Centro San Domenico
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Bologna, 10 gennaio 2019
Agli amici degli
Incontri Interdisciplinari
Carissimi,
ci rivedremo lunedì 21 gennaio, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala del fuoco”, cui si accede da Via San Domenico 1.
Il padre Giovanni Bertuzzi animerà anche il prossimo incontro, portandoci un suggerimento che padre Alberto Boccanegra, che fu nostro professore, ha maturato nel corso di una lunga vita di studio e ricerca. Si tratta di un suggerimento per aiutarci a conciliare i punti di vista classico e moderno. L’argomento sarà dunque:
realtà, verità, coscienza e linguaggio.
Un cordiale saluto in attesa di rivederci
fra Giovanni Bertuzzi O.P. fra Sergio Parenti O.P.
Breve resoconto dell’Incontro Interdisciplinare del 21 gennaio 2019
a cura di fra Sergio Parenti O.P.
BERTUZZI – La volta scorsa abbiamo esaminato l’evoluzione della concezione della conoscenza e della verità dal pensiero classico antico a quello moderno, partendo da alcune considerazioni: la prima è l’impostazione tradizionale della conoscenza basata sul principio che la realtà è indipendente dal fatto che la conosciamo e da come la conosciamo, e la verità è l’adeguazione della conoscenza alla realtà. Però già nel pensiero classico vi era una dimensione della conoscenza che non era puramente contemplativa e speculativa, ma riguardava la sfera pratica, operativa, e investiva il campo dell’etica, della tecnica: dell’agire e del fare. In questa dimensione è la realtà che diventa strumento per l’uomo ed i suoi scopi.
Questa impostazione trovò un grosso cambiamento al tempo del rinascimento e soprattutto della rivoluzione astronomica e scientifica, dove la scienza non poteva limitarsi a partire da come le cose appaiono nella realtà esterna, ma, per conoscere la realtà in se stessa, bisognava sottoporla al giudizio della conoscenza. Non è più l’esperienza la base della conoscenza scientifica, ma l’esperimento, che è una esperienza costruita secondo i criteri di misurazione e di ordinamento dell’intelletto umano, in particolare secondo l’impostazione della matematica, e l’esperienza veniva sottoposta al giudizio di questa impostazione soggettiva della conoscenza. Ecco perché all’origine della scienza moderna, sia empirista sia razionalista, il problema dominante non è quello della realtà in se stessa, ma come la conoscenza debba essere impostata per riconoscere il valore della realtà. Non più l’esperienza, ma l’esperimento. Perché un oggetto sia considerato come vero – e questo è il punto fondamentale, che trova espressione nella tecnologia – deve essere ricostruito dalla scienza. Non c’è più una assimilazione della realtà, ma una simulazione, da parte della conoscenza. La realtà in se stessa non viene negata, ma non interessa più di tanto: quello che conta è come l’uomo possa impossessarsi della realtà attraverso gli strumenti nuovi della conoscenza, che sono spesso quelli della tecnologia, come il telescopio, fino agli attuali strumenti di esplorazione delle particelle.
La scienza moderna ha messo in primo piano il soggetto conoscente, la sua capacità di ordinare la realtà e la filosofia moderna è andata dietro a questa impostazione, mettendo a fondamento del rapporto con la realtà l’ “io penso”, il soggetto, con Cartesio, Kant (la logica trascendentale), fino all’idealismo, per il quale il pensiero è il vero essere: nulla esiste al di fuori del pensiero e anche la realtà è una modalità dello spirito del soggetto.
Dopo è subentrata una critica a questa assolutizzazione della soggettività, per opera dell’esistenzialismo, che ha affermato che l’essere può essere compreso solo in relazione al modo di essere dell’uomo: l’esserci. Questo rapporto tra essere ed esserci è alla base della impostazione che Martin Heidegger ha dato del problema dell’essere. L’essere può essere compreso solo alla luce dei limiti dei modi di essere dell’uomo, dell’esserci (in questo rimane presente la soggettività). Vedete allora come, nel confronto fra pensiero classico e moderno, c’è una contrapposizione tra un oggettivismo estremo, quello classico, che affermava la realtà indipendente dal pensiero e chi mette la realtà in subordinazione alla soggettività del pensiero e del modo di essere dell’uomo.
Alla fine della volta scorsa vi avevo parlato della posizione del padre Alberto Boccanegra, nostro professore, che in qualche modo ha saltato questa contrapposizione tra oggettivismo classico e soggettivismo moderno e ha cercato una via di mediazione attraverso una rivisitazione della interpretazione classica della realtà, alla luce di una visione dell’uomo non chiuso soggettivisticamente e “onticamente” (come dice Heidegger) in se stesso, ma aperto ontologicamente alla totalità dell’essere. Premetto che nella terminologia di Heidegger è ontico quello che è considerato relativo alle cose viste in se stesse, non alla luce dell’orizzonte dell’essere che si manifesta all’uomo. Quando pensiamo alle cose come esistenti, non le consideriamo come degli oggetti, delle cose separate da noi, ma alla luce di tutta quella universalità che comprende le cose e noi stessi e il rapporto che abbiamo con loro: questa è la visione ontologica. La differenza ontologica consiste nel fatto che non possiamo pensare l’essere in astratto se non in relazione alle cose esistenti e non possiamo pensare le cose esistenti se non in relazione all’essere. Non possiamo ridurre il pensiero all’essere astratto da una parte ed a oggetti individuali dall’altra. Boccanegra vuole riprendere tutta l’impostazione della filosofia classica ed il rapporto che l’uomo ha con la realtà impostandolo su tre elementi fondamentali: la realtà che è data alla nostra coscienza, la coscienza che si rapporta con la realtà ed il linguaggio che è espressione del rapporto dell’uomo con la realtà.
Il triangolo “linguaggio – coscienza – realtà” ripercorre tutto il pensiero occidentale. Lo trovate espresso molto bene in appendice al libro di Eco “Kant e l’ornitorinco”; l’appendice “Sulla denotazione” (il rapporto che il linguaggio ha con le cose, mediato o meno dall’intelletto), fu scritta da Eco con altri collaboratori, come Marmo, Tabarroni ed altri studiosi. Si parte da Aristotele, che nel Perì Hermeneias ha dato la prima grossa impostazione del triangolo semantico (Eco lo chiama “semiotico”), poi con Scoto, Ockham, Francesco Bacone, Hobbes, Mill … l’impostazione ha ricevuto variazioni. Tra il linguaggio e la realtà (base del triangolo) c’è il terzo angolo: l’intelletto. Che rapporto c’è tra il linguaggio ed il pensiero? Aristotele dice che il linguaggio è un segno, perché è convenzionale, arbitrario, e lo esprimiamo in varie lingue. Se vogliamo comprendere che cosa un altro ci dice, dobbiamo accordarci. Il rapporto che l’intelletto ha con la realtà è, invece, una identificazione (l’assimilazione della conoscenza) del pensiero con quello che viene colto della realtà: questo rapporto viene espresso col termine “similitudine”. Così fa anche san Tommaso. La similitudine è qualcosa di naturale, mentre il segno è artificiale e arbitrario.
Nel pensiero moderno il linguaggio viene impostato non in rapporto a questa base naturale che è la conoscenza, ma in un rapporto diretto di denotazione, di significazione, con le cose: ad es.: conveniamo di chiamare “bottiglia” questa cosa. Non si vuole significare la natura di qualcosa che esista con una propria essenza indipendentemente dal fatto di significare quello che il linguaggio dice delle cose. Questo è il nominalismo: le parole sono nomi e indicano le cose. L’intelletto in qualche modo è subordinato a questo rapporto.
Padre Boccanegra ha ripreso questa problematica del rapporto tra realtà, conoscenza e linguaggio. Lo riprende su un piano di critica della conoscenza, del linguaggio e del dato della realtà; su un piano metafisico, cioè di interpretazione di ciò che linguaggio, realtà e intelletto hanno alla luce del problema dell’essere, dell’esistenza.
La realtà è ciò che è dato a noi, alla nostra conoscenza e alla nostra coscienza. Noi partiamo nella riflessione conoscitiva da quello che ci viene dato dall’esperienza: le cose nel loro divenire, nella loro trasformazione. Le cose nella loro trasformazione vengono colte dall’intelletto, che è la coscienza, il vero soggetto dell’esperienza. Le cose nel loro divenire non sono “dati di esperienza” se non quando sono in rapporto con la coscienza, che sperimenta, giudica e poi esprime la propria conoscenza col linguaggio.
Questa struttura dell’esperienza, come esperienza del divenire delle cose e come viene poi espressa nel linguaggio, Boccanegra l’imposta su questa base: non il divenire in quanto tale, o l’essere in quanto tale, ma il soggetto del divenire e dell’essere, sono gli enti, che presentano questa mutevolezza, per cui l’esistenza non appartiene loro in modo stabile e definitivo, ma il divenire delle cose consiste proprio nella contingenza: ciò che è non è più e ciò che non è viene ad esistere. Il divenire è il luogo della contingenza: ciò che è ma può non essere, ciò che non è ma può essere.
In questa dinamica l’intelletto interviene con un’analisi che cerca di distinguere ciò che è da ciò che non è e nell’affermare la necessità che ciò che è non possa non essere. Questa è la riflessione che la metafisica fa sul valore dell’ente in quanto tale: l’ente, in quanto tale, non può non essere. Se nel divenire vediamo che gli enti passano dal non essere all’essere, bisogna fondare il valore dell’ente contingente sul valore dell’essere.
La posizione di Padre Boccanegra è molto rigorizzata, perché è stata sviluppata sia nel confronto col suo maestro, Bontadini, sia nel confronto, comune ad entrambi, con Emanuele Severino. Severino aveva a quel tempo affermato il bisogno di tornare a Parmenide, cioè di affermare il valore che l’essere ha e che non può essere smentito dall’esperienza e dal divenire delle cose. Ci fu un rapporto dialettico anche con Cornelio Fabro, che in qualche modo si opponeva a tutti loro. Vediamo come Boccanegra imposti il rapporto tra il dato, la coscienza e il linguaggio, ricordando che egli lo imposta in riferimento all’esperienza del divenire ed ai primi principi della metafisica. Egli infatti parte dalla positività del dato: la conoscenza è relativa a ciò che si presenta come dato di esperienza. Poi considera lo sviluppo di questo dato alla luce della distinzione tra divenire ed esperienza: il divenire è la base oggettiva dell’esperienza. Il divenire è ciò che la realtà presenta in se stessa. La coscienza è il luogo dove il dato del divenire è presente. La coscienza, però, è soprattutto il luogo dove compare il negativo che non è dato empiricamente e tuttavia è presente. La coscienza pone il problema che ciò che è non è più.
PARENTI – Cosa intendi per negativo?
BERTUZZI – Nel passaggio dal dato A al dato B, B non è più A. C’è un’apparente contraddizione, che inizialmente egli risolve attraverso il sostrato che rimane identico: la potenza passiva; dopo la tematizza ancora come vedremo.
Perciò è nella coscienza, e nella sua sfera razionale, che, come abbiamo visto sopra, il negativo viene contrapposto al positivo e la contraddittorietà viene risolta nel principio che l’ente non è il non ente: il principio di non contraddizione. Tale principio viene conquistato dalla ragione, ma viene espresso nel linguaggio, dove il discorso può sfuggire alla razionalità e così cadere nella contraddizione: io posso dire che l’ente è il non ente. La contraddizione non ha sede nel pensiero e tuttavia c’è nel linguaggio. Dunque per risolvere la contraddizione bisogna escogitare per essa un luogo proprio, che è il linguaggio, alla luce del pensiero.
Boccanegra analizza il linguaggio contraddittorio che afferma: “l’ente è non ente”, ma, alla luce della ragione si nega ciò:
Non l’ente è non ente
L’ente non è non ente
L’ente è non non ente
L’ente è ente.
Dalla contraddizione del linguaggio si passa al principio di identità e l’ente afferma se stesso alla luce della non contraddittorietà.
Quello che mi sembra importante da sottolineare è il modo con il quale Boccanegra distingue i tre aspetti dell’esperienza: il dato, la coscienza, e l’infraconscio che è nel linguaggio. Il divenire appartiene al dato, il negativo alla coscienza razionale, la contraddizione al linguaggio e alla sfera dell’infraconscio. Le aporie sofistiche del linguaggio vengono così risolte dalla sfera razionale della coscienza nel suo rapporto con la realtà del dato. È importante tale impostazione dal punto di vista gnoseologico, perché permette di strutturare la conoscenza assegnando all’intelletto il giusto ruolo di mediazione e di determinazione tra il linguaggio e la realtà: è l’intelletto, la coscienza, che risolve le apparenti contraddizioni che possono essere nel linguaggio e che imposta la realtà sul valore dell’essere e dell’ente.
Il linguaggio è aristotelicamente e tomisticamente un segno convenzionale: segno di ciò che è contenuto nell’intelletto; l’intelletto, in base al suo rapporto di similitudine con la realtà del dato, può distinguere nel linguaggio ciò che è o non è, ciò che è vero da ciò che è falso. Il linguaggio ha dunque un rapporto con la realtà mediato dall’intelletto. In questo modo il paradigma boccanegriano può assolvere al suo compito, che è quello di abbracciare tutte le dimensioni dell’esperienza, anche quella irrazionale, nelle tre seguenti sfere: il dato, la coscienza (nei suoi due aspetti di teoresi e prassi) e l’infraconscio, cioè l’indeterminazione, gli scarti, il falso possibile e quello impossibile, fino alle espressioni prive di valore semantico considerate nel mero aspetto sintattico.
Su questo schema Boccanegra imposta il lavoro di tutta la sua vita: sviluppare un paradigma dell’esperienza del divenire impostato su questi due temi, desunto dalla introduzione di san Tommaso al suo commento all’Etica Nicomachea di Aristotele. San Tommaso dice che esistono due ordini fondamentali della ragione:
il dato, che è l’ordine che la ragione considera ma non fa: la realtà non dipende dal fatto che la conosciamo e da come la conosciamo; il dato viene dall’esperienza del divenire;
questo dato viene sottoposto allo sviluppo della coscienza.
Questo sviluppo della coscienza è razionale, oppure irrazionale. Esso presiede all’ordine che la ragione considerando fa.
Dall’ordine che la ragione considerando fa sul piano razionale abbiamo l’uscita (la presenza che la realtà ha nella conoscenza) nella logica, mentre il ritorno consiste nella impostazione che la ragione compie nel subordinare la realtà: sul piano dell’agire abbiamo l’etica, sul piano del fare abbiamo la tecnica.
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Dato: ordine che la mente considera ma non fa: Metafisica, matematica, fisica, sperimentale e critica, Sviluppo: coscienza: ordine che la mente considerando fa: razionale uscita: nel proprio atto, conoscenza (logica), ritorno intenzionale: nell’atto del volere (etica) esecutivo: nella materia esteriore (tecnico) irrazionale (sofistica) |
In questo modo l’esperienza viene strutturata in base alla struttura della coscienza da una parte e la relazione con la realtà dall’altra.
In questo piano Boccanegra interpreta anche i trascendentali metafisici. Noi comunemente li studiavamo come il modo più universale di interpretare la realtà come è in se stessa. La realtà è data dall’ente come uno, come res, come aliquid sul piano puramente oggettivo, mentre la realtà è messa in rapporto con la conoscenza sotto il paradigma del verum, mentre sotto l’aspetto del bonum è messa in rapporto con la volontà. Boccanegra ha rigorizzato i trascendentali classici alla luce di questa interpretazione che non è soggettivistica, ma è soggettiva, della realtà.
Non vi sto a leggere quello che avete sotto gli occhi [il documento inviato in precedenza dal p. Bertuzzi] per non annoiarvi. Vorrei solo, in conclusione, dire come attraverso questa teoria il Boccanegra vuole superare quelle due posizioni incomplete che sono l’oggettività classica ed il soggettivismo moderno, riprendendo anche le due categorie dell’ontico e dell’ontologico, nomi presi da Heidegger, ma usati con una impostazione fedele al modo classico. Dice:
“ abbiamo nel pensiero classico un realismo senza soggettività (obiettivismo), e nel moderno una soggettività senza realismo (soggettivismo). Il pensiero contemporaneo, dopo essere uscito dal soggettivismo idealista, sembra muoversi verso posizioni realistiche, quindi prospetta la possibilità di un superamento delle opposte istanze, classica e moderna, in una sintesi di realismo e soggettività”.
In che cosa poi consista questa sintesi egli cerca di spiegarlo in questo modo:
“Com’è possibile ottenere questa sintesi? Mettendo al centro della ricerca l’uomo, non come un essere particolare chiuso nel limite, ma come orizzonte che al limite coincide, in sede conoscitiva, con l’essere stesso. L’uomo infatti si può considerare in due modi: ontico e ontologico.
Sotto l’aspetto ontico l’uomo è un ente particolare, parte privilegiata del cosmo, ma anzitutto parte. In questo modo lo tratta S. Tommaso nella Somma Teologica, qq. 75-102.
Sotto l’aspetto ontologico, l’uomo consiste nell’apertura trascendentale della coscienza dell’essere; egli è il luogo in cui si costruisce conoscitivamente tutto l’ordine dell’universo, Dio compreso. E questo sia in filosofia che in teologia”.
Questa è la posizione di Boccanegra, che egli riassume nel paradigma visto sopra, che userà sia nella interpretazione dello sviluppo della storia del pensiero, sia nella impostazione dei vari problemi antropologici, cosmologici, teologici.
JULVE – Che differenza c’è tra l’uomo ontologico, che costruisce tutto l’ordine dell’universo, ed il Logos giovanneo?
BERTUZZI – La Parola di Dio è all’origine della realtà, crea, mentre l’ordine che l’uomo costruisce conoscitivamente, l’uomo lo considera ma non lo fa. La pienezza del Verbo che contiene tutte le perfezioni speculative e operative appartiene solo al Verbo del Prologo di Giovanni. Padre Boccanegra riassume questa sintesi tra l’uscita e il ritorno, tra conoscenza e volontà, tra esperienza della verità ed esperienza del bene, cioè la sintesi tra vero e bene, col puchrum, la bellezza. La bellezza per san Tommaso è la sintesi di ciò che è vero e ciò che è bene, perché il vero è basato sull’essere, il bene sulla perfezione dell’essere e il pulchrum è la considerazione del bene da un punto di vista speculativo, contemplato nella sua perfezione. A completamento del vero, del bene e del pulchrum c’è la gloria: ciò che rappresenta il Verbo nella sua realizzazione finale come sintesi del vero e del bene.
PARENTI – Hai detto che per Boccanegra il divenire è il luogo della contingenza, mentre l’ente non può non essere. Era una delle cose per cui non andavo d’accordo con Boccanegra quando era mio professore. Da dove salta fuori questa frase? La scuola francescana, al tempo di Tommaso e contro di lui, rifiutava Aristotele sostenendo che il creato deve essere contingente. Lo stesso avevano fatto arabi ed ebrei, per poter dire che Dio ci ha voluto ed amato. Se la creazione fosse emanazione come dal sole emana luce e calore, una necessità fisica, non lo potremmo dire: questo era uno dei motivi per cui bisognava “purgare” Aristotele. Non molti anni fa una rivista francescana ribadiva questi concetti. Da dove salta fuori la posizione di Boccanegra? Dall’idealismo di Gentile? Bontadini si arrende a Severino, e dice che si rifugia nella fede.
BERTUZZI – L’argomento di Boccanegra viene dalla terza via di san Tommaso. Per fondare la contingenza si deve risalire alla necessità.
PARENTI – Che ciò che è non possa non essere non viene né da Aristotele né da Tommaso.
DI MAIO – Da Parmenide.
BERTUZZI – Parmenide fa un’analisi dell’essere in quanto tale, mentre Boccanegra parte dall’analisi dell’ente, contingente, che richiede la risalita all’ente che non è contingente.
PARENTI – Ma vorrei sapere da dove prende questa interpretazione. Io non la vedo nelle cinque vie. E nemmeno nel commento alla Fisica di Aristotele, dove si criticano i platonici che definivano il divenire come “essere di chi non è ancora”, confondendo la materia con la privazione. Perché la privazione, anche se necessariamente presente, è principio per accidens del divenire.
BERTUZZI – Ho confrontato, in Prismi di verità1, la posizione di Heidegger con quella di Tommaso sul problema di Dio. Ho analizzato le cinque vie di san Tommaso, non partendo come Boccanegra dalla posizione rigorizzata della dialettica tra essere e non essere, ma nel divenire della prima via e nella terza via, quella del contingente e del necessario. Quello che san Tommaso sostiene è che il divenire non si fonda in se stesso, ma sul rapporto tra potenza e atto: la potenza del divenire non si fonda in se stessa, ma ha bisogno di qualcosa d’altro che sia già in atto.
PARENTI – Il divenire non è qualcosa, lo è colui che diviene.
BERTUZZI – Boccanegra non parte dal divenire in astratto, ma da ciò che diviene. La base della sua metafisica non è l’essere, come per Bontadini, ma l’ente: non posso affermare l’essere senza soggetto. Dal diveniente si deve risalire a Dio. Ciò che diviene “viene da”, mentre Dio non “viene da”.
DI MAIO – Intravedo in Bontadini e Severino l’ipostatizzazione di un evento: il divenire in sé non esiste, ma solo gli enti che divengono.
BERTUZZI – Così come non esiste l’essere, ma l’ente. Ci fu una polemica, in relazione a Severino, tra Boccanegra e Bontadini da una parte e Cornelio Fabro dall’altra; la differenza tra Boccanegra e Bontadini mi risulta essere che per Boccanegra la metafisica non riguarda l’essere, ma l’ente, come dice anche Aristotele. Solo che noi constatiamo l’essere contingente.
PARENTI – Ma nel definire il divenire è sbagliato definirlo come l’essere di chi non è ancora, come dicevano i platonici confondendo la materia con la privazione; il divenire è l’atto di chi è in potenza in quanto però è ancora in potenza, perché in quanto è già in atto abbiamo lo stato della potenza attuata.
CAPECCHI – Vorrei fare una domanda sul triangolo logico. Al posto del linguaggio noi metteremmo il modello. Un modello matematico ha una sua realtà. Di un modello di intelligenza artificiale noi sappiamo come ne abbiamo costruito gli algoritmi, ma i risultati non sono da noi prevedibili e a volte ci lasciano sorpresi. Una volta un modello ci disse dove aveva avuto origine una epidemia e risultò che aveva detto il vero, quasi fosse una terza persona. Ma noi non riusciamo a vedere i singoli passaggi. Parlare di modelli è diverso da parlare di linguaggio?
BERTUZZI – Insegnando la logica prendo come modello logico il sillogismo. Il sillogismo è una costruzione mentale, basato su un principio simile a quello matematico, che Aristotele ha sviluppato per poter dedurre, da delle proposizioni, delle conclusioni che hanno un valore logico indipendentemente dalla realtà. Però questo modello vale per la realtà se i principi da cui parte sono veri. La condizione della correttezza è necessaria, ma non sufficiente.
CAPECCHI – La realtà “attrae” un modello migliore di altri. Nel prevedere, ad esempio, l’origine di una epidemia o di un terremoto, c’è un modello che è più in sintonia con una certa realtà, un altro con un’altra. La realtà richiede un certo tipo di linguaggio?
BERTUZZI – Nel dossier dell’ultimo numero de “I Martedì”, Gragnano sostiene che gli scienziati a volte fanno filosofia anche senza rendersene conto, come fece Newton, considerando lo spazio come il “sensorio di Dio” per spiegare l’attrazione attraverso lo spazio. Un altro scienziato, Tommaso Piazza, mette a confronto lo schema ipotetico deduttivo con lo schema del modo ponendo ponens, schema stoico che Popper applica alla sua teoria della falsificabilità.
DI MAIO – Qual è il fondamento ultimo, o primo, della filosofia? Chi ci dà la garanzia su quello che diciamo? Abbiamo citato Kant e l’ornitorinco. C’è anche la distinzione, usata da Tommaso, tra quoad nos e in se: le cose come sono e come noi le conosciamo. Maurizio Ferraris, nel Manifesto del nuovo realismo, distingue epistemologia e ontologia: ciò che sappiamo sul mondo e ciò che il mondo è. Sono due campi ben diversi. Però molti filosofi non se ne rendono conto e dicono che la verità non è assoluta, ma sempre relativa perché è prodotta dall’uomo. Questo è anche vero, nel senso che non può esistere verità tra gli uomini se non esistono degli uomini che partoriscono idee che comunicano sotto forma verbale. Però è ragionevole pensare che, una volta estinta la razza umana, l’Everest continuerebbe ad esistere. Che l’Everest sia una montagna lo dice un uomo, ma continuerebbe ad esistere anche senza di noi. L’adeguazione tra ciò che è e ciò che diciamo sulla realtà: qual è il medium? La ragione. Come può essere garantito questo medium? Nella storia della filosofia sono state proposte soluzioni che però non sono così stringenti. Il logos presocratico, divino? Il Dio creatore buono del tardo medioevo, che non vuole ingannare gli uomini nel dar loro le facoltà di conoscere? Nella modernità il noumeno è irraggiungibile dal fenomeno: si deve porre kantianamente la ragione davanti al tribunale di se stessa? Per la scienza abbiamo i risultati della tecnica che funzionano: c’è un risultato empirico e fattuale. Ma questo non accade in filosofia.
BERTUZZI – La prima regola è l’umiltà: saperci accorgere dell’errore, per superarlo attraverso la dipendenza che la nostra conoscenza deve avere non da se stessa, ma dalla realtà. La realtà deve avere l’ultima parola nella ricerca della verità, non la chiusura della conoscenza su se stessa. Boccanegra, parlando dei dogmi della fede, diceva che i nostri ragionamenti sono come le bordate dei cannoni delle navi che si avvicinano al bersaglio senza riuscire a prenderlo. Quanto all’esperienza sensibile, Galileo, a proposito del bastone immerso che appare spezzato, diceva che non è la vista che sbaglia, ma la ragione che interpreta malamente quello che si vede.
DEL FRATE – Forse la filosofia, l’ontologia, si scopre nel vero se riesce a partorire una deontologia. Il mio pensiero filosofico ha un riflesso morale e cambia il mio vivere dal punto di vista qualitativo.
RICCI – Ogni materia che oggi diciamo indipendente nasce dalla filosofia. Se anche tutti i filosofi oggi sbagliassero, la filosofia avrebbe valore perché è riuscita a parlare. La filosofia è un metodo di pensiero.
BERTUZZI – Da filosofo, chiamato ad interpretare non un settore particolare della realtà, ma alla luce di una visione complessiva delle cose, vorrei porre una domanda. Una parte della scienza moderna dice che noi possiamo farci un’idea solo di ciò che è fatto da noi: siamo competenti solo dei frutti della nostra conoscenza, in quanto è nostra. Per questo la scienza si è sviluppata sul piano della linguistica: perché il linguaggio lo creiamo noi. Invece la natura non l’abbiamo fatta noi. Possiamo affermare che è vero ciò di cui noi possediamo il meccanismo per sostenerlo, per affermarlo. Però cosa fare di fronte agli schemi e modelli che non siamo noi a costruire? Qual è il limite della oggettività nell’impostazione di una scienza in questa prospettiva, che non è condivisa da tutti gli scienziati?
CAPECCHI – C’è la posizione di alcuni che sono di un positivismo stretto e negano ogni rapporto con la trascendenza. Altri considerano importante che l’oggetto di studio possa essere anche la trascendenza, trovando un metodo ai bordi della scienza. Sul metodo scientifico posso avere posizioni diversissime; ma non credo che ci si possa fermare ai risultati. Ci si muove ai confini della scienza, consapevolmente. La matematica moderna, i modelli di Intelligenza Artificiale pongono comunque dei problemi. L’astronomia, nella sua storia, vede le due correnti: positivista e aperta al trascendente.
BERTUZZI – Einstein dice che ci si dovrebbe aspettare che il mondo sia governato da leggi soltanto nella misura in cui interveniamo con la nostra intelligenza ordinatrice, un ordine simile a quello di un dizionario, mentre il tipo di ordine creato, ad esempio, dalla teoria della gravitazione di Newton ha tutt’altro carattere.
1Prismi di verità. La sapienza cristiana di fronte ai problemi della complessità, a cura di M. Malaguti, Città Nuova 1997.