabbiati facciamo cose che poi, finita l'arrabbiatura, ci pentiamo di aver fatto. Se devo cercare ciò che caratterizza biologicamente l'uomo, cercherò una indeterminazione, non una maggior determinazione: spazi di libertà superiori a quelli che può avere un animale. Mons. Facchini, per distinguere l'uomo da un umanoide, usa l'intenzionalità: un conto è che usi uno strumento (lo fa anche uno scimpanzé), un conto è che faccia una fabbrica di strumenti: homo habilis sarebbe già un uomo.

CASADIO – C'è il ruolo del linguaggio. Il bambino cresciuto con i lupi non è recuperabile.

PARENTI – Si fa impazzire anche un adulto pluri-laureato, isolandolo completamente.

PIFFERI – L'epigenetica, cioè l'effetto dell'ambiente, diventa un patrimonio. L'animale apprende e trasmette. Non certo come homo sapiens. La consapevolezza deriva dall'organizzazione del cervello? Ammesso di riuscire a spiegare tutta la dinamica a livello meccanico, il problema rimane sempre. Cos'è che mi fa consapevole di me stesso e responsabile? Il tutto mi dà caratteristiche che nessuna delle parti può avere. Più aumentano i gradi di libertà (chimicamente: i legami), più aumentano le valenze funzionali che posso acquisire, nell'inorganico. Se torno al cervello: anche quando ho ben spiegato tutti i meccanismi, come faccio ad arrivare a questa qualità del pensiero che non può essere la somma delle parti? Più aumenta l'ordine, più aumenta la possibilità funzionale.