Centro San Domenico

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Bologna, 4 novembre 2015


Agli amici degli

Incontri Interdisciplinari



Carissimi,

ci rivedremo lunedì 16 novembre, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala rossa”, cui si accede da Via San Domenico 1.

Nella riunione di ottobre abbiamo deciso di scegliere un argomento analogo a quello che è stato scelto per il convegno “Scienza e metafisica” del settembre 2016: “natura umana e trans-umanesimo”. Tra robot, cyborg e manipolazione genetica, che cosa diventeranno gli uomini? Abbiamo scelto dunque come argomento dei nostri incontri per questo anno:

l’uomo del futuro: tra scienza e fantasia.

Mi è stato chiesto di fare una panoramica di problemi da sottoporre all’esame di tutti. Per questo animerò io stesso il prossimo incontro.

Allego anche il resoconto dell’ultimo incontro dello scorso anno. Se non riceverò osservazioni, potrò metterlo nel sito dove poco alla volta cerco di salvare l’archivio ormai più che trentennale.

Un cordiale saluto in attesa di rivederci



fra Sergio Parenti O.P.





Breve resoconto dell'interdisciplinare del 16 novembre 2015

a cura di fra Sergio Parenti O.P.



PARENTI – Un bimbo guarda il babbo che monta i pezzi di una scala per raggiungere il tetto; gli chiede quanti pezzi si possano comprare e, alla risposta che non c'è un limite, gli chiede se si possa allora arrivare fino alla Luna, a patto di avere i soldi. Archimede disse che, se gli avessero dato un punto di appoggio, avrebbe sollevato il mondo. L'uomo sogna di superare i propri limiti naturali: basta ignorare la nostra natura e ridefinirsi con qualche aspetto che abbiamo e che non comporti i limiti: teoricamente diventa allora possibile.

Poi c'è il passaggio dalla fisica aristotelica a quella galileiana. Aristotele fece due grossi errori che Galileo denuncia: 1) ritenere ingenerabili ed incorruttibili i corpi celesti; 2) ritenere che la causa agente produca la velocità del “proietto”, non l'accelerazione. Nel momento in cui stacco dalla mano il sasso, l'accelerazione finisce; per Aristotele finiva la velocità. Come spiegare che il sasso invece prosegue? Egli diceva che, avendo messo in moto anche il mezzo in cui lanciavo il sasso, questo si trascinava dietro il sasso. Salviati, nella seconda giornata del Dialogo di Galileo, distrugge tale spiegazione, le cui difficoltà, del resto, erano già note. Da qui nasce il concetto di inerzia.

Però Aristotele aveva criticato Platone e la sua fisica: Platone stimava i pitagorici, che cercavano di spiegare la natura delle cose in termini di proporzioni numeriche; essi però erano andati in crisi scoprendo le grandezze non commensurabili. Platone evitò il problema servendosi della geometria. L'universo di Platone è uno spazio infinito e vuoto che i corpi riempiono occupandone una parte, mentre il vuoto restante serve al moto loro reciproco; la natura dei corpi è legata alle loro forme geometriche, evitando così la difficoltà dei pitagorici.

Aristotele, dopo aver frequentato per 15-20 anni l'Accademia di Platone, dove non si poteva entrare se non si conosceva la geometria e dove ebbe come professore Eudosso di Cnido, scrisse poi una Fisica che non richiede la conoscenza della geometria per essere capita. Per me lo fece apposta. Aristotele ammetteva la fisica sia di Pitagora (teoria della musica) sia di Platone; egli nota come ci siano due modi di dimostrare la sfericità della terra: il perché (medium) geometrico è la proiezione di un'ombra circolare sulla luna; il perché “naturale” è che ovunque le cose cadono allo stesso modo (dunque, tendendo ad uno stesso luogo, esse cadono verso il centro di una sfera): la geometria euclidea e la fisica di Archimede sono aristoteliche.

Aristotele notava che un mondo in divenire esige delle contrarietà: tutti sono d'accordo, persino Parmenide, che lo pone apparente. Un mondo infinito con contrari infiniti non ha senso. Platone aveva parlato di infinito intendendo un tutto completo, perfetto. Invece l'infinito è ciò che è sempre incompiuto, imperfetto e sempre perfettibile: ciò cui si può aggiungere sempre qualcosa. Perché non esiste un corpo infinito? Perché non ha senso il discorso, direi oggi. Non esiste un numero infinito di corpi finiti. Ogni numero è finito; dico che sono infiniti perché, dato un numero, ne posso sempre avere un altro più grande. Dobbiamo accontentarci di un universo finito; non ha senso cercare di guardarlo dal di fuori, ma solo dal di dentro, anche se la mia fantasia mi fa credere che ci sia un al di là dei confini del mondo così come mi chiedo che cosa ci sia stato prima della creazione del mondo.

In questo universo non ha senso immaginare un moto rettilineo lungo una retta che sia come una strada infinita. Posso sempre andare oltre, ma non esiste la strada infinita in atto. Hanno voluto parlare di infinito in atto, ma mescolando il discorso su Dio, dove però “infinito” cambia significato. Una retta è infinita nel senso che posso sempre farne una più lunga. Perché Aristotele dice che il divenire è infinito? Perché la generazione di una cosa è sempre corruzione di un'altra: non ha il concetto di creazione dal nulla. In un universo finito l'unico moto locale concepibile che possa durare sempre è quello che torna su se stesso: un moto ciclico.

Il vuoto: Platone ha “cosificato” le dimensioni geometriche dell'universo, infinite dal punto di vista della geometria, e ne ha fatto lo spazio che i corpi occupano. Per Platone lo spazio era anche la materia primordiale di cui sono fatti i corpi.

FRATTINI – Non concepiva lo spazio come relazione tra i corpi?

PARENTI – No. Lo spazio per Aristotele non è una cosa, ma è la distanza che c'è tra un bordo e l'altro di un vaso, che è sempre pieno di qualcosa. L'universo è pieno. Il moto locale è come il moto di un pesce nell'acqua. Solo che l'acqua è più densa, mentre l'aria è impalpabile e sembra non avere resistenza.

Le due fisiche, di Platone e di Aristotele, si sono contrapposte fino ai tempi di Galileo che fece trionfare la fisica platonica.

La geometria analitica di Cartesio unificò il mondo della geometria con quello dell'aritmetica. Quando Leibniz e Newton inventarono il calcolo, superarono la difficoltà del continuo. Tutto questo allontanò ulteriormente da Aristotele.

Aver privilegiato il ragionamento come calcolo matematico permise di evitare dispute concettuali e verbosità inutili sulla natura delle cose: però l'unico raccordo con la realtà era il metodo sperimentale, perché la matematica non bastava. Lamberto Cattabriga mi diceva che uno zoologo poteva mostrarmi un leone, ma lui non poteva mostrarmi un triangolo (quello che disegno alla lavagna non è propriamente un triangolo …). Il problema è che, se la teoria è vera, noi dovremmo poterne verificare le conseguenze, il che, logicamente parlando, è possibile solo quando l'ipotesi è l'unica possibile. Però le verifiche hanno un peso notevole nel convincerci: così, quando Torricelli vedeva il mercurio scendere nel tubo, diceva che il vuoto esiste. Quando uno, facendo cadere nel vuoto una piuma e un sasso, li vedeva arrivare insieme, concludeva che il peso non determina la velocità...

Dopo, però, accadde qualcosa di nuovo: si vide che la velocità della luce non si sommava a quella della sorgente. Questo mandava in crisi Platone. Era un limite. Posso aumentare l'accelerazione, ma andando sempre più vicino a quel limite, senza poterlo superare. Era come se il tempo si allungasse e lo spazio si accorciasse: un passo sempre più corto in un tempo sempre più lungo.

A monte di tutto questo c'era il fatto che i matematici avevano provato a rivedere la geometria euclidea con i criteri della geometria analitica. Se faccio una geometria analitica dove le dimensioni sono più di tre, non saltano fuori contraddizioni. Il padre Saccheri credeva di averle trovate, ma poi si vide che non era vero.

Lo spazio che cos'era? Una struttura algebrica definita da un numero di dimensioni, che possono essere tante quanti i numeri naturali o i punti del continuo: i numeri reali.

Immaginiamo un ingegnere che deve calcolare la lunghezza di un binario. Le rotaie si allungano o si accorciano con la temperatura. Il nostro ingegnere deve tener conto anche della temperatura. Deve aggiungere una dimensione ulteriore che dipende dalla temperatura. Volgarmente parlando, diciamo che è la temperatura. Ma non pensiamo di sottrarre una temperatura ad una lunghezza... Si tratta di una lunghezza che dipende dalla temperatura.

Analogamente, se accelero un corpo, dovrò tener conto di quanto si avvicina alla velocità della luce per poter stabilire la velocità cui arriva e dove si troverà ad un certo momento. Non aggiungo o sottraggo un tempo, ma una lunghezza che dipende dal tempo. Però noi parliamo di spazio-tempo. Così pensiamo – e qui entriamo nel mondo della fantasia - che anche il tempo sia una dimensione come le altre lunghezze, percorribili avanti e indietro. Allora pensiamo di poter fare i viaggi nel tempo all'indietro e nascono i problemi logici: posso fare in modo di non esistere poi... Neanche Dio può fare che ciò che è stato non sia stato, diceva S. Agostino: sarebbe come dire che può fare che il vero sia falso. In realtà è una domanda come il chiedersi, poiché Dio è infinito, se, allora, il suo naso ed il suo braccio siano lunghi uguali, come due semirette. A questa domanda noi ridiamo, mentre la prima è stata presa sul serio anche da teologi acuti. Ogni limite alla libera onnipotenza di Dio sembrava loro una bestemmia.

Una geometria con più di tre dimensioni dà anche altri spunti. Se io sono su una sfera, per andare da un polo all'altro devo percorrere un semicerchio. Se però posso muovermi su una terza dimensione, posso tagliare per il diametro. Ecco allora che viene l'idea del balzo nell'iperspazio.

Faccio ora una digressione. Einstein ci propone un universo in qualche modo finito e pieno, dove non esiste un moto inerziale... ma non sento dire che Aristotele in qualche modo avesse ragione. La nostra cultura è antiaristotelica anche per altri motivi di interesse legati allo scientismo illuminista. La democrazia di Hobbes e del patto sociale, legata al libero mercato, si oppone alla democrazia aristotelica. Ci va bene la “natura” quando serve a salvaguardare la salute (siamo ecologici e vogliamo cibi naturali), ma non quando potrebbe porre altri limiti alla nostra libertà: ognuno vorrebbe essere libero di fare ciò che vuole, salvo negare lo stesso diritto ad un altro. In fantascienza c'è il mondo del non-A di Van Voght, il mondo non aristotelico.

C'è un terzo punto interessante. Nel mondo platonico l'anima è il nocchiero e il corpo è la barchetta, per cui uno potrebbe cambiare corpo. La res cogitans esaurisce la sua natura nell'essere un io autocosciente e libero, il resto è res extensa, meccanismo. Che cosa caratterizza l'uomo? La ragione: il ragionare di un io autocosciente. Un ragionare puro, a monte dell'incontro con la realtà. Per fortuna resta il criterio sperimentale. La logica formale consiste in regole di ragionamento che prescindono dal significato di ciò di cui si tratta. Per quanto sia stata inventata da Aristotele, è stata sviluppata dai medioevali e anche oggi. Le sue procedure possono essere eseguite anche da un computer ed ogni software che voglia funzionare deve rispettarla. Non ci meravigliamo se la nostra intelligenza viene equiparata ad un software che funziona su una macchina che sarebbe il nostro cervello. Però un software può essere spostato da un computer all'altro. Ecco allora che un giorno potremo spostare il nostro io da questo corpo fragile e lo metteremo in macchine più durature, che ci permetteranno di affrontare i viaggi spaziali... Il mito dell'organismo cibernetico non è più un mito: se ne occupano dei governi.

Il mio compito era fare una panoramica del passaggio al trans-umano. C'è un desiderio di poter padroneggiare e costruire la nostra essenza. Sartre, all'inizio di L'esistenzialismo è un umanismo, dice che l'uomo deve poter costruire la sua essenza, altrimenti non è libero. Ha ragione. Se il mio bene dipende da quello che sono, la morale dipende in fondo dalla mia natura, anche se di natura non si vuole parlare. Poter costruire quello che sono mi dà la libertà su quello che è il mio bene. “Cogliere il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male” è un problema teologico.

Mi vanno bene i viaggi spaziali, ma non come il bambino che sogna di montare le scale fino alla luna. Mi vanno benissimo la bioingegneria e la cibernetica: spero tanto che un domani uno si infili degli occhiali con cui possa vedere anche se è cieco. Ben venga anche la fantascienza: sono un innamorato di Asimov. L'importante è non illuderci come il bimbo e non confondere la scienza con la fantascienza.

SCIRÈ – Sei partito parlando degli errori di Aristotele. Mi ha colpito molto la causa agente che produce la velocità. Spesso mettiamo in moto meccanismi che poi non riusciamo a controllare e le illusioni, che ci si fa all'origine, vengono a cadere e questo determina, penso, l'origine di molti mali.

PARENTI – Questo succede perché metto in moto anche altre forze: se spingo una cosa che, spingendola, si mette in moto per conto suo... Invece il discorso di Aristotele voleva essere un discorso dove non c'entravano altre forze. Lui diceva che se io causo una trasformazione, se smetto di causare si deve fermare anche quello che sto attuando. Però non riusciva a spiegare perché, lanciando un sasso, il sasso proseguiva. Se al mare lanci una palla sott'acqua, la palla viene portata avanti dai gorghi dell'acqua che pure hai spinto. Lui disse che lo stesso avveniva lanciando un sasso, solo che al posto dell'acqua c'è l'aria. Va' a leggere la pagina del Dialogo che cito e vedi come viene smontato il suo discorso. Questo era discusso già da un pezzo. Lo sbaglio era che la forza causa l'accelerazione e non la velocità. Però quando hanno buttato via Aristotele hanno gettato l'acqua sporca col bambino. Perché? Perché dava fastidio per altre cose: il libero mercato per la libertà di arricchire; un tipo nuovo di democrazia fondato non sulla natura sociale dell'uomo, ma sul libero accordarsi di libere persone che si danno regole ed un arbitro per farle rispettare, ma dove ognuno resta libero di fare quello che vuole finché non calpesta l'uguale diritto dell'altro...

BELARDINELLI – Al discorso della mente come software come sei arrivato?

PARENTI – Questo viene dalla visione di Platone, che rendeva facile parlare di sopravvivenza dell'anima, ma soprattutto perché per Aristotele il cadavere dell'uomo non è il corpo dell'uomo, mentre il corpo di Cristo nel sepolcro è il corpo di Cristo. San Tommaso diceva che questo è vero perché è il corpo della seconda Persona della Trinità, altrimenti non sarebbe il corpo. Gli altri lo accusavano di eresia. Un terzo argomento era che per Aristotele il mondo non ha avuto un inizio. San Tommaso lo difendeva dicendo che egli parlava solo del divenire, non della creazione. Anche Platone non aveva quel concetto, però diceva che dal caos iniziale il Demiurgo faceva nascere il mondo, che poi durava sempre, mentre per Aristotele ciò che è generabile e corruttibile non può durare sempre. Tommaso diceva di non confondere il ricevere l'esistenza da Dio col fatto di essere generati. Solo Dio fa esistere le cose ed il loro interagire.

DE RISO – La dicotomia mente-corpo è tipica della visione occidentale. Da qui anche il discorso della natura [fisica], che non possiamo considerare limite [morale] alla nostra volontà o natura [spirituale]. In altre parti del mondo la mentalità è diversa: il corpo ha una sua funzionalità solo se inserito nella mente e viceversa. Da qui la simbologia del carro, non quello di Platone, dove l'auriga è la ragione, le redini sono la mente, il carro è il corpo: tutti e tre sono indispensabili. Se noi consideriamo il corpo e il nostro volere scissi, non è importante quello che si è, ma quello che si vuole: anche superare la natura e non accettare un limite.

PARENTI – Dei teologi dicono che, se non si fa così, si cade in un biologismo.

SCIRÈ – Puoi precisare il carro?

DE RISO – Il carro è il corpo, l'auriga è la ragione, ma le redini sono la mente: uno è nulla senza l'altro. La ragione dà la direzione, la mente elabora una consapevolezza tra la natura e la ragione.

STIRPE – Dove stanno fisicamente mente e ragione?

DE RISO – L'immagine serve per dimostrare l'incontro, il mutuo soccorso che può esserci tra le parti.

FRATTINI – Io non accetto questo discorso. La ragione non è una entità, è seguire certe regole. La mente usa la ragione.

CASADIO – Di che cosa stiamo parlando?

PARENTI – Il tema era il superamento dei limiti della natura umana: il trans-umano e il post-umano. Io dovevo fare una panoramica.

CASADIO – L'interesse per il trans-umano nasce da una esigenza di capire dove ci può portare la biotecnologia o una medicina modernissima, oppure c'è un problema legato all'evoluzione della specie?

FRATTINI – Il discorso era: visto che ci sono queste novità, la possibilità di manipolare il corpo... tutto ciò dove sta portando l'uomo? Nessuno ha la risposta a questa domanda.

[Il dibattito si sposta temporaneamente sulla notizia del trapianto di testa (o di corpo) annunciato per il 2017]

DE RISO – Il problema da dibattere è la questione della dicotomia o meno tra mente e corpo. Se l'ammettiamo, tutto (trapianti, cloni...) viene giustificato, perché è la mente la cosa importante. Se partiamo dal discorso che “natura” rappresenta un tutto e che l'essere umano è in sé con mente, sentimenti, corpo, allora qualunque cosa faccia lo tocca in sé. La stessa questione viene proposta con la trasmigrazione delle anime: l'anima se ne va dove gli pare e la persona rivive? No, perché diventa un altro essere. Nella psicologia si parla di altre componenti, sociali e anche fisiche. L'io cambia anche solo per una diversità corporea. La nostra mente è legata ad una natura. Il mio io a 10 anni non è quello dei 70 anni.

PARENTI – Se vogliamo restare nell'argomento che avevamo scelto, un argomento può essere dove andremo a finire. Un altro è la dicotomia mente-corpo.

CASADIO – Tutti cerchiamo di allontanare la vecchiaia: è evoluzione della specie? O trans-umanesimo? Io vorrei capire la mia anima. Possiamo integrarci con una macchina? Fino a che punto?

FRATTINI – Il discorso è alla fine sempre quello della natura. Un organo è un insieme di molecole o ha una natura ed un comportamento proprio? L'essere umano è la sua mente o è la mente insieme al corpo, pur potendo perdere o sostituire certe parti? Il mio io, però, permane nonostante i cambiamenti di età.

CASADIO – Quanti a questo tavolo credono di essere di natura spirituale?

FRATTINI – Si deve chiarire. S. Paolo distingue la psyche e il pneuma.

CASADIO – Si deve anche definire il punto di vista: biologico, …

STIRPE – O c'è qualcosa al di fuori dell'organismo, comunque lo chiamiamo, oppure non c'è. Se non c'è, noi siamo molecole che agiscono secondo leggi fisiche: siamo tutti degli automi. Diverse volte ho posto questo problema, senza ottenere una risposta.

PARENTI – Noi ci dimentichiamo quello che abbiamo già discusso. I resoconti deli ultimi anni sono già in internet.

CORNA – La settimana scorsa sono andato ad una conferenza sul libero arbitrio. Anche lì ci sono opinioni opposte. Ci sono giudici che dicono che non c'è.