Bologna, 8 gennaio 2015
Agli amici degli
Incontri Interdisciplinari
Carissimi,
ci rivedremo lunedì 19 gennaio, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala rossa”, cui si accede da Via San Domenico 1.
La volta scorsa abbiamo proseguito la ricerca su
la persona umana
approfondendo la differenza tra S. Tommaso e S. Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein). Ora riprenderemo il dibattito dal punto di vista scientifico, partendo da quanto avevamo discusso in novembre nell'incontro animato dal dott. Giuseppe Rubino.
Un cordiale saluto in attesa di rivederci
fra Sergio Parenti O.P.
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Breve resoconto dell'Incontro Interdisciplinare del 19 gennaio 2015
a cura di fra Sergio Parenti O.P.
PARENTI – Dobbiamo riprendere il dibattito più generale iniziato a novembre, e che in dicembre abbiamo sospeso per l'assenza del dott. Rubino.
RUBINO – Io vorrei porre due domande. Che differenza c'è tra mente e coscienza? Che differenza c'è tra essere umano e persona?
FRATTINI – Se c'è una differenza.
RUBINO – Io ci sono arrivato un po' casualmente. Non avevo pregiudizi sulla questione dell'essere umano e della persona. Alla fine mi sono accorto di aver trovato una differenza. Invece tra mente e coscienza la differenza l'ho ottenuta dal mio apprendimento, dallo studio. Se comincio a dire che l'essere umano è proveniente da patrimonio genetico e patrimonio culturale umano, ho già una definizione dell'essere umano. La cultura dipende in particolare dalla madre, e attraverso la madre dal gruppo famiglia, e attraverso questo dal gruppo società. Tutti gli studiosi danno grande importanza alla questione della madre. Attraverso la sua affettività la mamma nutre il bambino cerebralmente. La sensorialità materna (calore, affettuosità, atteggiamento degli occhi) modifica la micro morfologia del cervello. I neuroscienziati hanno confermato quello che in altro modo la psicoanalisi già sapeva.
FRATTINI – In che termini esattamente? La madre gli dà degli strumenti? Uno che impara a suonare il violino, ovviamente, modifica il cervello. Questo avviene anche nella base che viene dalla madre.
RUBINO – L'apprendimento si coniuga con la genetica, che dà la macro-morfologia, ma l'ambiente è in grado di attivare certi effetti. Non viene modificato il gene, ma tutto ciò che esce dal gene (l'espressione genica) può venire modificato in funzione dell'ambiente.
CASADIO – Il genoma è umano e viene dal babbo e dalla mamma. Poi lo sviluppo embrionale, anche nella fase prenatale, è altamente influenzato dallo scambio ormonale con la mamma.
RUBINO – La trasformazione del cervello avviene anche dopo la fase fetale.
CASADIO – Dopo la nascita l'ambiente si allarga.
DE RISO – Ma anche nell'utero materno il rapporto non è solo ormonale: c'è l'influenza dell'ambiente (suoni, rumori, ecc.).
RUBINO – Per quello che so, sì.
STIRPE – Quanto, di quello che il bambino fa, viene dall'istinto?
RUBINO – Nell'enciclopedia psichiatrica non c'è la parola “istinto”. La parola s'addice poco all'uomo. Fin dagli albori il feto ha già capacità di apprendimento, con una mente elementare sensibile a rumori, a variazioni climatiche... Quanto c'è di apprendimento e quanto esprime invece un programma geneticamente determinato? Non è facile dirlo. Per questo ho iniziato citando Dante e l'importanza dei genitori, che vogliono dire patrimonio genetico e apprendimento di tipo affettivo.
GRAGNANO – Si potrebbe parlare di istinto in contrapposizione a ciò che è volontario. C'è anche l'aspetto volontario.
RUBINO – Per noi la volontà rientra nella sfera della intenzionalità, della razionalità, della coscienza (capacità di riflettere sul reale e se stesso, ed in particolare capacità di potersi prefigurare il futuro sulla scorta del passato: questo è solo dell'uomo, sia a livello mentale sia a livello cerebrale). Un conto è la coscienza, un conto invece è la mente.
GOZZOLI – La memoria?
RUBINO – La memoria non è solo parte della coscienza, ma anche della mente.
FRATTINI – Ci sono vari tipi di memoria.
RUBINO – Prima della domanda sulla volontà, torniamo alla mamma che tiene in braccio il suo bambino e gli comunica affettività, emozioni, calore. Questa è la chiave di crescita e di trasformazione del cervello e della mente del bambino. La voce della mamma, la tonalità, a prescindere dalla parola, cioè da quello che dice, è quello che conta. Questo struttura il cervello del bambino e gli dà le immagini iniziali: qualcuno parla di “engrammi”. Il bambino, poi, organizzerà la sua mente in maniera ancora misteriosa. Il passaggio dal cervello alle immagini, cioè alla mente, ancora non lo conosciamo.
FRATTINI – Noi rischiamo di fare un errore: cosa si intende con “mente”? Tu la distingui dal cervello, ma fino a che punto?
RUBINO – Gli autori parlano di “mente-cervello”. Poi qualcuno ne parla come di cervello solo, altri come di sola mente. Ci sono vari punti di vista. Quello che ci interessa è che questa affettività, che passa dalla mamma al bambino, viene memorizzata. Una memoria affettiva. Gli autori che vanno oggi per la maggiore hanno voluto superare la dicotomia storica, filosofica, tra dimensione cognitiva e affettiva. Noi occidentali abbiamo privilegiato l'aspetto cognitivo, trascurando la dimensione affettiva della mente. Voglio sottolineare l'importanza dell'affettività. L'incontro tra affettività e “genetica”, come predisposizione all'umanità e alla cognitività, è la novità di questi anni: non esiste la separazione. Alcuni autori parlano della filosofia come un errore madornale, con la benedizione di Cartesio che ha diviso res cogitans da res extensa.
DE RISO – Nella filosofia antica greca ed in quella orientale non era così. Però io mi chiedo: in Occidente ci siamo trovati una categoria di persone, la nobiltà, dove i bambini appena nati venivano dati a delle nutrici, e le madri venivano viste a distanza. Questo fino a poco fa. Ricordo anche che non si voleva che le madri prendessero in braccio i bambini da piccolissimi. Però era dagli ambienti agiati che venivano gli scienziati e gli intellettuali. Come la mettiamo?
STIRPE – Se l'affettività manca, o non c'è la mamma, che cosa succede?
RUBINO – Abbiamo dei problemi: i ragazzi da grandicelli possono andare incontro a “malattie mentali”, anche se qualcuno contesta questo nome.
GRAGNANO – Come si gestisce l'affettività? Forse va educata, non lasciata a ruota libera. Poi mi viene in mente un testo di Romano Guardini (La vita della fede): normalmente prima c'è la conoscenza, poi c'è l'amore, perché per tendere ad un bene devo conoscerlo; in realtà l'amore viene anche prima della conoscenza, perché è condizione della conoscenza; normalmente si dice che l'amore è cieco, invece è l'egoismo che è cieco, perché io amo l'immagine di te che serve a me; l'amore vero si preoccupa di conoscere. In questo mi ritrovo nel fatto che la dimensione affettiva è l'ambiente della conoscenza.
RUBINO – Ha centrato il problema. Ci sono tanti modi per amare il proprio figlio, anche se viene affidato. L'importante è averlo in mente e nel cuore, ed il bambino lo coglierà. Per le donne diventa molto importante, all'atto del concepimento, amare il proprio compagno: il primo concepimento lo hai nella mente della donna ed ha a che fare con il lasciare spazio nella propria mente al terzo, all'altro. L'atto fisico viene dopo. La dimensione affettiva è prioritaria alla conoscenza, perché se non hai questo amore non puoi conoscere. L'amore narcisistico dice: amo te perché sei un'immagine di me. L'amore vero ama nella misura in cui uno si stacca da se stesso e si proietta sull'altro. In gioco c'è anche l'odio, l'anaffettività della mamma.
BERTUZZI – Oltre agli aspetti toccati, un altro è fondamentale per capire il rapporto mente-coscienza. La coscienza è quell'aspetto della vita affettiva e mentale che pone queste realtà in rapporto con l'io, con il soggetto che sviluppa la propria vita affettiva e conoscitiva. L'aspetto completo della vita affettiva è il sentimento, che aggiunge al fatto affettivo e cognitivo la consapevolezza di quello che avviene. Questo è l'aspetto sottolineato dalla “empatia” di Edith Stein. La capacità di interiorizzare gli atti della conoscenza e dell'affettività sviluppa la persona come essere cosciente. L'importante è non tanto studiare i meccanismi dell'affettività o della conoscenza, ma il ruolo che ha il soggetto nella elaborazione di questi meccanismi. La verità è la capacità di riflettere, del soggetto, sulla conoscenza che ha.
DE RISO – L'affettività parte dal contatto fisico, dal calore. Non è la stessa cosa il contatto con chi è madre e con un'altra donna. Il contatto col seno materno non può essere sostituito dal biberon, che una volta aveva pure una parte dura.
RUBINO – Questo è fondamentale. Ma il seno appartiene ad una mamma che ha una mente, un'affettività: l'importante è che l'affettività della mamma, attraverso il seno, giunga al bambino. La questione della nutrice è un punto interrogativo. Affettività e premesse cognitive vanno di pari passo. Per cui, quando arriviamo alla nostra coscienza, dobbiamo prima essere arrivati alla nostra mente. A due anni non abbiamo la coscienza. La coscienza è una capacità, un potere, che va e viene anche nel corso della giornata. Nella disattenzione o sotto droga la coscienza è diversa, anche se abbiamo sempre una mente.
FRATTINI – Perché a due anni non c'è?
RUBINO – Perché riteniamo indispensabile aver sviluppato l'ippocampo, che è sede delle memorie autobiografiche.
FRATTINI – I miei nipoti di un anno hanno coscienza, anche se non memoria. Sanno che cosa volere.
RUBINO – Può essere un barlume di coscienza, così come hanno una memoria. Ma la coscienza è una capacità.
SCIRÈ – Ogni bambino è bello per sua madre: nell'osservare i bimbi gioca anche l'affettività dell'osservatore. Siamo di parte. Inoltre un tempo c'era necessità di accorciare i tempi di realizzazione della coscienza, mentre oggi, se si comportano male a 40 anni, diamo la colpa allo schiaffone dato dalla mamma quando avevano due anni. Un monello può cambiare se trova un suo interesse e diventare un'altra persona. Ma tutto ciò non lo si può programmare, altrimenti faremmo i campi di concentramento e uno dovrebbe diventare quello che vogliono gli altri.
BERTUZZI – Non ho capito bene che cosa si intende per coscienza. Che cos'è che si acquisisce col tempo? Io vedo la coscienza legata alla consapevolezza di quello che si pensa e si dice, ed alla responsabilità di quello che si fa: non ci sono solo sentimenti e affettività.
FRATTINI – I bambini non hanno coscienza? Un mio nipote che non aveva ancora due anni, nel box, provava a tirarsi su per stare in piedi e non ci riusciva e io vedevo la stizza che provava. Dunque c'è coscienza e percezione di ciò che si vuole.
DE RISO – Qualcosa del genere l'ho visto in una tartaruga.
RUBINO – Gli animali hanno la mente (non dico coscienza)?
GRAGNANO – La coscienza è il sapere di sapere, ed è una delle prove della immaterialità dell'anima. Si tratta di un atto, non di una capacità. Posso farlo o meno, può essere imperfetto come quello di un bambino oppure molto cosciente. Ma l'autotrasparenza è segno di immaterialità, di un livello diverso da quello sensoriale. Posso parlare di mente come capacità di conoscere ed interagire con l'ambiente, ma la capacità di conoscere e sapere di conoscere, sicuramente, non è animale.
RUBINO – Quindi c'è una mente che registra il mio rapporto con l'ambiente, che può essere nell'animale, e che nello stesso animale può avere apparenze di intenzionalità, ed anche nel bambino, come nell'esempio della stizza del bambino che vuole tirarsi su.
PARENTI – Mi pare che abbiamo spesso precomprensioni di tipo riduzionista, come quelli che identificano la conoscenza degli animali con trasformazioni chimiche o elettriche. Per conoscere intendo una assimilazione rispettosa (non distruggo l'oggetto, pur possedendolo). Aristotele dà una dimostrazione propria della non riflessività della causa movente (e chi assimila ha un aspetto anche di efficienza) all'inizio del settimo libro della Fisica. Questa dimostrazione è molto difficile, non l'ho capita, e nemmeno Avicenna e Averroè la capirono. San Tommaso dice che invece è la dimostrazione “propter quid”. In parole povere, ne andrebbe di mezzo la continuità della grandezza del moto. In ogni caso, prima di mettermi ad ascoltare chi vuol parlare di autocoscienza con una visione riduzionista del conoscere, vorrei che mi spiegasse come può una mano stringere se stessa.
STIRPE – Gli animali hanno certamente una mente e capiscono qualche cosa. Avevamo una gatta che, quando aveva rubato qualcosa, spariva per qualche giorno.
GOZZOLI – C'era un cane che, quando sapeva di aver fatto qualcosa che non doveva, si autocastigava, entrando nel canile e mettendosi in fondo.
RUBINO – Volevo arrivare al fatto che l'uomo ha qualcosa in più dell'animale.
GRAGNANO – Dal punto di vista filosofico è la materia che mette dei limiti all'anima. Dal meno non può venire il più. Non è dalla complessità della materia che viene lo spirito. C'è già lo spirito, che non riesce ad esprimere tutta la ricchezza umana perché fisicamente non è ancora maturo. La ricchezza sta dalla parte della forma, della natura.
BERTUZZI – La coscienza, radice della responsabilità, può non essere perfetta. Ci sono limiti alla responsabilità umana, ma non possiamo dire che, se non è piena, allora non c'è.