Centro San Domenico

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Bologna, 26 aprile 2017


Agli amici degli

Incontri Interdisciplinari





Carissimi,

ci rivedremo lunedì 8 maggio, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala rossa”, cui si accede da Via San Domenico 1.

Per la nostra ricerca: “Sapere è potere... o ci sono dei limiti?”, dopo i limiti delle biologia e della ingegneria genetica, passeremo ad un altro tema strettamente legato ai progressi della tecnica:

“i limiti nel campo della Information Communication Technology”

e la serata verrà animata dal prof. Gabriele Falciasecca, che ringrazio a nome di tutti.



Un cordiale saluto in attesa di rivederci.



                                                    fra Sergio Parenti O.P.



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Breve resoconto dell'Incontro Interdisciplinare del 8 maggio 2017

a cura di fra Sergio Parenti O.P.



STIRPE – Cinque minuti per una risposta relativa alla volta scorsa. Mi avevano chiesto come il “messaggero” esca dal nucleo e vada al ribosoma. Si attacca ad una ciano-proteina che gli fa attraversare la membrana nucleare. Poi vorrei aggiungere una informazione: ho letto che, manipolando il genoma, hanno prodotto nel 2004 delle patate che fanno anche olio. Poiché questa produzione di olio danneggiava l'amido, nel 2017 sono riusciti a graduare la percentuale di produzione di olio senza danneggiare l'amido. Aggiungerei che se si riuscisse a far produrre anche qualche proteina buona, con due o tre patate uno farebbe un pasto completo.

A.A.V.V. – … (commenti sulla probabile bontà dell'olio di patata) ...

FALCIASECCA – Il problema è la necessità di regole o limiti alle tecnologie dell'informazione. In un ambiente naturale puro che prescinde dall'uomo ci sono i limiti dovuti alla ricerca del cibo, alla presenza di altre specie (preda e predatore si limitano a vicenda); non c'è il problema di qualcosa che possa espandersi senza limiti. Mi si potrebbe obiettare che certi cataclismi hanno cambiato radicalmente l'ambiente, ma tutte queste cose hanno avuto una loro logica. L'uomo ha cominciato ad introdurre cose artificiali nell'ambiente con le sue invenzioni. Però all'inizio l'aspetto naturale resta prevalente. Il passo successivo è con l'introduzione di una energia non animale: il vapore e poi l'elettricità. Con questa energia si amplifica la possibilità di produrre grossi mutamenti sull'ambiente. Sulle problematiche circa l'uso oculato dell'energia, sull'uso delle fonti fossili e su quello delle fonti rinnovabili sono stati fatti molti studi. Famosa fu la previsione del Club di Roma, in parte verificata ed in parte no. Ad esempio si facevano previsioni per il petrolio estraibile con i metodi di allora, mentre ne sono stati inventati nuovi, discutibili finché si vuole, ma che permettono di spostare in avanti la fine del petrolio, che comunque arriverà. L'ambiente comincia ad essere fortemente influenzato dall'azione umana. Nasce il concetto di “Antropocene”: non è l'ambiente che limita l'uomo, ma l'uomo, agendo sull'ambiente, viene a mettere dei limiti alla propria sopravvivenza. Papa Francesco ci ricorda la protezione della casa comune.

Dopo l'energia viene il momento dell'informazione e delle tecnologie che vengono chiamate ICT (Information and Communication Technologies). Qui cominciamo ad avere cose veramente diverse da prima. Se immaginiamo il mondo puramente fisico, è un mondo in cui se do un pugno più forte, il risultato è maggiore. Nel campo dell'informazione non è così. L'importante è che l'informazione venga riconosciuta, dopo di che non ha importanza se l'energia associata all'informazione che abbiamo riconosciuto è appena sufficiente o dieci volte sovrabbondante. Attraverso un segnale si può scatenare un'energia grandissima anche se esso è piccolissimo: un telefonino funziona con una frazione di Watt pari a tredici volte 10. Il telefonino sa quali siano le forme d'onda che deve riconoscere, anche se c'è una grande confusione e rumore. Quello che si va a cercare non è qualcosa di potente, ma quello che ci piace trovare: entra in gioco il senso estetico. Dopo di che è successo che, anche qui, l'uomo ha cercato di potenziare le proprie capacità naturali di agire sull'informazione attraverso le macchine. Noi abbiamo dei sensori (occhi, orecchie, …) che ci servono per acquisire informazioni. Sorvolo su che cosa sia il passare da qualcosa che informazione non è a qualcosa che è informazione. Una seconda operazione che facciamo, attraverso il cervello, è l'elaborazione. Da questa operazione vengono fuori cose come il prendere una decisione. C'è una terza operazione che è la comunicazione, in tante forme (anche il linguaggio non verbale, ecc.). L'uomo ha cercato di potenziare queste tre operazioni con delle invenzioni, delle macchine: per esempio il binocolo per la vista, per l'elaborazione le macchine calcolatrici, per la comunicazione... dal tam tam alle forme moderne.

La novità di questi ultimi trent'anni è che in passato queste invenzioni operavano su una sola delle tre operazioni e l'uomo stava in mezzo, trasferendo le informazioni all'elaboratore ecc. Questo non è nella natura delle tre operazioni: infatti l'uomo integra le tre operazioni, per esempio ciascun occhio manda un'immagine bidimensionale al cervello che le elabora in una visione tridimensionale. Se uno non ha l'acquisizione e l'elaborazione intrecciate in modo indissolubile, non ottiene la terza dimensione. Pian piano si sono ottenute macchine che integrassero le operazioni, prima a due a due, poi tutte e tre. Per fare un esempio, il telefono cellulare ha bisogno di acquisire informazione sulla posizione per poter comunicare: non potrebbe esistere se non intrecciasse le due operazioni in modo indissolubile. Non si tratta di accostare due operazioni: se non si integrano non viene fuori il risultato. Molte operazioni sono etichettate come intelligenza artificiale. Una telecamera elabora l'immagine di una persona che entra in un aeroporto e lascia lì un pacco dicendo se è una situazione di pericolo oppure no. Ci vuole l'acquisizione del video, poi lo si elabora con una memoria di facce o movimenti, per arrivare alla fine alla decisione. Un altro esempio è il passaggio dal parlato (naturale) ad uno scritto (in termini di bit), il che richiede una integrazione. Qualcuno potrebbe dirmi che ho scordato una quarta operazione che è la memoria, ma se la memoria mantiene soltanto l'informazione inalterata per poterla usare non dà un valore aggiunto, a differenza di un data-base, che aggiunge qualcosa di elaborazione. La memoria è fondamentale, senza di essa non avremmo che una conoscenza epidermica, ma non la consideriamo una operazione che dia un forte valore aggiunto, come ad esempio la comunicazione. Con la radio uno lancia un'informazione che ha solo lui, e dopo un poco l'hanno milioni di persone, con un costo quasi nullo. Un esempio di macchina che integra le tre operazioni è il navigatore dell'automobile, che riconosce il segnale del GPS ed elabora l'informazione di posizione, che mette nella memoria delle mappe stradali; noi diciamo dove vorremmo andare e lui calcola il percorso che ci comunica a voce; alcuni acquisiscono anche informazioni su traffico ed ingorghi, dandoci la strada migliore.

Abbiamo così completamente cambiato i termini della questione: l'uomo è l'attuatore finale di quello che gli dice la macchina. Tanto è vero che quando la macchina si sbaglia uno, col navigatore, finisce dove non vorrebbe. L'infosfera è il mondo in cui vivono queste macchine, come noi siamo nella biosfera. Nell'infosfera nasce ogni tanto qualcosa di nuovo: un'invenzione che, se ha successo, rimane, in modo simile alla evoluzione darwiniana. L'infosfera è creata, in misura cosciente o incosciente, dalla biosfera, cioè da noi. Lasciamo che le cose vadano avanti come nell'evoluzione darwiniana o mettiamo dei limiti, dei valori? Negli ultimi decenni lo sviluppo della tecnologia microelettronica è stato esponenziale. La legge di Gordon Moore, uno dei fondatori della Intel, dice che ogni 18 mesi raddoppia la memoria, la velocità, mentre il consumo si dimezza... In questo modo dopo un certo tempo i numeri sono i fantastilioni di zio Paperone o le distanze stellari, come nella storia dell'inventore degli scacchi, che chiese in compenso un chicco sulla prima casella, due sulla seconda... e l'imperatore si accorse che dopo un poco tutti i granai del mondo non bastavano. In tempi rapidissimi vengono fuori anche cose inattese, perché si supera un certo livello di complessità e qualcosa che prima non si poteva fare diventa possibile... e qualcuno la fa. Domanda: è sempre bene che qualcuno la faccia? Inoltre i cambiamenti nella ICT fanno cambiare tutti gli altri settori. La genetica (la decifrazione del DNA) non sarebbe stata possibile. Ma la situazione può anche diventare pericolosa: nella borsa più importante, quella di Wall Street, tutte le transazioni sono effettuate attraverso una macchina, che è in un paesino vicino, nel New Jersey. Tutti coloro che vogliono lucrare sulle transazioni rapide, su programmi automatici, hanno voluto mettere le loro macchine nello stesso edificio, vicino alla macchina di Wall Street, perché chi era anche a qualche chilometro era già in ritardo rispetto agli altri. Immaginate un grandissimo stanzone in cui ci sono queste macchine collegate alla macchina di Wall Street; gli ingegneri che gestiscono questo luogo si sono impegnati ad equalizzare i ritardi, mettendo queste macchine alla pari: si fanno programmi per cui i calcolatori agiscono secondo questi programmi, influenzandosi tra loro. Ma le macchine, anche situate altrove nel mondo, si influenzano tra loro. Si possono creare gigantesche connessioni ed anni fa ci fu un “black Monday” delle borse anche per questo.

La macchina classica che integra le tre operazioni e fa pure l'attuatore è il robot. La preoccupazione deriva dal fatto che queste macchine possono mettere direttamente in atto il risultato delle tre operazioni. All'interno delle nostre fabbriche stanno per essere introdotti i robot cooperativi, che operano di fianco all'uomo. Nasce il problema dell'etica delle macchine: è bene che facciamo qualche riflessione su quello che sta accadendo in questo mondo. Qualche filosofo (es.: Galimberti) dice che, poiché quando la tecnologia ci mette in grado di fare qualcosa qualcuno la fa, è meglio non porre limiti ed esser liberi di farla tutti. Vi ricordo che Papa Francesco, nell'ultima enciclica, ha affrontato questi problemi.

SARTI – C'è anche il problema della stabilità: il fatto che all'interno di questi meccanismi si verificano fenomeni non abbastanza conosciuti: in ogni momento può accadere che qualcosa negli algoritmi non funzioni dritto. Non si può neanche immaginare qualcosa che vada sempre bene.

FALCIASECCA – Quando ho detto che queste macchine in rete si influenzano reciprocamente, questo porta ad una situazione in cui si può creare una instabilità fortissima, come già è successo. Noi stiamo mettendo sempre più macchine in rete, e quando le macchine sono connesse diventano qualcosa che non è più quella di prima: l'insieme non è la somma delle parti e non possiamo prevedere come si comporteranno. Tanto più che hanno la possibilità di attuare certe cose, mentre noi arriviamo dopo.

STIRPE – Se a questo sistema venisse a mancare l'elettricità che cosa succederebbe?

FALCIASECCA – Man mano che introduciamo sistemi sempre più sofisticati e complessi, li rendiamo anche sempre più fragili. Un motivo è quello della possibile mancanza dell'energia. Ma si possono fare danni anche incredibili attaccando i sistemi con metodologie di aggressione informatica: questo è uno dei problemi più seri che abbiamo adesso. Abbiamo progettato buona parte delle cose nella convinzione che si deve combattere contro errori casuali o rotture; pochi di questi sistemi sono preparati per reggere un attacco vero. Tu progetti un sistema di comunicazione di pace, ma se devi progettare un sistema di comunicazione militare, allora i tuoi nemici sono i jammers, che sono esseri intelligenti che non fanno cose a caso, ma con le risorse che hanno cercano di fare il massimo del danno. Qualcuno ha proposto di non mettere in rete col mondo tutti i sistemi critici: una separazione fisica, altrimenti uno molto bravo può superare le misure di protezione tipo firewall. I radio-sistemi di emergenza esistono già: in Emilia Romagna ambulanze, Vigili del fuoco, Protezione civile ecc. hanno una rete separata da quella della telefonia cellulare comune.

JULVE – Ha citato la legge di Moore. Ma non si può andare all'infinito. Senza arrivare alla fisica quantistica, ma restando in quella classica, si danno già sintomi di rallentamento o dobbiamo continuare a comprare un computer nuovo ogni due anni?

FALCIASECCA – Alcuni avevano previsto un rallentamento. Ma l'orizzonte che abbiamo davanti prima di quei limiti pare essere dell'ordine di 8 – 10 anni, il che basta, al punto cui siamo arrivati, come nella storia della scacchiera, per creare problemi molto seri. Altri dicono che ci sarà un nuovo approccio, non dall'alto ma dal basso. Vincenzo Balzani, il chimico, lavora sulle macchine molecolari e costruisce dal basso le cose, prendendo molecole che poi si legano tra loro e vanno a fare quello che fanno delle macchine (motore a energia solare, rete logica elementare...).

JULVE – Un'altra domanda, ma più metafisica. La storia dell'universo parte dal big bang e la scienza non sa nulla di ciò che lo precede. Però alcuni dicono che lo spiegheremo, ricorrendo al tunneling della fisica quantistica, per il quale dal nulla si genererebbero certe cose. Ma allora prima del big bang c'era la fisica quantistica con le sue leggi: una sorta di informazione! Ma se l'informazione richiede un minimo di energia, il nulla non era un nulla?

FALCIASECCA – La conoscenza è in parte un certo numero di bit e in parte gli algoritmi sviluppati dall'uomo e dalle macchine per elaborarli (le macchine adesso sono in grado di imparare). La quantità minima di energia necessaria per trasmettere o memorizzare una informazione è legata ad un sottofondo di rumore, per cui se si riduce sempre di più il livello di rumore, la quantità di energia necessaria tende a diminuire. In questo rapporto c'è un limite. Dopo si apre il discorso che nel mondo reale il rumore lo abbiamo sempre e sempre c'è il limite. Per il big bang io sono molto dubbioso che partendo dalle leggi che conosciamo possiamo conoscere che cosa sia successo in una situazione molto diversa, anche usando i grandi acceleratori di particelle. Anche perché nell'evoluzione non c'è nulla di necessario, ma una serie di opportunità che sono andate in una certa direzione. Non so se, andando all'indietro, noi seguiamo la strada effettivamente percorsa o ne stiamo costruendo un'altra che non è mai esistita. La scienza spiega quello che è in grado di spiegare, domani avremo ulteriori spiegazioni, qualcuno dice che spiegheremo tutto... ma come ingegnere sono legato al fatto che una prova sperimentale va fatta in un certo modo, compresa la ripetibilità...

Faccio un postulato: l'informazione è nata con la comparsa del primo essere vivente. Quando qualcosa assume significato per qualcos'altro, anche in maniera embrionale, a quel punto nasce l'informazione nel mondo. Qualcuno crede che tutto l'universo sia informazione, sia un programma. Così ci sarebbe una informazione preesistente che, in termini molto prosaici, avrebbe creato noi. Wolfram, un matematico americano, ha sostenuto qualcosa del genere. Mi sembra il discorso della Terra che poggia su un gigante che poggia su una tartaruga... Troviamo qualcosa e la mettiamo all'inizio, ma poi... è come la preesistenza della matematica quantistica. La ricerca di una teoria fisica descrive il mondo naturale, andando a caccia di regolarità, almeno statistiche. Ad applicare questa visione della scienza ad una situazione irripetibile, siamo sempre nel discorso del gigante e della tartaruga.

FRATTINI – In questo caso ci si limita alle ipotesi del possibile. Tornando però all'informazione, essa è stata equiparata all'energia. Noi sappiamo che l'energia ha il suo contraltare nell'entropia. Ogni fenomeno che consuma energia produce entropia, per cui si ha perdita di energia. La stessa cosa avviene per l'informazione: nei processi c'è una perdita di informazione. Questo discorso come viene considerato?

FALCIASECCA – Il parallelismo tra informazione ed energia lo prenderei con cautela. L'informazione si moltiplica, non si conserva, è qualcosa di immateriale, è azione potenziale che ha bisogno di un attuatore... Noi siamo in una situazione in cui l'informazione globale sta aumentando ed è il nostro problema. Se poi chiamiamo informazione anche ciò che non serve a niente... Internet ci offre cose che in passato richiedevano giorni di ricerca; poi scopriamo che per cose essenziali come trovare un lavoro o mettere in piedi un'impresa che abbia successo, queste cose dipendono da creatività, anche se richiedono informazioni preesistenti. S. Agostino diceva che il tempo sapeva che cosa fosse, basta che non gli si chiedesse che cos'è. Più o meno succede anche a chi insegna informazione. Il problema è la selezione dell'informazione. Vogliamo mettere dei controlli? Non c'è mai bianco o nero. La radio selezionava l'informazione e poi la diffondeva; col telefono il sistema di comunicazione mette a disposizione di tutti le stesse risorse in modo abbastanza paritario e ognuno mette dentro informazioni; Facebook è un sistema tipo telefono, reso possibile da una memoria gigantesca: sono gli stessi utilizzatori che mettono dentro le informazioni: non c'è controllo. Il rovescio della medaglia è che nessuno controlla se l'informazione è attendibile o meno e circolano le bufale più incredibili: il diluvio delle informazioni dopo che Marconi ci mise a disposizione la radio. Si sta dibattendo il problema dell'uso della rete e degli abusi. Ai miei studenti ricordavo che, essendo anche cittadini del mondo, l'ingegnere che inventa dovrebbe farsi carico di informare dei possibili abusi dell'invenzione.

SCIRÈ – Se col progresso le macchine arrivano a decidere mentre l'uomo passa in secondo piano e con la comunicazione il progresso tende ad allinearsi ovunque ai livelli alti, io tremo pensando al futuro. Il nuovo medioevo dovrebbe essere un approfondimento della idealità e della natura umana, non una proiezione all'anno 1000 e nemmeno al futuro, ma al nostro presente. Però tremo, perché il profano che subisce accelerazioni esagerate è come un frutto che matura non in modo naturale. Internet è meravigliosa perché mi risolve dubbi in tempo brevissimo, ma a volte fa perdere tempo fra i link che ti offre e non ti interessano. Infine mi chiedo: perché il ponte romano è ancora in piedi ed i nostri, con tutto il progresso, crollano?

FALCIASECCA – Perché per risparmiare cifre anche ridicole non facciamo certe cose, come l'ancoraggio ai muri delle travi dei capannoni che, col terremoto, sono crollati.

ROSSINI – Vorrei riferirmi ai sistemi che sulla base delle informazioni acquisite arrivano a prendere decisioni ed arrivano anche ad imparare modificando il comportamento del sistema, dando risposte nuove. La questione primaria è “chi ha il controllo?”, perché per me un controllo deve esserci. La seconda domanda è “quale autonomia lasciare a questi sistemi?”. Per definizione essi devono essere autonomi, se no non avrebbero le loro caratteristiche, ma tale autonomia deve avere un limite. Il quesito da porsi è la scelta dei limiti da porre ad una intelligenza artificiale. Poi c'è il problema delle risposte imprevedibili. C'è da impedire delle risposte generate da questi sistemi che nuocciano all'uomo o alla società. C'è un'etica da associare ai sistemi di intelligenza artificiale. Infine: le macchine associate all'uomo un tempo erano le protesi, oggi si parla di microchips. Se noi eseguiamo quello che ci viene detto dalla macchina, chi comanda? Si dice che si tratta di miglioramento e di enhancement, cioè aumento delle possibilità operative: questo pone la questione di quali gruppi sociali e in quale campo, ad esempio per la guerra.

FALCIASECCA – Sono tutti aspetti collegati. Sono macchine che integrano le tre operazioni in modo completo ed il loro comportamento non è completamente prevedibile, se non quando opera in un ambiente limitato, non nell'ambiente reale, dove si può sbagliare non solo per quanto le abbiamo messo dentro, ma anche per quello che ha imparato. Il progettista non può essere ritenuto responsabile di ciò che farà la macchina. Asimov, nei suoi romanzi di fantascienza, propone tre leggi della robotica, che apparentemente risolvono il problema, mentre in realtà lo pongono. La prima è: “Il robot non può fare un'azione che metta in pericolo un essere umano o non fare una azione che può salvaguardare la vita o l'incolumità di un essere umano”. La seconda è: “Il robot deve obbedire ai comandi dell'essere umano quando questo non è in contrasto con la prima legge”. Terza legge: “Il robot deve proteggere la propria incolumità quando questo non è in contrasto con la seconda o la prima legge”. Tutto chiaro? No! Come fa il robot a sapere quali sono le conseguenze della sua azione? Se la cosa è un tantino complicata come può capire? La macchina senza pilota può trovarsi di fronte all'impossibilità di salvaguardare tutti gli umani; deve decidere se far male al guidatore o al bambino che sta attraversando la strada: si torna al problema dei valori. Quello del bambino, però, non è un esempio valido: la macchina li può riconoscere.

PARENTI – Nel nostro mondo abbiamo tenuto tanto alla univocità del linguaggio ed al rigore logico-formale. Di colpo trovo che parlo di vita delle macchine, di decisione di un computer, di intelligenza artificiale... L'ambiguità più grossa è che noi parliamo di razionalità e deduzione dimenticando che la deduzione formale era la parte più inutile di tutta la logica fino al medioevo (dopo è stata sviluppata solo la logica formale). Per definizione la logica formale prescinde da ciò di cui si parla, la sua conclusione non mi darà mai l'evidenza di ciò che ho concluso: io ho trasformato una stringa di linguaggio in una stringa equivalente seguendo delle regole che so garantire l'equivalenza. Come quando uno risolve un'equazione matematica: sa che se è vera l'uguaglianza iniziale è vera anche quella finale, ma non ho nessuna evidenza che sia quello il risultato, che potrebbe essere una cosa complicatissima che non riuscirò mai a “capire”. So solo che “deve” essere vera e faccio un atto di fede. Questa è la parte meccanica che può fare anche il computer. Ma il fatto di parlare di intelligenza, di razionalità, di dimostrazione... crea un'ambiguità terribile. Diciamo che il metodo giusto è il metodo sperimentale, che interroga la natura in base ad una precomprensione: se questo fosse vero sempre, o vado indietro all'infinito oppure ho delle idee innate... oppure ho un altro modo di conoscere che non è quello lì: lo chiamiamo creatività, lo chiamiamo intuizione... Infinee il prof. Antonio Schiavo, quando studiavamo la “Logica della scoperta scientifica” di Popper, notava come sia paradossale incontrare la realtà solo quando ci si sbaglia.

FALCIASECCA – L'infosfera è un mezzo per evitare la domanda “che cos'è l'intelligenza?”. Ho parlato di integrare operazioni... questo è un modo di dire non equivoco: non vi ho detto che cos'è l'intelligenza. Per la deduzione, noi sappiamo che porta a concludere qualcosa di vero se è vero il punto di partenza. Ho fatto per anni il corso di elettromagnetismo, che iniziava scrivendo alla lavagna le equazioni di Maxwell: dopo di che tutto il corso non era altro che deduzione di quello che c'era dentro queste equazioni; ancora adesso ci sono conseguenze che vengono fuori. Bacone dice che l'utilità di qualcosa è una maniera per dare uno spaccato di verità a ciò che è a monte. L'utilità è una maniera di fare una verifica. La teoria troppo astratta non la verificheremo mai, ma le conseguenze sono verificate, per cui una piccola verità nel contesto dell'oscurità ci è assicurato da questo. Ci sono scienze, che sono chiamate “scienze”, che però sono discutibili all'infinito perché non arriviamo mai a qualche cosa che universalmente sia utile: l'economia è una di queste. La visione popperiana dello sperimentatore è limitata. Hertz era uno sperimentatore popperiano: aveva avuto l'incarico dal suo professore di andare a guardare tra le teorie di quel momento quale fosse la migliore; lui andò a guardare e si imbatté nella teoria delle equazioni di Maxwell e si convinse che quella era la maniera migliore di interpretare i fatti elettromagnetici e si mise a lavorare per verificare sperimentalmente le conseguenze. Bacone parla invece di esperimenti “lucifera”, che non sono gli esperimenti alla Hertz, di verifica della teoria scientifica, ma gli esperimenti creativi. Marconi spesso non è definito uno scienziato, ma un inventore. Non è vero: è uno scienziato sperimentale anche se non ha mai fatto esperimenti di verifica di una teoria. Aveva in mente di dover realizzare qualcosa: lo guidava l'utilità e metteva in piedi esperimenti che lo aiutassero a raggiungere quell'obiettivo. Da questi esperimenti spesso veniva fuori qualcosa di inatteso, e questo è l'esperimento che porta luce: su questo i teorici si mettono a lavorare e quelli che fanno verifiche alla Hertz faranno gli sperimentatori popperiani. Marconi fece la trasmissione dall'Europa agli Stati Uniti, che secondo le teorie correnti non doveva funzionare: dopo si scoprirà la ionosfera... Marconi prese il premio Nobel e dopo un altro scienziato, Appleton, lo prese anche lui per aver spiegato tutto quanto. Fermi diceva: quando fai un esperimento, se viene fuori quello che ti aspetti hai fatto la verifica di una teoria, se viene fuori qualcosa di nuovo hai fatto una scoperta.

BERTUZZI – Mi interessa questa teoria dello sviluppo della scienza che avviene attraverso salti qualitativi sui quali si lavora per tirare conseguenze. C'è una dialettica tra il processo quantitativo delle conseguenze ed il salto qualitativo della scoperta. È possibile che il salto qualitativo sia frutto dell'accumulazione dei dati quantitativi?

FALCIASECCA – La tecnologia ha uno sviluppo quantitativo: sempre di più. Ogni tanto si arriva a delle soglie, superata la quale qualcosa che sembrava impossibile diventa possibile: qualcuno se ne accorge e quella cosa viene fatta, frutto di una complessità quantitativa, ma è una cosa qualitativa. Anche Hegel aveva scritto che ci sono situazioni in cui ad uno sviluppo quantitativo si sovrappone un salto. Purtroppo non sappiamo quali siano le soglie. La telefonia personale non era possibile al tempo di Marconi, ed ha reso il telefono un fatto personale, e questo è un salto qualitativo nel modo di comunicare. Kuhn direbbe che si ha un cambio di paradigma. Nel periodo di scienza normale, in cui si sfrutta quello che già è venuto fuori, si può fare una programmazione della ricerca, si può puntare ad un obiettivo e raggiungerlo, mentre i “salti” nascono perché ci sono personaggi che capiscono qualcosa prima degli altri. Lo smartphone è un altro salto: non è più il telefonino personale.

ROSSINI – Tornando ai limiti ed alla intelligenza artificiale, si rileva una condizione di passività in riferimento agli sviluppi di queste tecnologie ed ai servizi che la tecnologia può dare. Non vi è né coscienza del limite né ipotesi di controllo: questo è un terreno su cui lavorare. Delegare allo strumento e ritrovarsi ad eseguire ciò che la macchina ci indica è estremamente problematico. Si perde una caratteristica dell'uomo: operare sull'ambiente in cui si trova. C'è un problema sul libero arbitrio.

FALCIASECCA – Sul controllo c'è una sfida che possiamo cogliere. Un ingegnere mette delle spie che segnalano guasti: sono punti di controllo. Su questo si può lavorare. Ma è facile su una macchina tradizionale, mentre una macchina dotata di intelligenza artificiale non fa cose tutte prevedibili ed in tempi e modi controllabili: l' ABS delle automobili, ad esempio. C'è chi è arrivato a dire che ci deve essere un super controllo che porta all'uccisione della macchina.

BERTUZZI – Padre Benanti diceva che si va verso il controllo della macchina sull'uomo: ci troviamo di fronte a sviluppi imprevedibili.

FALCIASECCA – L'uomo potenziato dalla macchina (cyborg) può avere una memoria come un calcolatore o arrivare a trasmettere col pensiero: già si è trovato il chip che fa da intermediario tra il pensiero ed il mondo delle macchine e c'è chi sta lavorando per sfruttarlo.