Bologna, 7 aprile 2015
Agli amici degli
Incontri Interdisciplinari
Carissimi,
ci rivedremo lunedì 20 aprile, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala rossa”, cui si accede da Via San Domenico 1.
Abbiamo fatto una ricerca su "la persona umana" dal punto di vista della psichiatria e delle neuroscienze. Questo ci ha portati a conoscere meglio il punto di vista di discipline come l'Intelligenza Artificiale ed altre affini. Proseguiremo ora il dibattito affrontando un problema che si è affacciato con una certa insistenza la volta scorsa:
"il Sé".
Animerà la serata la prof. Elena Gozzoli, che ringrazio a nome di tutti.
Un cordiale saluto in attesa di rivederci
fra Sergio Parenti O.P.
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Breve resoconto dell'Incontro Interdisciplinare del 20 aprile 2015
a cura di fra Sergio Parenti O.P.
GOZZOLI – Quando andiamo a considerare il “sé”, questo termine acquista significati a seconda dell'orientamento teorico. Il sé è noi stessi, e noi siamo soggetti a processi sinergici interagenti, che caratterizzano la persona e cambiano continuamente: coscienza, sistemi di memoria, dimensione emotivo-affettiva, aspetti più propriamente cognitivi… Tutti questi sistemi agiscono in un'ottica di complementarità. La persona è soggetta a cambiamento.
Ci sono tre significati fondamentali: il sé come nucleo della coscienza autoriflessiva; come nucleo permanente e continuativo nel corso dei cambiamenti somatici e psichici, intrinsecamente connessi, che caratterizzano l'esistenza individuale; possiamo anche definirlo come insieme delle istanze psichiche inerenti alla propria persona in contrapposizione alle relazioni oggettuali. Vedremo come queste ultime sono molto importanti anche nel definire il sé, secondo la “social cognition”.
“Attore sociale” è una persona che entra in contatto con la realtà, è in grado di conoscerla, è in grado di agire su di essa in modi diversi, è in grado di riflettere e rappresentarsi i cambiamenti provocati su di sé dagli incontri con la realtà.
La letteratura scientifica distingue l' “io” dal “me”. L'io è un soggetto consapevole in grado di riflettere e di prendere iniziative su di sé e sulla realtà esterna. Il me è quanto del sé è conosciuto dall'io: quello che sono in grado di percepire di me: è l'aspetto oggettivo ed empirico del sé. William James, nei “Principi di psicologia” (1890) distingue, del sé, l'io e il me. Il pensiero, proiettato sul mondo esterno, fa sempre parte di una coscienza individuale. Edelman sottolinea questa privatezza. Ciascuno organizza il contenuto del me strutturandolo in una scala gerarchica: il me corporeo, il me sociale, il me spirituale. Il me corporeo è legato alla coscienza del proprio corpo, del proprio ambiente, dei propri beni, dice James. I me sociali si distinguono sostanzialmente in due parti: le percezioni e le immagini che ciascuno presume gli altri abbiano di lui e, dall'altra parte, le norme ed i valori sociali che fanno parte di una comune visione del mondo. Il me spirituale è l'autoconsapevolezza che ognuno ha di sé e della propria esistenza. Per James l'individuo è consapevole dell'io come componente del sé, in grado di interpretare la realtà attraverso tre modalità: la continuità, la distinzione e la volizione. La continuità sta alla base del sentimento di identità; la distinzione sta alla base del sentimento di individualità, la volizione sta alla base del sentimento di partecipazione attiva al proprio vissuto esistenziale.
Nel 1908 Cooley disse che solo attraverso l'interazione sociale l'individuo sviluppa la conoscenza di sé e il sentimento della propria identità: un sé rispecchiato. Anche James aveva sottolineato l'importanza dell'opinione del club, dove il club è un gruppo di persone significativo per l'individuo. Successivamente un contributo importante fu dato da Mead (1984), che disse che il sé non esiste alla nascita ed emerge a condizione che vi sia la capacità di produrre e rispondere a simboli, e la capacità di assumere gli atteggiamenti degli altri. Il linguaggio è lo strumento fondamentale di questa comunicazione, anche nella comunicazione non verbale della gestualità. La mente è un prodotto dell'interazione sociale. Il processo di assunzione dei ruoli altrui e dell'altrui prospettiva è molto importante. Mead distingue il gioco semplice (play) dal gioco complesso (game). Nel play uno assume separatamente i ruoli che vede: gioca a fare la mamma, il papà, il dottore...: la situazione sociale è vista come un tutt'uno e non è ancora interiorizzata. Abbiamo una costruzione di sé parziali. Nel game abbiamo una capacità di acquisizione di tutti i ruoli e di tutti gli attori sociali, con un coordinamento del proprio ruolo all'interno del contesto. Si ha un atto di assunzione di ruoli nella sua generalità.
Per James l'io non è indagabile perché soggetto a cambiamenti imprevedibili; per Mead è possibile cogliere ed indagare questi aspetti: non potrebbe però esistere un'esperienza di sé fornita da se stesso: occorre la presenza di un altro. Una pianta o un animale sono in grado di reagire all'ambiente, ma non di fare esperienza di sé. Per studiare il sé occorre concentrarsi sullo studio del me e dell'io: il me come comprensione di sé in quanto oggetto e dell'io che è il sé che conosce: la conoscenza che il soggetto ha delle proprie esperienze di continuità, di distinzione, di volizione e di riflessione su di sé.
Gli studi successivi si sono concentrati su alcune tracce: la valutazione del sé in quanto agente; la continuità, garantita dai sistemi di memoria.
Il ricordo è importante, ma la memoria non richiama solo la rievocazione del passato, ma ci consente di gestire il presente (ad esempio la funzione della memoria di lavoro) ed è orientata al futuro che progettiamo; il concetto di ricordo stabile di un'esperienza è da abbandonare: un ricordo non è mai uguale a se stesso, perché possono cambiare gli elementi che lo contraddistinguono ed i significati (vedi le rievocazioni autobiografiche). Erikson dice che l'identità corrisponde al sentimento soggettivo di coerenza e di continuità personale e culturale, che si fonda sulla continuità della propria esistenza nel tempo e nello spazio e sulla possibilità di percepire che gli altri riconoscano la nostra identità. La coerenza è molto importante: pur di mantenere coerenza arriviamo a distorcere determinati aspetti.
Il rifiuto o l'accettazione degli altri condizionano l'immagine che abbiamo di noi stessi.
Il sé è anche portatore di valori. Il sé ideale rappresenta ciò che una persona vorrebbe essere. Ulric Neisser distingue il sé reale dal sé ideale che uno vorrebbe essere e da ciò che uno dovrebbe essere. Le discrepanze producono conflitto, che sfocia in forme di disagio. La questione è l'autenticità del sé. Possiamo tendervi, ma forse non realizzarla.
La psicologia umanistica (Maslow) parla dell'auto-attualizzazione: la tendenza di ogni individuo a realizzare compiutamente le proprie potenzialità come maturazione psichica, emotiva e sotto il profilo del comportamento esteriore. Ci sono cinque livelli di bisogni da realizzare: fisiologici, di sicurezza, amore, stima, autorealizzazione (che esprime un ideale, più che uno stadio effettivamente raggiungibile). Carl Rogers parla di quest'ultima come tendenza psichica presente sia nelle persone sane sia in quelle affette da patologie. Egli parla di tendenza attualizzante: l'individuo è in modo naturale rivolto verso il bene. Si parla di ottimismo “rogersiano”. Che cosa impedisce questa tendenza? Molto spesso sono i meccanismi di difesa: ostacolo alla libertà, alla comprensione di sé e del mondo esterno. Il concetto di sé ci consente di guidare il nostro comportamento. Nel cambiamento entrano in gioco più fattori: disposizioni emotive e affettive, consapevolezza, coerenza logica, tolleranza nei confronti della contraddizione e delle discrepanze... I nostri criteri di comprensione cambiano con il contesto socio-culturale. Le emozioni vengono rimosse o distorte. Le competenze emotive servono ad identificare e comprendere le emozioni, per gestirle. Oggi c'è una tendenza narcisistica nel senso di una autoreferenzialità poco disposta ad un confronto e ad una crescita condivisa. Il “selfie” ne è un sintomo.
Se la comprensione del proprio sé cresce con la comprensione dell'altro, e se l'altro viene banalizzato o rimosso, abbiamo una produzione di significanti e significati minimi. Pensate a come i social-network parlano di richiesta di “amicizia”. Sta cambiando un paradigma culturale. Abbiamo, come filosofi e scienziati, la responsabilità di prendere in mano il discorso. Ci dicono che non possiamo arrestare la tecnologia. Nessuno parla di questo. Quello che manca è l'educazione allo strumento tecnologico. Questo cambia il sé. A livello mass-mediatico abbiamo manipolazioni che riguardano sia l'esterno che l'interno di noi.
Nell'ottica della psicologia della gestalt (Asch, 1952) il sé è la rappresentazione fenomenica dell'io, organismo psicofisico in rapporto con l'ambiente. L'io fenomenico riguarda gli aspetti dell'io che uno è in grado di assumere a livello di coscienza. Il rapporto tra l'io e il sé è paragonabile al rapporto tra un oggetto fisico e la mia rappresentazione psichica di questo. Un individuo diviene persona e attore sociale nel contesto delle proprie relazioni con le realtà fisiche e istituzionali con cui entra in contatto. Kurt Lewin dice che la condotta è uguale alla funzione della persona per l'ambiente.
Ulric Neisser, nella prospettiva più propriamente cognitivista, attenta ai processi che vanno a realizzare il sé, distingue un “sé ecologico”, che fa riferimento ad una percezione di sé in rapporto all'ambiente fisico: i suoi aspetti principali sono l'esistenza di un organismo articolato e controllabile; abbiamo la percezione visiva, uditiva, anche i nostri abiti appartengono a questo sé. Il “sé interpersonale” è il sé coinvolto in una interazione immediata e non riflessa con un'altra persona: dà origine ad una intersoggettività. Il sé interpersonale è definito dallo svolgersi dei gesti espressivi dell'altro; si sviluppa e si modifica sulla base degli effetti prodotti a loro volta dai nostri gesti verso l'altro. Il “sé esteso” è il sé come era e come ci aspettiamo possa essere nel futuro. Man mano che cresciamo il sé esteso diventa sempre più importante: gli adulti definiscono se stessi su una serie particolare di esperienze significative ricordate, che diventano emblematiche (a volte diciamo sempre le stesse cose, quando ci descriviamo). Il “sé privato” si manifesta per la prima volta quando il bambino capisce che le sue esperienze possono anche non esser condivise dall'altro: per esempio il sentire un particolare dolore o una particolare paura. Il “sé concettuale” si articola su una serie di teorie, sui ruoli sociali, sulle entità interne (anima, mente inconscio, volontà), l'intelligenza, l'essere benestanti o meno, la cultura.
Uno schema è una unità minima di conoscenza. Lo “schema di sé”, il concetto di noi stessi è costruito da tutta una serie di schemi di sé corrispondenti alle dimensioni in cui il soggetto si descrive. Le sue componenti centrali sono strutture affettive e cognitive che rappresentano l'esperienza in un determinato momento; importanti sono anche le informazioni che già si possiedono riguardo a quella determinata situazione contestuale.
Come organizziamo il rapporto tra la conoscenza di sé e quella degli altri? Gli schemi di sé sono immediatamente accessibili in memoria e sono memorizzati generalmente in forma verbale, mentre la conoscenza degli altri è memorizzata generalmente in forma visuale. La conoscenza di sé è strutturata maggiormente attorno a stati interni, mentre quella degli altri la strutturiamo più spesso su caratteristiche che risultano osservabili. La conoscenza di sé è più intensa da un punto di vista emotivo, soprattutto quando valutiamo altri non significativi. Le informazioni su di sé vengono usate per fornire quadri interpretativi sugli altri, e questo molto spesso può generare errore. Qui entra in gioco la capacità di ascolto e di comprensione: è più comodo applicare l'etichetta che abbiamo a portata di mano e c'è un egocentrismo ed un'auto-affermazione che genera pregiudizio più che una comprensione effettiva.
Le funzioni regolatrici del sé sono importanti perché esprimono il modo in cui le persone assumono il proprio sé come riferimento per controllare e dirigere le proprie azioni. Le persone calibrano anche il modo in cui rappresentano il proprio sé in rapporto alle impressioni che derivano dall'ambiente sociale. C'è un grado di adattabilità nel concetto di sé.
Importante è anche il “sé operativo”: non tutta la conoscenza di sé è sempre accessibile: accessibile è solo un sottoinsieme di schemi di sé che sono compresi nel repertorio di quella determinata circostanza; questo sottoinsieme è messo a fuoco dalla circostanza.
Il sentimento di efficacia del sé (lo definisce Bandura) è l'aspettativa che uno ha di portare a termine determinati compiti. Uno si impegna e si sforza solo se pensa di poter riuscire a farlo, possibilmente con successo. Tanto più uno si sentirà efficace, tanto più si impegnerà. Nel nostro contesto sociale e culturale, un giovane che si apre alla propria prospettiva di efficacia e non vede un futuro davanti a sé, pensa che non riuscirà in ogni caso: ci troviamo a vivere una sorta di presente dilatato, privi di una progettualità futura. Siamo bloccati in un presente sterile e fortemente autoreferenziale.
Antonio Damasio distingue il proto-sé, il sé nucleare ed il sé autobiografico. Il proto-sé è una raccolta non cosciente di rappresentazioni delle numerose dimensioni dello stato corrente dell'organismo. Sono mappe neurali di primo ordine. Il sé nucleare fa riferimento ai proto-sé, ma è conscio: attraverso la memoria autobiografica (registrazione organizzata di esperienze passate di un singolo individuo) otteniamo così il sé autobiografico. Noi abbiamo distorsioni cognitive: ad esempio il ritenere il proprio comportamento in grado di influenzare gli eventi più di quanto in realtà non avvenga, ad esempio l'ottimismo irrealistico (le cose peggiori capitano agli altri)... sono distorsioni cognitive e nella rievocazione del ricordo si tende a produrre un sé idealizzato. Pensate alla paura: ha una funzione adattiva e regolativa, ma spesso più che gestirla, noi ne siamo gestiti, esprimendo aspetti disadattivi che possono originare disagi o veri e propri stati patologici.
GRAGNANO – Parliamo del fatto della deformazione e della ricostruzione: è possibile avere un criterio dove non ci siano deformazioni? Chi lo stabilisce?
GOZZOLI – Noi. Il cambiamento è destato da circostanze di vita che noi individuiamo come significative. Quell'elemento che in un determinato momento della nostra vita era significativo, lo andiamo a considerare dopo diversamente. Il problema sta quando neghiamo o nascondiamo determinate cose. Non sto parlando in termini psicoanalitici, ma i meccanismi sono più o meno sempre quelli. Siamo fallibili, però siamo egocentrici. Le forme esasperate di autoreferenzialità nascono anche da una paura di non riuscire a costruire una immagine di sé. Metterci in discussione significa far vacillare l'immagine che ci siamo costruiti e che deve essere forte. Se si ritiene importante la velocità con cui digitiamo sul tablet, ma abbiamo difficoltà a costruire un concetto..., se aboliamo il pensiero critico... Libertà non è fare quello che mi pare quando mi pare... Volere non è desiderare: desiderare significa anche saper attendere, mentre oggi c'è il “voglio subito” e “se ti faccio del male non è un problema mio!”. Da qui viene una presunzione di onnipotenza. Un po' meno presunzione di onnipotenza ed un po' più di presupposizione di potenza: sarebbe già sufficiente, ma questo significa educare alle nuove forme di acquisizione. La velocità con cui le cose stanno evolvendo gioca a sfavore.
GRAGNANO – C'è sempre il problema di chi è il santo: se gli specchi delle persone esterne sono deformanti...
GOZZOLI – Pienamente d'accordo!
PARENTI – Non c'è niente di nuovo sotto al sole. Le nuove tecnologie permettono di “far l'amore” usando Skype. Mi viene in mente Paolo Monelli che nel libro “Le scarpe al sole” racconta della ragazza che gli scriveva al fronte lettere ardite con cui “tentava inutilmente la mia lontananza”. Mi sembra che la sostanza resti la stessa: rapporto tra persone sostituito da rapporti tra immagini.
GRAGNANO – Un cavallino di legno è diverso da un giocattolo di oggi, con molte funzioni.
PARENTI – Ma nella fantasia del bambino può essere più divertente il cavallino di legno.
GOZZOLI – I videogames hanno un gioco già costruito. Se non sono costruiti con scopo didattico, hanno dei livelli da superare abbattendo gli ostacoli: “mors tua vita mea”. Se non vinci, sei un fallito, gli ostacoli abbattono te. Se il bambino cresce con questa logica, a lungo andare, dopo la applicherà.
FRATTINI – Chi usa i videogiochi resta un isolato.
CHEMELLO - Nei giochi di ruolo sul cellulare la relazione continua con gli altri è talmente importante che, mentre giochi, tu scrivi agli amici quando e che cosa fare. Adesso fanno giochi mediante i quali ti relazioni con gli amici, che poi vedi anche al bar. I primi giochi ti mettevano fuori del mondo, ma oggi la tendenza a cercare l'altro resta presente.
FRATTINI – Questo è positivo, ma il rischio è che la mentalità venga indirizzata su quel binario, su quella logica.
DE RISO – Ho visto dei bambini all'asilo (4 o 5 anni) con videogiochi di pupazzi dove, uccidendo un certo numero di pupazzi, avevi un pupazzo più grande. I pupazzi esplodevano e, a volte, spruzzavano sangue. Uno dei bambini che aveva vinto al gioco, è caduto e si è tagliato. Ha visto il sangue, nel silenzio degli altri compagni, … poi un urlo. Hanno dovuto chiamare il pronto soccorso perché i ragazzi non respiravano. Mi è venuto in mente, come reazione, un filmato di bimbi militari che uccidono tranquilli e poi si abbracciano. Viene a mancare il sé come realtà. Questo è il problema più grande. Andare verso il bene o il male è una consapevolezza, ma tale consapevolezza parte dal sé. Banalizzando il bene e il male verso l'altro, finisco per banalizzare me stesso.
GOZZOLI – Lo vedi anche nell'uso di certe sostanze. Per sentirti vivo, devi portare la prestazione agli estremi. In uno stato di alterazione riesci a fare determinate cose. La gestione del quotidiano diventa ardua.
BERTUZZI – Se tutto si riduce alle relazioni tra individui, il sé si costruisce solo con le relazioni. Questa è un'affermazione di Nietzsche. Mi chiedo se alla base delle relazioni ci sia un soggetto, presupposto per poter stabilire relazioni.
FRATTINI – Tu (Gozzoli) avevi parlato di continuità, distinzione e volizione. A chi si attribuiscono?
GOZZOLI – Il discorso di James su io, me e sé non è “solo con l'altro”. Una persona lasciata sola senza interazione con l'altro reagisce in modo diverso. La condivisione è una componente importante.
BERTUZZI – Socrate chiedeva: “che cos'è quello di cui parlate?”. Io direi “chi è il soggetto di tutto questo di cui parlo in modo cosciente”?
RUBINO – Il cervello ha la potenzialità di potersi impressionare attraverso gli stimoli dell'ambiente, che è anzitutto la persona che gli sta vicino, che lo partorisce. Questi messaggi che arrivano al cervello sono stimoli prevalentemente affettivi, o meglio sensoriali: vista, udito, olfatto, gusto... attraverso cui passa l'affettività di chi gli sta vicino, e questo cambia la micromorfologia del cervello. Tutto questo forma quel mistero che è la mente. Gli autori parlano del sé psicofisiologico.
GRAGNANO – Già il modo in cui uno reagisce all'esterno è una identità.
RUBINO – C'è una predisposizione biologica, insatura, che aspetta alimento dalla madre, dall'ambiente. Il cervello si coniuga con l'apprendimento.
FRATTINI – Non è il cervello il soggetto. Tu hai detto: “Il bambino cambia...”. Dunque c'è un soggetto. Il cervello è un organo, cui arrivano questi stimoli.
RUBINO – Il soggetto è in questo incontro tra macromorfologia del cervello e micromorfologia del cervello. Questo è una mente iniziale, un proto-sé, un sé psicofisiologico, che poi va incontro ad una elaborazione fino alla mente cosciente e alla mente autoconsapevole.
PETERNOLLI – Si parla tanto del pericolo che i nostri studi siano condizionati dal fatto che lavoriamo a compartimenti stagni. Tu hai fatto una ricca esposizione delle strutture del sé nelle opere di questi autori, però alla fine sono emersi fattori etici. Il dover essere sconfina totalmente dalla psicologia e dalla psichiatria? “Chi mi libererà dal mio corpo di morte?”, “Senza di me non potete far nulla”: sono frasi cui possiamo aggiungere lo sforzo di pensatori in campo etico. Tu cominciavi a toccare esigenze etiche. Negli autori che tu studi c'è chiusura totale o apertura verso l'etica e la spiritualità? Nella morale del passato era trascurata la psicologia e la psichiatria; non vorrei che finissimo nel rischio opposto.
GOZZOLI – Per me l'etica non è una delle discipline, ma “la” disciplina. Fare retorica etica è comodo. L'etica deve essere interdisciplinare e trans-disciplinare. Noi viviamo nella parzializzazione e nell'autoreferenzialità delle discipline. Siamo di fronte ad un rinnovamento del paradigma culturale. Ciascuna disciplina deve essere disposta a riformulare la propria identità. Questo non vuol dire buttare la storia, ma ciascuna disciplina deve riconcettualizzarsi insieme all'altra disciplina. Deve essere uno sforzo comune.
PARENTI – Tu avevi accennato alla scuola gestaltica: al rapporto tra l'oggetto e la mia rappresentazione di esso. Tutta la filosofia moderna tende ad identificare l'oggetto con il fenomeno, con la rappresentazione di esso. In questa ambivalenza, credo, noi ci barcameniamo. Anche lo scienziato ha dei dubbi se stia parlando di un modello, di una rappresentazione, oppure della cosa in sé. Finché continuiamo così non ne verremo mai fuori, neanche con l'esigenza etica.
SCIRÈ – Ci sono alcuni aspetti molto concreti che tu hai evidenziato ma non sono stati recepiti. Uno è la paura, che senza coraggio è devastante per chi la subisce. Le simulazioni del mondo digitale annullano le sensazioni di soggezione verso ciò che porta dolore. Nel virtuale ci possiamo concedere tutto, mentre noi siamo stati educati ad avere pietà e compassione: non siamo cibernetici e nemmeno degli animali.