Centro San Domenico

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Bologna, 7 maggio 2018


Agli amici degli

Incontri Interdisciplinari


Carissimi,

ci rivedremo lunedì 21 maggio, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala del fuoco”, cui si accede da Via San Domenico 1.

Proseguiremo il dibattito su: “La modellizzazione matematica della natura e della materia: è sufficiente?”. Animerà l’incontro padre Fabio Gragnano, che insegna Filosofia della natura e Filosofia della Scienza presso lo Studio Filosofico Domenicano di Bologna e che ringraziamo della disponibilità.

Ci proporrà una riflessione su:

Relatività, meccanica quantistica, metafisica”.

Un cordiale saluto e arrivederci a presto



fra Giovanni Bertuzzi O.P. fra Sergio Parenti O.P.



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Breve resoconto dell'Incontro Interdisciplinare del 21 maggio 2018

a cura di fra Sergio Parenti O.P.



GRAGNANO – I fondamenti filosofici della Relatività Generale e della Meccanica quantistica sembrano piuttosto lontani, ma la filosofia aristotelico-tomista sembra poterci aiutare. Prima di Newton i fisici non avevano problemi sull'oggetto del loro studio: particelle, massa, forze … Con Newton entra in gioco il legame con la filosofia. La legge della gravitazione universale faceva nascere oggetti strani, come lo spazio vuoto. Introdotto da Democrito e buttato via da Aristotele, lo spazio vuoto, nella concezione di allora, era un “nulla esteso”, un niente con delle proprietà. Newton non sapeva se fosse sostanza o accidente: qualcosa o una proprietà di qualcosa. Risolveva la domanda dicendo che era “sensorium Dei”, cioè il modo attraverso il quale Dio è in contatto con il mondo. Si è continuato per 200 anni a parlare di spazio vuoto, fino a quando Einstein disse che non aveva senso parlare di spazio vuoto.

Vediamo ora il punto di vista della filosofia aristotelico-tomista, ma dovrebbe essere anche il modo in cui si analizza la fisica. Gli oggetti interagiscono attraverso le azioni, ad ogni azione è sempre legata una qualità attiva, ad ogni qualità attiva è sempre legata una quantità o estensione, che si appoggia ad una sostanza. La sostanza, di per sé, non ha estensione, non ha qualità: è immateriale. Interagisce col mondo esterno attraverso le azioni che si appoggiano a delle qualità. Ci sono stranezze, per i fisici di oggi, che vengono da una confusione tra il piano fisico e quello metafisico: ci si serve di una filosofia “arrangiata”. A livello filosofico siamo al livello di Talete: come Talete diceva che tutto era fatto di acqua, oggi si dice che tutto è fatto di energia. Forse c'è anche il livello di Pitagora: con la funzione d'onda. Newton parla di azione a distanza. Riconosce di non sapere che cosa sia: si limita a dire che sa calcolare e fare previsioni. Tra Newton e Cartesio vi era una sorta di competizione. Cartesio aveva fatto un modello cosmologico senza calcolare nulla, senza verificare; Newton aveva delle forze che non sapeva spiegare. Cartesio diceva che tutto è fatto di molecole: ci sono vortici all'interno dei quali i pianeti si muovono. Newton, ma di nascosto, scriveva testi di alchimia, voleva interpretare l'Apocalisse ... testi che vennero scoperti dopo la sua morte. Anche per lui era inconcepibile che un oggetto agisse dove non è. Newton pensava ad una pioggia di etere che trascinava i pianeti e che corrispondeva alla forza di attrazione gravitazionale. Newton non si chiedeva che cosa siano le cose (è la domanda filosofica), ma come si comportano (è la domanda scientifica). Le categorie aristoteliche rispondono alla domanda: “che cos'è?” (è la domanda filosofica). La forza gravitazionale è azione, la massa gravitazionale è una qualità. Anche l'energia.

Successivamente, con Laplace, Poisson e altri si elabora la fisica di Newton con una funzione dal valore solo matematico: il potenziale. Attraverso di esso si riesce a ricavare la forza di gravità. Questo potenziale è esteso in tutto lo spazio: ha la proprietà di essere un “campo”. Un campo è qualcosa che nello spazio e nel tempo ha delle proprietà per ogni punto. Questa parola “campo” viene però usata in fisica anche per proprietà localizzate non in un punto, ma in un'area estesa, come il campo della temperatura. La legge di gravitazione universale come concepita da Newton non è un campo, perché si presenta solo dove sono le masse che si attraggono. Quando Laplace parlò di “campo potenziale”, parlò di campo: solo che quando ci stanno le masse quel campo diventa una forza. Con Einstein questo campo, che era solo matematica, diventa qualcosa di reale, addirittura la geometria dello spazio. Einstein dice che non esiste lo spazio vuoto, che i campi sono lo spazio e sono la geometria dello spazio. Maritain diceva che non possiamo dire che nella matematica non ci siano qualità, perché la matematica è piena di qualità. Aristotele e Tommaso dicono che tutti gli aspetti determinati della matematica e della geometria sono qualità. Personaggi come Gauss, Lobacevskij e Riemann, che sono vicini ad Einstein dal punto di vista matematico, affermano che, al contrario della matematica, la geometria è qualcosa di reale: il mondo ha una sua geometria. Questa geometria è proprio un campo, ma un campo potenziale. Questo oggetto che prima era solo matematico, acquisisce un valore reale. Einstein prevede anche come dimostrare che c'è un campo potenziale esteso in tutto lo spazio: è la curvatura dello spazio: io mi accorgo delle curve quando vedo un raggio di luce curvare. E questo esperimento è stato realizzato. Una stella vicina al Sole, durante un'eclissi del Sole, viene vista spostata rispetto a dove la vediamo di solito: è il raggio di luce che viene curvato vicino alla massa del Sole. Prima di Einstein, Faraday aveva detto: il Sole attrae la Terra; ma se io levo la Terra, questa energia dove va a finire? Si trasferisce agli altri pianeti? Si trasforma in calore? Oppure è presente in quel luogo in modo diverso? Faraday sta descrivendo il passaggio dalla potenza all'atto. Quando ho parlato di qualità e azione, c'è una sorta di passaggio dalla potenza all'atto: se sto con gli occhi chiusi io in potenza posso vedere, quando apro gli occhi io vedo in atto. Se c'è un campo potenziale esteso per tutto lo spazio, quando c'è una massa quella potenza si trasforma in atto e da potenza diventa forza, cioè azione. Una volta dicevo che la forza di Newton non è azione, perché è a distanza. Invece la forza è a contatto col campo potenziale gravitazionale: qualcosa che contiene energia e questa energia passa dalla potenza all'atto quando c'è la massa campione. Questo criterio vale anche per l'elettricità, il magnetismo, per tutte le forze. Se la Terra è immersa nel campo potenziale gravitazionale del Sole, quella potenza passa dalla potenza all'atto. C'è un esperimento immaginario molto divertente, fatto da Einstein. Immaginiamo di trovarci in un ascensore che cade da 200 piani. Dentro ci troviamo in un sistema inerziale: tu galleggi, e se lasci andare qualcosa, questa galleggia. La stazione spaziale non è in assenza di gravità, ma è in caduta libera continua, come l'ascensore, solo che ha una traiettoria tangenziale per cui continua ad orbitare invece di schiantarsi sulla Terra. Facciamo due fori nelle pareti dell'ascensore paralleli al pavimento. Dall'esterno lanciamo un raggio di luce che attraversa l'ascensore ed esce dall'altra parte. Dentro l'ascensore il ricercatore vede il raggio dritto che attraversa l'ascensore. Un osservatore dall'esterno vede il raggio di luce curvarsi (perché il foro d'uscita si è spostato verso il basso) per raggiungere il foro d'uscita. Alle volte c'è un aspetto fisico, alle volte c'è un aspetto geometrico. La curvatura dello spazio è espressione di un aspetto fisico. C'è un'affermazione, nella filosofia aristotelico-tomista, che dice che la quantità è il primo degli accidenti: tutto ciò che è materiale è esteso. Einstein in qualche modo va a confermare ciò. Dice che c'è qualcosa che è una qualità: il campo con le sue equazioni. Se il campo è una qualità, se la massa è una qualità, qual è la sostanza? Il campo potenziale è una qualità reale e non viene generato dalla massa, come normalmente si dice. Se il campo è sullo stesso piano della massa, allora c'è un'unica sostanza fatta di massa e di campo, il che vuol dire che il campo è esteso come l'universo. Noi non finiamo dove finisce la nostra massa, ma dove finisce il campo potenziale gravitazionale. I due aspetti, massa e campo, sono sempre dinanzi a noi. Io mi accorgo della presenza del campo attraverso un'azione e questa azione mi dice che c'è una qualità, una quantità e una sostanza. Non esiste campo senza massa ma la stessa sostanza. Invece di pensare che una massa attira un'altra massa, e per massa intendiamo sostanza che agisce a distanza, io dico che la sostanza, fatta di massa e campo potenziale, attira un'altra massa e viceversa. Questa è una lettura filosofica di una teoria fisica. Lo spazio è una miriade di strati di campi potenziali di tutte le sostanze dell'universo.

Mi direte: ma è possibile che ognuno di noi sia esteso come l'universo? Ci sono due aspetti. In una filosofia realista gli infiniti danno fastidio. La matematica usa gli infiniti, in fisica non è così. Una corrente filosofica matematica cercava di definire completamente i numeri reali e cercava di dimostrare che c'è una corrispondenza tra una retta ed i numeri reali. Ma se io ho due numeri con un milione di decimali uguali eccetto l'ultimo numero, tra i due numeri ci sono ancora infiniti numeri. Gödel, con due teoremi, disse che ciò è impossibile. Tommaso diceva che con una mente finita non posso definire completamente un oggetto infinito. Oggi invece di parlare di numeri reali con un numero infinito di decimali, parliamo di numeri computabili, facendo marcia indietro dal punto di vista matematico. Facciamo la stessa considerazione per quanto riguarda l'universo. L'universo è formato da numerosissime Galassie. Una Galassia ha mediamente un diametro di 20.000 anni luce (un anno luce sono circa 9000 miliardi di km). Tra una Galassia e un'altra, più o meno, ci sono 2.000.000 di anni luce. La Galassia più lontana, per quanto ci è possibile vedere, è a tredici miliardi di anni luce. Attualmente ci sono due teorie: l'universo aperto e l'universo chiuso. Filosoficamente possiamo dire che è molto più consistente pensare all'universo chiuso, che è finito ma illimitato. Se avete una formichina che cammina su un pallone: la formichina si troverà al punto di partenza. Kant, nelle sue antinomie, dice che se l'universo è finito, ci dev'essere un confine. Da una parte avremo l'etere, lo spazio, i campi … Dall'altra parte non c'è lo spazio vuoto, ma il nulla. L'universo, curvo e chiuso in se stesso, è illimitato ma chiuso. Da un punto di vista filosofico, sia Tommaso sia Aristotele dicono che il mondo è finito. Se è curvo, sarà finito, ma illimitato.

PARENTI – Per Aristotele infinito è ciò che è non compiuto, non finito. E criticava Platone perché per infinito intendeva il tutto perfetto. Per attribuire a Dio il nome “infinito” si doveva modificare il senso: solo Dio è il suo esistere, mentre ogni creatura riceve l'esistere in un determinato modo, che è l'essenza che la definisce, che la delimita. In questo senso si può dire che Dio è infinito, cioè non limitato ad un determinato modo di esistere. Per quanto riguarda il confine del mondo, si può ragionare come per l'inizio del mondo nel tempo. Come notava sant'Agostino, non c'è un “prima” temporale che precede l'inizio del tempo. Così non c'è un al di là del confine spaziale del mondo.

DE RISO – Può qualcuno, che non ha esperienza di un x diverso, affrontare un discorso su un x diverso? Di fatto noi siamo finiti, abbiamo un tempo... non è presunzione andare al di là di quello che siamo? Può un bicchiere pensare di poter parlare di un mare? Invece l'essere umano ha sempre tentato di andare a disquisire su qualcosa che è al di fuori di ciò che rientra nella nostra esperienza.

GRAGNANO – I nostri concetti ce li formiamo dal mondo: ce li formiamo da ciò che è fuori di noi.

DE RISO – Io posso conoscere ciò che appartiene a me, alla mia testa. Però di fatto è vero che l'essere umano è limitato? Con lo spirito andiamo verso ciò che è più in alto, lo chiamiamo rapporto col divino, comunque qualcosa che va oltre... A questo punto, forse, è bene che parliamo dell'infinito che non ci appartiene e di altro che non ci appartiene?

GRAGNANO – Io sto parlando di fisica. Molto spesso è stata usata la meccanica quantistica (la “libertà” delle particelle) per parlare della libertà umana. La singola particella fa quello che le pare, ma l'insieme delle particelle è vincolato. Io sono contrario allo sforamento degli ambiti. Io mi fermo all'ambito fisico, con la filosofia e la metafisica. Poi l'uomo è fatto non di due parti, ma di tre, come dice san Paolo: corpo, anima e spirito. Lo spirito è come il tetto di vetro di un palazzo, che fa entrare la luce. Ma anche quando saremo in Paradiso, dove conosceremo Dio non mediante concetti, non riusciremo mai a comprenderlo. San Paolo dice di essere stato in cielo e di aver visto cose non esprimibili con concetti. Ma nell'ambito di un discorso razionale sul nostro mondo mi pare che l'uso di “infinito” sia ideologico e comunque non verificabile.

FRATTINI – In matematica si parla di pseudo-infiniti, non propriamente di “infiniti”, anche se li chiamo “infiniti”.

GRAGNANO – Ma la distanza tra qualsiasi grandezza e l'infinito resta infinita.

FRATTINI – Però concetti come “infinito al quadrato”, “infinito all'infinito”, “zero diviso infinito” non sarebbero manipolabili se io non li considero pseudo-infiniti, altrimenti non han senso.

GRAGNANO – D'accordo. Mi auguro che la matematica e la fisica imparino a fare a meno degli infiniti. Perché dal punto di vista filosofico mi rendo conto che tutto è misurato, come dice il libro dei Proverbi.

FRATTINI – Questo esclude anche il vuoto inteso come nulla. Il nulla non ha proprietà: non posso misurare il nulla.

PARENTI – Quando parliamo di “trascendere” dobbiamo stare attenti. Dire che Dio è buono significa che quello che io capisco che è buono, per la mia capacità che parte dai sensi, c'è in Dio, anzi è prima in Dio che nelle creature (“preesiste in Dio”), ma in un modo più alto che a me sfugge. Questo discorso andrebbe applicato anche alla cosiddetta metafisica. Quand'è che nasce l'ente di cui si occupa la metafisica? Quando io capisco che non è necessario che, per agire, una cosa sia soggetta a divenire, a trasformazione. Dunque non è necessario che ciò che esiste sia materiale, cioè soggetto a trasformazione. Ci arrivo per via negativa, concettualizzando ciò che conosco con un giudizio negativo. Non ho positivamente il concetto di “ente” nel senso della metafisica. Non esiste un “terzo grado di astrazione”: l'astrazione metafisica. Da qui il discorso del limite: è vero che l'intelletto non va al di là, ma essendo consapevole dei suoi limiti può capire che c'è qualcosa che va al di là, ma senza pretendere di capirlo. Nel momento che capisco che uno agisce in quanto è in atto, mentre si muove in quanto è in potenza, riesco a capire che non è necessario che chi agisce si muova, anche se non ho alcun esempio in proposito. Questo lo dice Aristotele all'inizio della Fisica. Non ci sono intuiti trascendentali.

SCIRÈ – Vorrei capire quando una domanda è filosofica, aperta a ciò che va oltre, e quando è una domanda scientifica. Scienza, filosofia, fede... sarebbe bello arrivare a capire qualcosa, specie verso la fine della vita, senza confondere queste nostre possibilità; domande come quella sull'infinito mi sembrano domande concrete, anche se sono al di là della mia capacità.

GRAGNANO – Una domanda filosofica è una domanda di senso, una domanda scientifica semplicemente si chiede come funzionano le cose. Se la scienza si deve interrogare se l'oggetto studiato esista oppure no, quella non è una domanda filosofica? Quindi la scienza non può partire da zero. Oggi il mondo pensa che la scienza abbia la sua indipendenza. Papa Benedetto fu chiamato a fare una prolusione alla università “La Sapienza” di Roma. I professori di fisica e altri con loro si ribellarono, perché Papa Benedetto diceva che c'è un filo logico che lega Galileo alla bomba atomica. Che cosa voleva dire? Galileo diceva che la scienza deve andare avanti per i fatti suoi, non deve avere alcuna acquisizione religiosa, morale, ecc. Così finisce che tu costruisci la bomba atomica senza chiederti la moralità di questa cosa. Ma la scienza per cercare come funzionano le cose ha bisogno di un oggetto, della sua esistenza. Invece la domanda filosofica si chiede che cosa sono le cose, per quello che possiamo. La scienza non si rende conto che si appoggia già nei punti di partenza alla filosofia. Quando si trova in ambiti in cui questi fondamenti non ci sono, si accorge che sta imitando una filosofia. La maggior parte degli scienziati si appoggia alla interpretazione della scuola di Copenaghen della fisica quantistica. Questa scuola ha vinto non perché i suoi scienziati fossero più intelligenti, ma perché ha convinto più persone: non c'è un argomento scientifico vincente. Mentre da un punto di vista filosofico è difficile comprendere oggetti così misteriosi.

PARENTI – Heisenberg, nel suo libro su Fisica e filosofia, per ben due volte dice che occorre riscoprire il concetto di potenza di Aristotele: la materia come tendenza.

GRAGNANO - Heisenberg non ha capito Aristotele: egli ipostatizza la potenza, non la vede riferita all'atto, ma è la funzione d'onda.

FRATTINI – Vorrei sentire il seguito della tua esposizione, a proposito della meccanica quantistica.

GRAGNANO – Avete una parete con due fenditure molto piccole, dietro la parete un cannone e dall'altra parte uno schermo. Il cannone spara elettroni. Lo schermo si illumina quando viene colpito. Ci aspetteremmo che si formassero due mucchietti di elettroni in corrispondenza dei due buchi. Invece si formano figure di interferenza, come ci si aspetterebbe da onde luminose. Se metto un rilevatore per capire da che parte passi l'elettrone, gli elettroni – scusate l'ironia – se ne accorgono e si formano i due mucchietti. Questi i fatti. Ma l'interpretazione è ancora più strana. Notando che la luce si comporta anche come particella, ci si chiese se le particelle si comportino anche come onde. Ma la particella è una particella oppure no? Heisenberg diede una svolta alla ricerca, dopo il 1920. L'elettrone gira attorno al nucleo in orbite prestabilite che si chiamano orbitali, e quando sale o scende di un orbitale emette un fotone. Se non ché, se l'elettrone si muovesse attorno al nucleo dovrebbe emettere energia e collassare. L'interpretazione della scuola di Heisenberg dice che l'elettrone non si muove, ma è presente in tutta la zona elettronica. Sta dappertutto, in ogni punto. Quando io vado a misurare, lo costringo a stare in un posto. L'esempio di Heisenberg è preso dalla temperatura. La temperatura dipende dal movimento delle particelle. Ma se scendo a livello microscopico, non ha senso parlare di temperatura dell'acqua. Ci sono grandezze fisiche che a livello microscopico non hanno più senso. Così ha senso parlare di posizione a livello macroscopico, non a livello microscopico. In altre parole, la posizione e quindi l'estensione non ha più senso, basta l'energia. L'importante è che io sappia interpretare matematicamente: più vai avanti nella scienza più devi rinunciare a cose cui tenevi: temperatura, posizione...

Uno degli esempi è quello del gatto di Schrödinger. Il gatto è vivo, morto, vivo e morto. Così la particella può essere passata da entrambe le fenditure. Ne va del principio di identità. A è uguale anche a non A. Qui sembra esserci bisogno di una lettura filosofica.

Dice un fisico che, al di là dell'aspetto matematico, l'interpretazione non ha niente a che vedere con la scienza. Anche perché, nella spiegazione di queste cose, tu dici che, appena misuro, appena cerco di vedere che cosa succede nel sistema quantistico, il sistema diventa classico. Il sistema quantistico interferisce con il sistema classico: scompare il gatto vivo e morto. Così non hai alcuna prova sperimentale della interpretazione. In questa situazione, quando vai ad interpretare, stai facendo filosofia. Talete: tutto è fatto di energia. Per Heisenberg gli elementi fondamentali sono la funzione d'onda, come per Pitagora e Platone l'essenza di tutte le cose è matematica. Fichte, che Heisenberg cita, diceva che il non-Io si impone sull'Io: gatto vivo e gatto morto. Non ci sono prove di questo, e nemmeno del fatto che la particella sia passata da tutte e due le parti.

C'è poi la non-località. C'è un fenomeno, l'entanglement (connessione), per il quale due particelle gestite da una stesa funzione d'onda, che possono essere anche a grandissima distanza, sono tali che se una si gira, si gira anche l'altra... come se ci fosse una connessione che ha una velocità infinita. Newton pensava che la luce avesse una velocità infinita. Noi ora ricominciamo.

La storia di questo esperimento porta anche a pensare agli universi paralleli. La sovrapposizione di due universi, nei quali la particella passa da un foro in uno, dall'altro nell'altro, ma uguali in tutto il resto, spiegherebbe l'interferenza. Infinite sono le possibilità, infiniti gli universi paralleli.

C'è anche una interpretazione realista. Si tratta di filosofia, la fisica resta uguale. Non esiste la particella da sola, ma un'unica sostanza che è particella e campo. I campi passano attraverso i fori e fanno interferenza, formando i cammini possibili che le particelle percorrono una alla volta. La figura d'interferenza che si forma non dipende dal fatto che la particella si sia trasformata in onda. Un'interpretazione simile a quella che vi ho posto io è quella di De Broglie e Bohm. Soltanto che invece del potenziale gravitazionale hanno messo un potenziale quantistico, e nella interpretazione di De Broglie rimane il problema della non località.

Sono stati fatti esperimenti sull'entanglement (esperimenti EPR: Eistein, Podolski, Rosen) per vedere se le particelle ad una certa distanza sono collegate. Ma aver verificato che sono collegate ad una certa distanza non permette di dire che allora sono collegate all'infinito. Nella natura tutte le grandezze sono finite. Io rimango dell'idea che ci sia una spiegazione realista.

PARENTI – Aristotele diceva, all'inizio della Fisica, che non si devono confondere le realtà naturali con gli artefatti. L'artefatto esiste in forza delle parti, nella realtà naturale sono le parti che esistono perché c'è il tutto. L'entanglement c'è solo se c'è un'unica sorgente di un fascio: se è un unico fascio, è come un'unica moneta, con testa e croce: per quanto le facce si allontanino, se da una parte avrà testa, dall'altra avrà subito croce. Il cannone spara un fascio, di cui la particella è parte, ma chi esiste è il fascio. Quando un cannone spara una palla, è la palla la sostanza. Nel caso nostro, invece, il cannone spara un fascio, che però io rallento al punto che la sua frequenza è tale che sembra mandar via singoli elettroni.

GRAGNANO – Tu spari un'onda che si divide in due e poi si ricongiunge, formando una figura di interferenza. Se io, durante la separazione, vedo in un braccio il passaggio di un elettrone e faccio collassare la funzione d'onda, immediatamente, per quanto siano distanti i due bracci, scompare la funzione d'onda nell'altro braccio. Il singolo elettrone si comporta come singola realtà, quando lo vai a misurare.

RONCUZZI – Forse perché noi vediamo l'onda, però col rivelatore si vede la particella.

GRAGNANO – Esatto! Così si viene a dire che la mia lettura ha costretto l'onda a diventare una particella. Una delle conseguenze di questa interpretazione è che c'è una legge che imbriglia non la singola particella, ma la quantità di particelle, per cui alla fine la singola particella fa quello che le pare. Così si è detto che il segreto dell'anima umana, della libertà, è nella fisica quantistica. Anche Epicuro attribuiva agli atomi una libertà analoga. Invece è importante dare alla realtà una interpretazione realistica. Si dice che la singola particella non ha legge. Io rimango imbarazzato, perché questo comporta che non c'è essenza (il “che cos'è” di una cosa). Si ammette una funzione d'onda, ma è una funzione matematica che mi dà la probabilità di presenza. Per questo cerco una interpretazione realista.

SCIRÈ – Se io non capisco, da che cosa lo vedo?

GRAGNANO - Per Aristotele, nella tradizione scolastica, l'unica conoscenza apodittica è il principio di non contraddizione. Tutto il resto ha valore ipotetico. Qui invece la stessa particella sarebbe passata da entrambe le parti, lo stesso gatto è contemporaneamente vivo e morto.

FRATTINI – Come dire che il cerchio è quadrato.

JULVE – Feynman disse: “Chi dice di aver capito la meccanica quantistica non ha capito niente della meccanica quantistica”.

GRAGNANO – Non capirò mai? Io credo e spero che sia comprensibile, almeno che non violi il principio di non contraddizione.

JULVE – Diciamo che l'interpretazione di Copenaghen modellizza con discreto successo questa branca della fisica e permette di fare i conti in concreto.