Bologna, 11 maggio 2015


Agli amici degli

Incontri Interdisciplinari



Carissimi,

ci rivedremo lunedì 18 maggio, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala rossa”, cui si accede da Via San Domenico 1.

Proseguiremo il dibattito sul "sé" che la prof. Elena Gozzoli ha introdotto la volta scorsa.



Un cordiale saluto in attesa di rivederci



                                                       fra Sergio Parenti O.P.





Breve resoconto dell'incontro interdisciplinare del 18 maggio 2015

a cura di fra Sergio Parenti O.P.



GOZZOLI – Susanna [Sciré], la volta scorsa, notava che le istituzioni sono ancora “impermeabilizzate” rispetto ai nuovi sviluppi produttivi. Se ci viene chiesto di mantenere per un periodo protratto di tempo più mansioni anche differenziate, questo comporta delle alterazioni all'interno del nostro organismo. Un sovraccarico cognitivo produce deficit di memoria, impedisce aspetti di pianificazione e l'assunzione di decisioni. Non c'è un adeguato collegamento tra istituzione e accademia. In tutto questo il sé, la persona, vengono ad essere divisi; assistiamo a fenomeni di depersonalizzazione e troviamo la sindrome da logoramento professionale (sindrome da burnout). Gli insegnanti sono sempre più affetti da questi aspetti di perdita di senso, anche nella mission professionale che assumono. Un insegnante demotivato, stressato, produce uno stato di alienazione. Oggi parliamo tanto di produzione. Ma bisogna tener conto di una serie di fattori che devono nascere da una istruzione e applicazione adeguata da parte della stessa dirigenza.

GRAGNANO – Mi dicevano che in certe banche fanno fare agli impiegati dei seminari dove devono interagire in gruppo.

GOZZOLI – Molta parte di questi interventi sono palliativi, non sostanziali. Se dobbiamo insegnare ad una persona ad interagire con un altro utilizzando mezzi informatici o i social-network, tutto questo cambia il nostro modo di comunicare e di ragionare e possiamo avere delle difficoltà nell'accettare anche punti di vista diversi. C'è una emotività ed una affettività che non possiamo cancellare in nome della sola ragione. Ci sono corsi in ambito medico per cercare di alleviare lo stress degli operatori. Ci sono corsi di comunicazione in senso tecnico. Ma l'empatia non è un fatto tecnico. Bisogna che una persona capisca che cosa sta facendo e quali effetti produce, mentre comunica.

SCHIAVO STEFANO – È il problema degli studenti africani, che vengono qui da un contesto culturale molto diverso.

SCIRÉ – Circa la funzione dei corsi: le trasformazioni che ci sono state negli ambiti lavorativi negli ultimi vent'anni sono state talmente accelerate, che non hanno consentito alla persona di poter applicare quello che nella formazione ricevuta aveva appreso. Il rischio è il fermarsi, il dare cattive interpretazioni o creare conflitti insormontabili. Dò un esempio. In certi posti di lavoro, dove ci sono molte persone, se sei o troppo lento o troppo accelerato sei un elemento di disturbo. Disturbi di più se sei accelerato che se sei lento, nei confronti del prodotto (anche un prodotto non quantificabile come un certo rapporto sociale). Se il mio comportamento spontaneo può portare a reazioni che non mi aspettavo, tendo a chiudermi. Occorre essere preparati.

GOZZOLI – Per acquisire questa profonda capacità si deve partire dall'educare il bambino. Non riusciamo a star dietro alle scoperte scientifiche: il superamento del molto è già poco. Una scoperta scientifica forma cultura: ci sono anche aspetti filosofici. Il punto delicato è il dialogo tra scienza e filosofia. L'interdisciplinarità, di cui tanto si parla, esige che si converga effettivamente, in modo credibile.

SCIRÉ – Conta anche la conoscenza delle persone, altrimenti ogni scrivania diventa un mondo a sé. Non sempre ciò che si vede “è”. Internet poi accentua questa possibilità.

GOZZOLI – Il concetto di identità scompare dietro ai “social”. Tu, al mezzo di comunicazione, riversi un pezzetto di te che è diverso. La persona che arriva a fare in Internet le azioni più turpi non si assume una responsabilità e non farebbe di persona quelle cose. Il concetto stesso di “normalità” sta cambiando.

FRATTINI – Puoi descrivermi la sindrome da burnout?

GOZZOLI – Sarebbe il “bruciarsi” da logoramento professionale. Ci sono dei questionari - la pioniera di questi studi è stata la Maslach - per valutare la sindrome. La diagnosi è competenza di un clinico.

CHEMELLO – Per la questione dei corsi di preparazione per aiutare a comunicare meglio in azienda o nelle banche, e per la rivalutazione della filosofia all'interno delle aziende e l'assunzione di laureati in filosofia, c'era un articolo (non ricordo l'autore e dove) che parlava di questo. L'autore criticava la pubblicizzazione di queste cose, dicendo che questi nuovi filosofi aziendali non erano altro che persone brave a licenziare in modo gentile e cortese.

GOZZOLI – Ci sono due forme di filosofia: quella con la F maiuscola, che nominiamo in questa sede, e la filosofia con funzione di marketing. Sono due cose diverse. Si parla tanto di pratica filosofica, mentre la Filosofia è sempre stata teorica e pratica. Sarebbe meglio parlare di Filosofia applicata. Se no abbiamo uno svilimento della Filosofia.

STIRPE – Ho insegnato circa trent'anni, però nessuno mi ha insegnato ad insegnare. L'unica cosa che ho potuto fare è stato di ricordare l'insegnante che mi era piaciuto di più e cercare di fare come lui. Prima la signora Susanna [Scirè] diceva che in certe organizzazioni se uno lavora di più sovverte l'ordine. Più che sovvertire l'ordine, dà fastidio: perché si vede il confronto con quelli che lavorano meno, il che porta a conseguenze.

GRAGNANO – Per quello che ho capito, la necessità di consulenti filosofici o psicologici non era finalizzata alla comunicazione in termini tecnici, ma a non “accoltellare” il collega, a gestire i rapporti.

GOZZOLI – Ma bisogna vedere con che tipo di filosofia si fa: come dice Eugenio [Chemello] il giornalista parlava di corsi finalizzati ad un certo tipo di impiego. Non è tutto così. Piuttosto interroghiamoci su quale tipo di apporto filosofico debba essere impiegato in una determinata realtà. Se prendo una banca, non devo valutare solo aspetti di quel tipo di mondo, ma anche quel mondo specifico, con quel nucleo di operatori con dinamiche e problematiche. Non posso arrivare con un corso preconfezionato che pretende di risolvere i problemi.

DE RISO – Il non assumere la responsabilità di fronte al computer è un allontanarsi dalla consapevolezza del sé e l'impossibilità poi di una progettazione: uno sclerotizzarsi nel presente. Questo porta ad una crisi, perché il presente è solo passaggio. Così non ci si sente mai adeguati, il che porta a vedere l'altro come un nemico, uno con cui non mi posso rapportare: questo porta alla violenza, perché cerco di bloccare qualcosa che va avanti mentre io sono fermo e mi sento un nulla.

GOZZOLI – Questo è quello che la volta scorsa abbiamo chiamato “presente dilatato”.

DE RISO – Poi c'è la questione del giornalista: il filosofo servirebbe a licenziare con un sorriso. Questo è già positivo, anche se durasse per poco tempo, altrimenti ci sarebbe la disperazione e la morte, o di sé o degli altri.

Infine un'esperienza di tanti anni fa. Quando iniziai ad insegnare nelle scuole, a Bologna, si cercava di far lavorare sempre di più, specialmente nel mondo operaio. Ho poi studiato e insegnato in Germania ed in Inghilterra. Erano più tecnici e guardavano ai risultati più che a Bologna, ma gli insegnanti avevano il tempo per un caffè, per un tè, per parlare tra loro; il dirigente non si permetteva mai di alzare la voce; ci si facevano i complimenti e gli auguri. In Italia questo non c'è neanche oggi. I dirigenti volevano ovunque che gli operai lavorassero di più, ma è diverso lavorare con un sorriso. Che uno mi ammazzi con una cordaccia urlando e maledicendomi, oppure con una pistola con dentro calibri in oro, ... io preferisco quest'ultimo.

STIRPE – C'era un professore il quale, se uno studente gli chiedeva un favore, lo rifiutava, ma lo studente usciva ringraziando. Poi lo stesso studente andava da un altro professore, che invece gli faceva il favore, ma lo studente usciva maledicendolo, perché il professore gli aveva detto che gli dava noia e cose del genere.

PARENTI – Ho l'impressione che sul problema del “sé”, che mi sembra il problema dell'identità, anche se non so se questo sia giusto, noi abbiamo mescolato quattro aspetti diversi. Uno è il ruolo nel gruppo di lavoro dal punto di vista dell'efficienza; poi c'è quella identità affettiva e razionale che potremmo chiamare la maturità dell'io, dove ha un ruolo anche il gruppo (l'immaturo, al posto del permesso di babbo e mamma, ha il permesso del gruppo degli amici); poi c'è l'auto-consapevolezza morale, la capacità di rispondere delle scelte e di fare l'esame di coscienza, di assumerci una responsabilità: è il problema del libero arbitrio, dell'essere “compos sui”; poi c'è il problema puramente teorico che è la capacità, in chi conosce, di conoscere il proprio conoscere. Se ricordo bene Platone, nel Carmide, fa notare che la vista non vede il proprio atto perché non è colorato. L'intelletto, che conosce le cose solo perché sono qualcosa, conosce il proprio atto che comunque è qualcosa. Da qui l'autocoscienza, che poi in filosofia hanno distinto in “trascendentale” e “categoriale”. Avendo mescolato questi quattro aspetti, la nostra domanda non può trovare risposta.

GRAGNANO – I rapporti difficili tra istituzioni e accademia dipendono da questa molteplicità di livelli: le istituzioni hanno una molteplicità di richieste, l'accademia ha una molteplicità di risposte... ci sono tante scuole.

GOZZOLI – Però è necessario convergere verso una complementarità. Il nuovo paradigma culturale richiede una visione complementare e omogenea.

PARENTI – Ma può esserci anche l'inverso: più uno è immaturo nell'io e meno è colpevole moralmente, meno è responsabile; più uno è maturo affettivamente e più diventa responsabile quando è cattivo.

GOZZOLI – Ci sono anche gli aspetti impliciti, che non percepiamo, ma che ci sono ed influiscono sul nostro modo di pensare ed agire.

GRAGNANO – Penso all'ideologia “gender” che entrerà nelle scuole e penso ad un direttore di banca che vuole che la sua banca funzioni. Quando tu metti in gioco cose importanti come la formazione del sé e la maturità umana e le asservi ad un tuo scopo, ci sarà sempre un rifiuto. L'impiegato di banca che si vede arrivare lo psicologo che gli dice che deve essere gentile e carino capisce subito che dietro c'è un calcolo. Tutta questa ricchezza di conoscenza è meglio che passi per un canale familiare, altrimenti diventi “banca” o altro. Tu dici che mi vuoi aiutare, ma io non ti credo: tu vuoi che io lavori meglio.

GOZZOLI – Ci vuole autenticità.

GRAGNANO – Il problema è la fiducia in chi ti vuole formare, sia lo Stato, sia una lobby, sia un'azienda...

GOZZOLI – Oggi ci sono gli ECM, cioè l'educazione continua, in medicina (per medici, infermieri, psicologi...): per continuare ad esercitare, uno deve acquisire tot crediti in un anno. Questo è un business, perché con tutti gli ECM svolti, dovremmo avere una classe medica ineccepibile. I corsi ECM accreditati da providers possono essere anche inutili: l'importante è che siano accreditati.

CHEMELLO – Anche nella scuola ci sono i crediti formativi per i professori.

GOZZOLI – Gli insegnanti sono spesso sempre più stressati e sottopagati rispetto agli altri stati... Garantire parametri di aggiornamento obbligatori è doveroso. Ma la gestione di questi corsi non deve diventare un business. Ed il parere sui corsi va dato da professori, da esperti, non dagli studenti che non hanno esperienza o dai loro genitori.

BELARDINELLI – In matematica e fisica si cura molto la preparazione didattica, per evitare che queste discipline vengano rifiutate perché insegnate male.

GRAGNANO – Per educare serve di più il sapiente che non il tecnico. Il sapiente ha saputo integrare nella propria vita la disciplina, ha fatto una sintesi. Oggi si cerca solo la tecnica.

[Dopo una lunga digressione sul tema della formazione e dell'educazione, tra scuola e famiglia]

PARENTI - Che cosa salviamo del “sé”?

GRAGNANO – La formazione del “sé”. Il modo in cui la società si preoccupa della formazione dell'uomo.