Centro San Domenico

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Bologna, 5 dicembre 2018


Agli amici degli

Incontri Interdisciplinari


Carissimi,

ci rivedremo lunedì 17 dicembre, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala del fuoco”, cui si accede da Via San Domenico 1.

Nella riunione di novembre, data la presenza di molti nuovi partecipanti, abbiamo preferito fare un ampio giro di presentazione dei presenti. Per questo il tema:

i confini tra realtà, verità e conoscibilità

è stato solo introdotto dal padre Giovanni Bertuzzi, che animerà anche il prossimo incontro.

Cogliamo l’occasione per fare a tutti i nostri auguri di un santo Natale e di un sereno anno nuovo.

Cordialmente



fra Giovanni Bertuzzi O.P.            fra Sergio Parenti O.P.





Breve resoconto dell'Incontro Interdisciplinare del 17 dicembre 2018

a cura di fra Sergio Parenti O.P.



BERTUZZI – Quello di cui parlerò questa sera è parte di un dossier sui rapporti tra scienza e filosofia che uscirà sulla rivista “I martedì”. Il nostro tema è: i confini tra realtà, verità e conoscibilità. Questo rapporto è diventato molto problematico nella cultura moderna. Qualche anno fa, nell'editoriale de “I martedì”, mi chiesi che rapporto ci sia tra sogno e realtà. Il nostro Arcivescovo ci ricordava una esortazione di Papa Francesco: per parlare ai giovani bisogna lasciarli sognare. La verità non consiste solo nell'accertare ciò che è necessario e nel rassegnarsi a ciò che è impossibile, ma nel ricercare e riconoscere quello che è possibile e realizzabile. La verità umana non è chiusa nello spazio della necessità, ma deve aprirsi a quello delle possibilità, perché la nostra natura è caratterizzata dalla dimensione della libertà e della possibilità: impariamo a saper distinguere i sogni dalla realtà, ma impariamo anche a far valere la libertà di sognare. Molto più seriamente, vorrei considerare il rapporto che c'è tra la conoscenza e l'oggetto della conoscenza nella storia del pensiero occidentale, a partire da quello greco. L'interpretazione di questo rapporto tra soggetto e oggetto ha avuto una grossa trasformazione, soprattutto a partire dal pensiero moderno.

Possiamo illustrare questa trasformazione, partendo da quattro considerazioni: le prime due riguardano l'impostazione della conoscenza nel pensiero antico e medioevale, le altre due riguardano la trasformazione che l'impostazione della conoscenza ha avuto nella scienza e nella filosofia moderne.

La prima considerazione, che può sembrare banale ma non ha mancato di suscitare discussioni, è la seguente: il mondo in cui viviamo e le cose che ci circondano esistono indipendentemente dal fatto che noi le conosciamo e da come le conosciamo. Nessuno di noi può sensatamente sostenere che quello che possiamo vedere o toccare in questo momento c’è, esiste (per quello che comunemente intendiamo per esistenza), solo per il fatto che lo vediamo o lo tocchiamo. Non è la realtà delle cose che dipende dalla nostra conoscenza, ma siamo noi che dobbiamo piegarci alla realtà delle cose, se vogliamo riconoscerle per quello che sono. È la realtà che condiziona e misura la conoscenza che possiamo avere di essa, e non viceversa. C'erano fin dai tempi di Aristotele due domande in proposito: che cos'è ciò che vedo, ciò che conosco? Perché le cose che conosco sono così come sono?

La seconda considerazione allarga il campo di applicazione della conoscenza, ma non smentisce la prima considerazione. E suona così: noi ci serviamo della conoscenza non soltanto per constatare che le cose esistono e per considerarle come sono, bensì anche per trasformarle, per adattarle a noi, per subordinare la loro esistenza alla nostra, alle esigenze e finalità della nostra vita e (lo vedremo a proposito degli esperimenti scientifici) alle esigenze della nostra conoscenza.

Noi non ci limitiamo a conoscere la realtà e a constatarne l’esistenza, ma ci avvaliamo della medesima facoltà di conoscere, che ci pone in relazione di subordinazione alla realtà, per subordinare viceversa la realtà conosciuta a noi, per metterla al servizio dei nostri scopi, dei nostri bisogni e dei nostri desideri. L’arte, la tecnica, l’etica, persino la logica e la matematica nascono da questa esigenza. Sotto questo secondo aspetto l’uomo si fa misura della realtà che conosce o da conoscere, e si domanda: come deve essere ordinata, strutturata la conoscenza perché possa servire a trasformare la realtà secondo i miei scopi? È la mentalità dell'ingegnere e dello sperimentatore.

Questi interrogativi e questa struttura sono espressi molto bene nella gnoseologia e nella metafisica classica. San Tommaso, nell'introduzione al commento all'Etica di Aristotele, dice: c'è un ordine che la ragione considera ma non fa (metafisica, fisica, antropologia, …); altre discipline riguardano l'ordine che la ragione, considerando la realtà com'è, fa (logica, etica, tecnica o arte). Questi due ordini corrispondono alla distinzione classica tra intelletto speculativo ed intelletto pratico.

Anche nella teoria dei trascendentali, dove vengono distinte le caratteristiche della realtà com'è in se stessa (ens, unum, aliquid, res e anche – aggiunge padre Boccanegra – ratio rei) ed i trascendentali verum e bonum, c'è questo duplice rapporto tra la realtà, l'uomo con la sua conoscenza ed i suoi rapporti con la realtà, rappresentati dal verum e dal bonum. Mi piacerebbe presentarvi la sintesi del padre Boccanegra per unire l'aspetto oggettivistico del pensiero classico con quello soggettivo del pensiero moderno.

La terza considerazione è figlia del rinascimento e della prima rivoluzione scientifica. Sono due fenomeni che si richiamano a vicenda: già dal rinascimento comincia a prevalere l'atteggiamento pratico su quello speculativo: Leonardo da Vinci è un esempio. In Galileo, Copernico e Newton prevale l'aspetto tecnico della scienza: i mezzi di conoscenza costruiti per conoscere meglio la natura. L’uomo copernicano, di fronte agli errori medioevali d’interpretazione sulla struttura dell’universo, si chiedeva:

- come mai ci si è sbagliati per tanto tempo sulla struttura del mondo in cui viviamo e sul posto che occupiamo nell’universo?

- perché l’universo non è così come pensavano che fosse gli uomini medioevali?

Lo sbaglio – diceva Galileo - non derivava tanto dalla realtà e dall’esperienza che ne facciamo, quanto dalla riflessione sull’esperienza sensibile e dall’interpretazione che ne dà la nostra mente. Ciò che è significativo, e apparentemente paradossale, è che per risolvere il problema della realtà ci si rivolge alla conoscenza.

Prendiamo in esame, a questo proposito, la posizione di Galileo, come la riporta l'Abbagnano. Egli da una parte affermava: “Soltanto il libro della natura è l’oggetto proprio della scienza; e questo libro è interpretato e letto soltanto dall’esperienza. L’esperienza è la rivelazione diretta della natura nella sua verità. Essa non inganna mai: anche quando l’occhio ci fa vedere spezzato il bastone immerso nell’acqua”. Ma egli proseguiva con questa fondamentale considerazione: “l’errore non è nell’occhio, che riceve veramente l’immagine rotta e riflessa, ma nel ragionamento il quale ignora che l’immagine si rifrange nel passare dall’uno all’altro mezzo trasparente”1. In questa teoria ciò che sembra avere il primato è la natura e l’esperienza; ma in realtà Galileo mette in evidenza che quello che va chiarito e fondato in primo luogo è il modo di conoscere la natura e di fare esperienza. L’esperienza è sì il punto di partenza e di riferimento della scienza, ma ciò che fonda la scienza e l’esperienza stessa è il modo di ragionare della scienza sull’esperienza e sulla natura.

Il presupposto più o meno tacito di questo nuovo modo di impostare il rapporto tra l’uomo e il mondo che lo circonda può essere espresso dalla seguente considerazione: non l’esistenza o il modo di esistere delle cose, ma la conoscenza dell’esistenza e del modo di esistere delle cose (in una parola l’esperienza) dipendono dalla nostra conoscenza e dal nostro modo di conoscere.

Quello che è importante sottolineare è che la teoria della conoscenza si impone al posto centrale nella filosofia, e tutte le altre parti del sapere e le altre discipline filosofiche cominciano a presentarsi come una costellazione derivata da un’unica stella che gira attorno ad un unico centro: il soggetto conoscente. La gnoseologia prende progressivamente il posto dell'ontologia.

Gli interrogativi nuovi, che sono al centro delle due grandi correnti filosofiche del '600 e '700, cioè l'empirismo ed il razionalismo, sono:

- qual è l'origine non dell'esistenza delle cose, ma delle nostre idee?

- quale metodo generale dobbiamo seguire nell'elaborazione delle nostre conoscenze?

Questo è il problema della mathesis universalis e del novum organum. Gli empiristi insisteranno sulla conoscenza sensibile, i razionalisti sulla funzione della ragione. Queste due diverse posizioni verranno codificate da Kant. Riguardo all'origine delle idee egli distingue la conoscenza a priori dalla conoscenza a posteriori. Nella prima sviluppiamo da un concetto quello che è implicito nel concetto stesso. La seconda proviene dall'esperienza sensibile. Un esempio di conoscenza a priori è: un corpo è esteso; un esempio di conoscenza a posteriori è: un corpo è pesante. Quanto alla domanda sul metodo, Kant distingue una conoscenza analitica, nella quale il predicato è implicito nel soggetto, e la conoscenza sintetica, nella quale impariamo qualcosa di nuovo che ci viene dall'informazione dell'esperienza. Tutta questa riflessione riguarda la conoscenza stessa, mentre la realtà resta come in periferia. La rivoluzione copernicana passa dalla scienza alla filosofia. Empirismo e razionalismo si sviluppano nel mondo scientifico. Il pensiero appare più importante degli oggetti con cui è in rapporto la conoscenza e a cui va applicata l’unità del metodo. Come dirà Francesco De Sanctis: “l’ente, che era il primo filosofico, qui è un prodotto della conoscenza, un ‘ergo’ ”2: “Cogito, ergo sum”.

Nel dipinto di Raffaello che raffigura la scuola di Atene, Aristotele non ha in mano la Metafisica, ma l'Etica. Una delle caratteristiche di tale processo è stato il mutamento tra theoria e praxis: dall’atteggiamento prevalentemente contemplativo dell’antico pensatore greco o medioevale si è passati ad un sapere operativo e pratico (o meglio poietico), che metteva la scienza al servizio del dominio dell’uomo sulla natura3. C'è un'analogia con la magia, in questo voler dominare la natura. Francesco Bacone dirà che “sapere è potere”. Il rapporto di dipendenza della realtà dalla conoscenza, proprio della conoscenza pratica, si sostituisce progressivamente a quello della conoscenza speculativa. La verità non consiste tanto nell’adeguazione della conoscenza alla realtà, ma nell’adeguazione della realtà alla conoscenza. L'uomo ordina la natura con la sua scienza costruita secondo le leggi matematiche ed afferma la sua libertà dalla natura. Il progresso della cultura e della civiltà viene concepito come la progressiva presa di possesso dell’uomo sulla natura.

All’esperienza si sostituisce l’esperimento, vale a dire un’esperienza costruita in modo tale che ciò che esiste possa essere ricostruito e misurato dalla conoscenza umana. Il vero è “il fatto”, inteso non come ciò che esiste di fatto, ma vichianamente come ciò che è fatto dall’uomo, come la storia, che è fatta dall'uomo.

E’ valido non ciò che è conforme ai fini della natura, ma ciò che permette all’uomo di usare la natura come materiale e come mezzo per liberarsi dalla natura stessa e perseguire i suoi fini, superando i limiti imposti dalla natura. Nella conoscenza speculativa, per san Tommaso, il fine è puramente contemplativo: assimilazione della realtà; mentre nella conoscenza pratica il fine è di sottomettere la realtà alla conoscenza. Nella scienza moderna, la verità non è un'assimilazione, ma una simulazione della realtà: lo scienziato conosce quando riesce a riprodurre la realtà attraverso gli esperimenti.

La conseguenza di tutto ciò ci sembra che possa essere espressa un po' provocatoriamente con questa quarta considerazione: ha diritto di esistere e di essere considerato esistente e vero solo ciò che è sottoposto o sottoponibile alla conoscenza dell’uomo, alla sua capacità di ricostruire la realtà e creare nuove forme di esistenza.

Quest’ultima considerazione può sembrare paradossale, soprattutto se confrontata con la prima, quella che sostiene l’indipendenza della realtà dalla conoscenza, ma noi trasformiamo la realtà in modo che anche nella sua esistenza dipenda da noi. McLuhan dice che il mezzo del comunicare è il contenuto stesso del comunicare, cioè quello che conta nella comunicazione è come io comunico, non il valore oggettivo. Diceva questo in modo provocatorio, perché oggi vale soprattutto questo.

Einstein scrisse nel 1952 all'amico Solovine: “Ciò che ci dovremmo aspettare a priori è proprio un mondo caotico del tutto inaccessibile al pensiero. Ci si dovrebbe aspettare che il mondo sia governato da leggi soltanto nella misura in cui interveniamo con la nostra intelligenza ordinatrice: un ordine simile a quello alfabetico, del dizionario, ma il tipo d’ordine creato ad esempio dalla teoria della gravitazione di Newton ha tutto un altro carattere. Anche se gli assiomi, i principi della teoria, sono imposti dall'uomo, il successo di una tale costruzione presuppone un alto grado di ordine del mondo oggettivo, e cioè un qualcosa che, a priori, non si è per nulla autorizzati ad attendersi. È questo il “miracolo” che sempre più si rafforza con lo sviluppo delle nostre conoscenze.”. Questo miracolo non è altro che una riedizione della meraviglia di cui parla Aristotele di fronte all'ordine che appare nell'universo. In altra sede Einstein dirà che Dio non gioca a dadi nell'universo, ma che ci troviamo di fronte a qualcosa che non è creato da noi, di cui dobbiamo prendere atto. Questo è quello che volevo sintetizzare nel confronto tra la gnoseologia classica e quella moderna, tra la struttura della scienza antica basata sull'esperienza e questa scienza moderna dove domina non l'esperienza, ma l'esperimento.

JULVE – Sembra che, per capire il mondo microscopico, bisogna rinunciare all'esistenza di una realtà oggettiva, esterna a noi: il tessuto della realtà del mondo è fatto di potenzialità, che vengono codificate come funzioni d'onda quantistiche, e la cosa diventa reale quando vai a guardare, nell'atto dell'osservazione, quando le potenzialità precipitano in un valore numerico concreto.

Io volevo sottoporre alla vostra attenzione un recente articolo di ricerca sulle fondamenta della Teoria Quantistica4 che riguarda direttamente il problema che stiamo trattando della conoscibilità della realtà.

Insieme alle diverse dicotomie che ci offre il concetto di conoscenza del mondo che ci circonda, padre Bertuzzi ci ha presentato quella tradizionale, che la vede divisa in due potenzialità: 1) constatare che esistono (fuori di noi) le cose con le loro proprietà, e 2) subordinarle (trasformarle) alla nostra utilità (logica, etica, tecnica; sapere come potere). In rapporto a ciò, ha anche diviso i tipi di intelletto in quello speculativo e quello pratico. Per quanto riguarda il mondo fisico, ci ha poi ricordato la visione galileiana, attuale, per cui solo il libro della natura è l’oggetto della scienza e il metodo di lettura è l’esperienza. Per situare in contesto l’articolo citato, vorrei ricordare che nella scienza odierna sussiste la divisione tra scienza osservazionale, che riguarda ambiti della natura in cui non possiamo intervenire (per antonomasia, l’astronomia/astrofisica), e la scienza sperimentale, dove interroghiamo attivamente la natura con gli esperimenti (ciò vale sia per la chimica, la biologia o il CERN), per brama di conoscenza o per ricavarne utilità. D’altra parte, l’atteggiamento passivo, contemplativo, della semplice osservazione sottintende che l’atto di osservare non perturba, modifica o influisce sull’oggetto osservato, esterno a noi.

Storicamente, la teoria quantistica ha ribaltato questa scissione, affermando che l’osservazione (misurazione di una qualche grandezza fisica) perturba necessariamente il sistema osservato (addirittura in maniera indeterministica, come descritto dal concetto di “collasso della funzione d’onda”), ottenendo risultati con una determinata distribuzione probabilistica. Si abbatte la barriera tra osservazione passiva e azione sul sistema. La teoria quantistica, dato il suo sbalorditivo successo nel rendere conto dei fenomeni dalla scala atomica in giù, indubbiamente afferra lembi fondamentali della verità, ma presenta problemi ontologici insoluti: l’osservatore (intelligenza cosciente, o basta un computer, o addirittura un semplice apparecchio misuratore?) tradizionalmente è esterno al sistema, una entità “classica” o almeno non dichiaratamente sottoposta alla descrizione quantistica. Ma se la teoria quantistica ambisce ad una validità universale, sia nel micro che nel meso e macrocosmo, se vuole essere completa, deve essere capace di includere consistentemente nel sistema l’osservatore, cioè come oggetto quantistico.

Questo è lo studio affrontato dall’articolo citato, dove il tradizionale termine “osservatore” è sostituito dal più incisivo “agente”. Lo studio formula matematicamente un esperimento “gedanken”, cioè pensato, dove gli osservatori sono descritti da stati quantistici (cioè elementi di uno spazio di Hilbert) anch’essi. Il lavoro è molto tecnico e confesso che ci vorrebbe ulteriore sforzo per capirlo nei dettagli, ma la conclusione è chiara (traduco l’abstract): se gli agenti sono anch’essi entità quantistiche “troviamo che un agente, nell’osservare il risultato di una misurazione particolare, deve concludere che un altro agente ha predetto il risultato opposto con certezza. Le conclusioni degli agenti […] sono quindi inconsistenti. Ciò indica che la teoria quantistica non può essere estrapolata a sistemi complessi, non almeno in maniera semplice”. L’affermazione è fatta con accademica cautela, ma ha molto colpito (le controversie suscitate tra gli addetti ai lavori, e i dubbi partigiani sulla correttezza del lavoro, uscito come “preprint” il 5 ottobre 2018, si sono molto calmierati dalla posteriore pubblicazione su Nature, una rivista dalla censura rigorosa), e avrebbe fatto la delizia di Einstein, che riteneva incompleta la meccanica quantistica. Per ciò che riguarda la nostra discussione, il ridimensionamento del paradigma quantistico che ne deriva credo riproponga la ragionevolezza della tradizionale indipendenza tra osservatore (noi) e una realtà esterna oggettiva che ci circonda.

PARENTI – Se ho ben capito, la parola “osservatore” può significare anche solo una macchina fotografica, una lastra... C’è un’ambiguità. Quando parliamo di “osservatore” pensiamo ad una conoscenza. Che poi la pellicola di una macchina fotografica conosca... diventa un linguaggio metaforico. Non si tratta di conoscenza, ma di qualsiasi cosa che interferisca.

JULVE – L’osservazione è giusta. Potremmo sostituire l’osservatore umano con un computer, come del resto si fa nei laboratori delle particelle elementari. C’è una interfaccia (macchinari, computer che misurano, fanno statistiche, danno valori numerici delle cose ...) tra l’uomo portatore di coscienza e ciò che si osserva.

FRATTINI – In effetti anche Einstein, quando parla di un osservatore, intende qualcosa che possa rilevare un fenomeno, senza che si debba coinvolgere una conoscenza.

PARENTI – Un pallottoliere che faccia cadere una pallina ogni volta che uno entra in una stanza, possiamo dire che “misura” quanti entrano, ma non conosce la misura. Si tratta solo di una corrispondenza tra fatti fisici.

FRATTINI – Einstein non si poneva questo problema, quando parlava di un osservatore. Misurare un fenomeno non implica una coscienza.

JULVE – Gli autori del lavoro citato parlano appunto di un “agente” che fa una misurazione, non di un osservatore. Classicamente, facendo una misurazione si ottiene una posizione. Ma anche l’“agente” - dicono - deve essere quantistico, e può ottenere diverse posizioni secondo la probabilità. Mettendo più “agenti” nel sistema quantistico, si ottiene la contraddizione. Fino ad ora non mi risulta che abbiano trovato un errore nel loro lavoro. La morale della favola sarebbe l’auto-inconsistenza della teoria quantistica. Mi immagino la contentezza di Einstein.

RUOTOLO – Da quello che avevo capito da alcune letture, l’intervento dell’osservatore fa sì che il sistema quantistico si comporti in maniera classica. Nel momento in cui fotografo l’osservatore, non capisco come si crei un problema.

JULVE – Per quanto capisco io, l’osservatore, fotografando le due fenditure in maniera da sapere da quale passi l’elettrone, si dice che perturba il sistema facendo sì che esso si comporti classicamente. Questi signori dicono: “Introduciamo un osservatore quantistico”. Questo vuol dire che tale osservatore può ottenere più risultati, non uno solo. Lo stato di “coscienza” dell’osservatore può trovarsi in una sovrapposizione di due possibilità. Poi, alle spalle dell’osservatore, si mette un altro osservatore quantistico. Allora un osservatore del secondo livello può ottenere un risultato certo contraddittorio a quello dell’altro osservatore.

BOSCHETTI – Padre Giovanni ha posto un problema importante: la realtà è un fatto oggettivo o è quello che io conosco? Si è detto che in questo momento non abbiamo strumenti per misurare in modo oggettivo quello che conosciamo. Dal punto di vista delle scienze sociali, la misurazione è diventata molto importante. Se la conoscenza è potere, come diceva Bacone, una conoscenza misurabile da tutti i dati che abbiamo darà molto potere a pochi. Il fatto di negare l’oggettività è un aspetto molto importante. Di fatto è rilevante all’acquisto del potere.

L’uomo soggioga la natura. Gli Stati Uniti sono contrari all’accordo sul riscaldamento globale. Vogliamo sfruttare la natura a favore dell’uomo oppure per un profitto a breve termine?

DI MAIO – La questione ambientale è stata sottovalutata in passato, mentre ora si presenta con urgenza. Quello che le grandi potenze mondiali stanno facendo è anteporre la logica economica rispetto alle condizioni di vivibilità sulla terra. Parlando con amici che studiano queste cose trovo una totale rassegnazione. Grandi parti della terra diverranno invivibili, ci saranno migrazioni confronto alle quali quelle attuali sono poca cosa, avremo una crisi dell’industria... Non sono ipotesi fantascientifiche come quella di un possibile buco nero in Svizzera per colpa delle ricerche del CERN, ma si tratta di previsioni basate sulla normalità delle cose. Si propone di abbandonare l’allevamento degli animali, che comporta sprechi enormi di energia e acqua.

SCIRÈ – A mio parere il discorso della verità è che noi conosciamo proiettando nel futuro, per via delle nostre preoccupazioni.

BERTUZZI – L’accentuazione del sapere come potere è presentato bene da Paolo Benanti: per tecnologia si intende un processo di progressivo potere dell’uomo sulla natura. Martin Heidegger diceva che il risultato della metafisica contemporanea è ridurre l’ontologia a volontà di potenza. Io, prima, parlavo di ontologia che viene sostituita dalla gnoseologia. Ma Heidegger diceva che la volontà di potenza inizia proprio con Cartesio, con l’affermazione dell’io che si sovrappone all’essere. Anche De Sanctis diceva che l’essere viene ridotto ad un “ergo” che dipende dal “cogito”. Questo nasce con il rinascimento: la civiltà cristiana che fa rinascere, nel senso che porta sulla Terra le esigenze del regno dei cieli. Si parla di “umanesimo”. Ma non è una umanizzazione dell’uomo nella natura, come era nello spirito di un Galileo o di un Leonardo da Vinci, che rispettavano la natura per quello che è (per loro le leggi che scoprivano erano leggi della natura). Poco alla volta queste leggi sono diventate leggi dell’uomo per trasformare la natura. Il prevalere della conoscenza sull’ontologia porta a quella che Maurizio Malaguti chiamava “civiltà faustiana”: Faust, come Prometeo, che vuole dominare la natura attraverso la sua volontà. L’enciclica “Laudato si’” pone questo problema. Si tratta di ritrovare il rapporto di equilibrio (san Tommaso direbbe di ordine) tra l’uomo e la natura.

Il problema epistemologico è questo: la concezione della conoscenza non più come subordinazione alla natura, ma di ricerca di strumenti tali da poter inizialmente conoscere la natura e poi dominarla. Ma succede qualcosa come nel film “Fantasia” a Topolino apprendista stregone: usa la magia per liberarsi dalla fatica, ma la scopa inizia a lavorare per conto suo così come l’industria sta moltiplicandosi al di là dei limiti che l’uomo vorrebbe porre.

PETERNOLLI – Un punto centrale, oggi, è favorire i diritti umani. In questo confluiscono sia gli studiosi di cultura umanistica, sia quelli di cultura scientifica. In questi giorni è morto uno dei più importanti filosofi tedeschi, Spaemann. Lui insisteva sul fatto che l’etica non è possibile senza la metafisica. Penso che sia giusto capire i limiti della metafisica classica, che provocarono le reazioni giuste di Galileo ed altri, ma pure si devono cogliere i motivi profondi che hanno portato la cultura moderna a deviare dalle giuste esigenze di quegli scienziati dell’umanesimo e del rinascimento.

BERTUZZI – La teoria essenzialista della struttura della scienza è diventata tecnologia, che è diventata, come dicono Heidegger, Severino, Galimberti, … pervasiva al punto da eliminare l’etica. Quello che diventa possibile tecnicamente fare diventa lecito. Secondo Galimberti occorre riparare i mali della tecnologia con la tecnologia stessa. Secondo Benanti occorre recuperare la dimensione etica della vita. L’uomo deve affermare la sua libertà sull’invadenza tecnologica. Occorre comunque rimettere in armonia, in sintonia l’uomo e la natura, il soggetto con l’oggetto della conoscenza, la realtà con la verità (la verità è nell’uomo, non nella natura in quanto tale). L’oggetto in quanto tale della conoscenza è l’oggetto della logica e della matematica. Il vero oggetto della conoscenza è la realtà. L’uomo deve ritrovare questo rapporto con la realtà, al di là dei suoi schemi oggettivi che sono quelli della matematica, della logica, della gnoseologia. Una via è quella che ha ricercato il nostro maestro, padre Alberto Boccanegra, che ha rivisto tutte le categorie metafisiche classiche alla luce di questa impostazione di una interpretazione della persona umana in rapporto alla natura, riprendendo le dottrine di san Tommaso, in una concezione moderna, in rapporto alla scuola neotomista di Milano.

Mi sembra importante anche vedere come ha analizzato Paolo Benanti in “La condizione tecno-umana”: la scienza non si chiede più il perché delle cose, ma consiste nel fare statistica, non la scienza induttiva-deduttiva di Aristotele, e nemmeno quella ipotetico-deduttiva di Galileo e della scienza moderna. La statistica fa ottenere previsioni in base ai big-data.


1 Nicola ABBAGNANO, Storia della filosofia, UTET, Torino, 1982, vol. II, p. 168.

2 Francesco DE SANCTIS, Storia della letteratura italiana, Laterza, Bari ,vol. II, p.278.

3Cfr. Alexandre KOYRÉ, Dal mondo chiuso all’universo infinito, Feltrinelli, Milano, 1974, p.10.

4Quantum theory cannot consistently describe the use of itself, D. Frauchinger and R. Renner, Nature Communications, (2018)9:3711, apparso come preprint in arXiv 1604.07422. Il resoconto dell'intervento del prof. Julve, da questo punto in poi, è stato da lui rivisto.