Centro San Domenico
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Bologna, 2 maggio 2022
Agli amici degli
Incontri Interdisciplinari
Carissimi,
ci rivedremo lunedì 9 maggio, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala del fuoco”, cui si accede da Via San Domenico 1.
Animerà l’incontro mons. Fiorenzo Facchini sul tema:
“casualità e finalismo nell’evoluzione”.
Dobbiamo incontrarci nel pieno rispetto della prudenza contro il contagio da coronavirus.
C’è la possibilità di partecipare on-line tramite Google-Meet. Si deve avere un account Google (è gratuito). In questo caso, ma solo per chi non ha ancora partecipato in questo modo, è indispensabile prenotarsi, via mail, a padre Sergio Parenti, entro il venerdì 6, per ricevere il collegamento (link). Il collegamento verrà inviato alle 20,50.
In attesa di incontrarci, un cordiale saluto
fra Giovanni Bertuzzi O.P. fra Sergio Parenti O.P.
Breve resoconto dell’Incontro Interdisciplinare del 9 maggio 2022
a cura di fra Sergio Parenti O.P.
FACCHINI - Dovrei introdurre il tema della casualità e del finalismo nell’evoluzione. Casualità e finalità: cosa intendiamo noi? Occorre un quadro che riconosca nella evoluzione della vita e dell’uomo la casualità ed insieme non escluda delle finalità, perché non si possono negare nella natura leggi e cause di ordine fisico. Per caso intendiamo l’imprevedibilità di alcuni eventi, che non vanno riferiti ad un intervento diretto di Dio. Benedetto XVI ha più volte richiamato l’attenzione sulla razionalità scientifica della natura: a Ratisbona nel 2006, ma anche in altre occasioni. Galilei diceva che la natura è scritta con un linguaggio matematico e certamente la natura appare come un sistema ordinato, che si è formato nel tempo a partire dal Big bang, che non è una prova della creazione, anche se le è congruente. A partire da quel momento si sono formate nuove relazioni tra i corpi a livello particellare, infra-atomico, infra-molecolare, molecolare e poi via via nelle espressioni di vita che si sono formate nella natura. La relazionalità è una caratteristica della natura e possiamo dirla “scientifica”, perché la si accerta con i metodi della scienza. Potremmo dire che la relazione è la “stoffa” della natura. La storia dell’universo e della vita è una storia di crescita di relazioni. Le quattro grandi forze che regolano i rapporti tra i corpi (gravitazione, elettromagnetismo, forza nucleare debole, forze nucleari forti) stanno alla base di queste relazioni che si stabiliscono nella storia dell’universo e della vita in particolare. Si formano nuove aggregazioni di corpi, si arriva alla struttura vivente, che presenta una evoluzione dalle prime celle con la formazione del DNA fino ai protozoi, fino all’uomo. Si ammette una crescita nella complessità di queste relazioni, per cui si parla di “complessificazione” della materia vivente con la formazione anche di alcune direzioni evolutive cui si collegano le forme viventi che conosciamo, che sono preparate in qualche modo da tutta una serie di trasformazioni: cioè dall’evoluzione di forme viventi. Si possono riconoscere alcune direzioni evolutive, tra cui la cerebralizzazione, che alcuni biologi hanno messo in evidenza come direzione privilegiata che è approdata alla forma umana. Alcuni (non solo Teilhard de Chardin) ritengono che possa essere vista come il filo conduttore di una direzione privilegiata dell’evoluzione.
In questa crescita di relazione si può individuare un principio finalistico per cui si conservano ed evolvono le strutture; però ci si chiede come si possa riconoscere questo principio finalistico nella natura. Nell’evoluzione della vita venivano riconosciute direzioni evolutive diverse, nell’Eocene, nell’Oligocene,… in tante serie evolutive che la paleontologia studia. Dai roditori, ai carnivori, alle giraffe, ai proboscidati … ci sono serie evolutive riconosciute e quindi qualche direzione evolutiva riconosciuta. Sembra che esistano anche certe regole su base genetica che si mantengono nell’evoluzione: per esempio l’allungamento del collo delle giraffe non avviene con l’aumento del numero delle vertebre, ma con l’ingrandimento delle vertebre, perché le giraffe appartengono ai mammiferi, che hanno sette vertebre cervicali. In questi raggruppamenti che la biologia considera sembrano esserci regole che si mantengono anche nell’evoluzione: difficile negare un principio finalistico. Si manifestano potenzialità che nel tempo, in relazione a diversi ambienti geologici e climatici, danno una crescita di complessità con qualche aspetto, principio, finalistico. Questo non vuol dire che ci sia un finalismo in tutte le strutture, ma in certe strutture si manifesta. Alcuni come Mayr e Monod, parlano di teleonomia, per evitare di parlare di qualcosa di voluto (teleologia). Si riconoscono finalità senza parlare di un finalismo generale per tutti i viventi, per tutta l’evoluzione. Qualcuno riferisce tutto al caso; Luis de la Pẽna dice che Dio avrebbe giocato ai dadi; Newman parla di leggi che avrebbero realizzato l’armonia della natura; per Anatole France il caso è Dio nella creazione della natura. Noi riconosciamo questo principio finalistico che si esprime in direzioni particolari.
La direzionalità di alcune linee evolutive è rivelatrice di una intenzionalità esterna oppure si può spiegare esclusivamente con processi di ordine naturale? Questa è la domanda di fondo. Teilhard de Chardin avanza l’idea di una duplice energia: un’energia tangenziale che si esprime con i processi fisico-chimici e un’energia radiale, che non si capisce bene che cosa voglia dire, però che porta avanti novità di tipo evolutivo. Questa è un postulato per ammettere una crescita della complessità che non è casuale e che non è generalizzata. L’energia radiale porta alle strutture viventi che conosciamo oggi. Molti evoluzionisti, lo stesso Dobzhansky, ritengono che l’evoluzione sia andata avanti a tentoni, ma di fatto realizzi un disegno. Molti biologi ritengono casuali questi processi. Monod parla di un disegno che nessuna mente ha concepito. Tutto questo, però, non è avvenuto in modo del tutto casuale, perché la biologia dello sviluppo mette in evidenza che alcune strutture e funzioni anche complesse si sono formate in serie evolutive diverse, in periodi diversi ed in regioni lontane, e non in una serie sola come si potrebbe pensare se tutto fosse casuale. Certe evoluzioni, chiamate convergenti, ad esempio nella struttura dell’occhio o in alcune serie evolutive di mammiferi, si sono sviluppate con un certo parallelismo in Australia e in Europa, senza contatti possibili, e portano a strutture simili. Conway Morris mette in evidenza queste convergenze evolutive. Nell’evoluzione si devono ammettere fattori genetici e fattori ambientali. Nei fattori genetici c’è la casualità, ma certe strutture, come quella dell’occhio, non si spiega come possano essersi sviluppate in serie lontane: forse c’è qualche principio finalistico, naturale e non soprannaturale, che non conosciamo.
Vittorio Possenti, filosofo, afferma che la dottrina di san Tommaso sul rapporto tra materia e forma mette in luce una tendenzialità metafisica della materia prima verso forme diverse, che diventa una tendenzialità evolutiva se le raggiunge la dimensione temporale. Il discorso di come si intreccino fattori genetici e fattori ambientali nell’evoluzione è intrigante anche per la filosofia, non solo per la scienza.
Nell’uomo la complessità è singolare perché l’uomo si adatta all’ambiente non solo con modalità biologiche, ma interviene un’altra modalità che è rappresentata dalla cultura, che è dovuta all’intelligenza e alla capacità di progetto dell’uomo, alla capacità che l’uomo ha di adattare l’ambiente a sé. La cultura può essere vista come discontinuità, ma anche come fattore evolutivo. La discontinuità c’è sul piano fenotipico, biologico: il famoso “salto ontologico” di Giovanni Paolo II, nell’ottobre 1996, in un messaggio alla Pontificia Accademia delle Scienze. Questo salto fa “saltare” i colleghi materialisti, ma non è un dato teologico: viene da un retto ragionare. Dal punto di vista dell’evoluzione questo dato più che intervenire, può orientare l’evoluzione con gli interventi che l’uomo realizza. Teilhard de Chardin, e in modo particolare padre Martelet, un gesuita studioso di Teilhard, parlano di “umanizzazione” come processo che si innesca con la comparsa dell’uomo attraverso la cultura. Umanizzazione dell’ambiente che cresce nel tempo e si esprime con una socializzazione crescente nel padroneggiare sempre di più la natura. Teilhard profila il punto di arrivo di questo processo nel “punto Omega” che identifica nel Cristo ricapitolatore secondo la visione paolina. Questo è molto diverso da quello che oggi viene presentato come trans-umano e post-umano.
In conclusione: possiamo parlare di principio finalistico? Direi di sì. Il riconoscimento di un principio finalistico che si esprime in tante forme e tanti modi nella natura credo che si possa affermare. Si può parlare di “ortogenesi”? Alcuni preferiscono parlare di “ortoselezione”: direzioni che si formano nel corso dell’evoluzione. Questo per sottolineare la selezione naturale. Certamente la selezione naturale è stato un fattore molto importante, ma non basta, perché la selezione naturale opera su delle strutture e le strutture si devono formare: per questo non basta la selezione. Non ci sono principi d’ordine che regolino i fenomeni in dettaglio, ma ci sono le leggi della fisica, della chimica e della biologia che regolano le espressioni della vita e quindi anche i cambiamenti delle strutture della vita nel tempo.
BERTUZZI - Si può concludere che nell’evoluzione ci siano fenomeni casualistici e finalistici. Darwin privilegiava le spiegazioni casualistiche, ma ci sono relazioni finalistiche. Nella natura ci sono entrambi i componenti. Quando è l’uomo che affronta i problemi della natura, agisce sempre con un meccanismo finalistico, volontario e consapevole. Gli animali si adattavano all’ambiente con fenomeni lenti di adattamento organico, mentre l’uomo è capace, con la tecnica, di realizzare fenomeni evolutivi con un finalismo consapevole. Da un punto di vista teologico: che cosa richiama un intervento esterno alla natura per orientarla, al di fuori dell’uomo? Sembra che certi fenomeni finalistici che si manifestano nella natura richiedano un’intelligenza esterna. Per esempio: che i virus possano sviluppare certi meccanismi di difesa sembra che non dipenda dalle loro capacità. San Tommaso usa un argomento del genere per dimostrare l’esistenza di Dio come causa di ciò che in natura si presenta finalisticamente. Il dott. Sacchetti si presentò come ateo in crisi per via dei fenomeni, in natura, che richiedevano la presenza di una autorità esterna. Sono i fenomeni finalistici naturali che postulerebbero questa presenza, mentre si diceva che il vedere il finalismo nei fenomeni della natura fosse una proiezione che l’uomo faceva del suo modo di agire, che è finalistico, attribuendolo alla natura. Forse questa era l’interpretazione che Kant dava nella Critica del giudizio: l’organismo vivente viene interpretato finalisticamente perché gli organi hanno tutti una loro finalità. Questo finalismo lo vediamo noi perché attribuiamo alla natura il nostro modo di agire e di pensare.
FACCHINI - Io credo che una lettura della realtà non possa non cogliere un qualche finalismo. Non dell’insieme, ma nell’affermazione di una modalità di locomozione anziché un’altra, … lo chiami finalismo, lo chiami congruenza con l’ambiente per la sopravvivenza … c’è una relazione: come c’è tra la struttura e la funzione, c’è anche tra il vivente e l’ambiente in cui si trova. Difficile negarlo. Nel caso dell’uomo c’è qualcosa di più, perché interviene lui stesso nell’adattamento, quindi può adattarsi ad ambienti che sarebbero nocivi: grazie alla cultura riesce a sopravvivere. Ma una relazione tra il vivente e l’ambiente, tra la struttura idonea ad un certo ambiente e l’ambiente non può essere negata. Il problema può diventare quello più generale: come il mondo dei viventi si sia sviluppato a partire da forme elementari, e prima ancora dal Big-bang. Una correlazione tra i diversi stadi che si sviluppano nel tempo, certamente connessa con le variazioni dell’ambiente, non la si può negare. Se non la si vuol chiamare finalismo, la si chiama teleonomia. Il problema è il finalismo generale, il principio antropico, che è un principio non della biologia, ma dell’astrofisica. Nella sua forma forte è un problema, ma quella debole, per cui la struttura dell’universo è congruente con la comparsa e con la vita dell’uomo come animale intelligente, veniva ammesso.
Noi non conosciamo tutti i fattori dell’evoluzione. La teoria evolutiva di Darwin è una dimensione, ma non spiega tutto. Alcuni studiosi americani proposero, per spiegare strutture complesse che non si possono scomporre in parti via via formate nel tempo, come l’occhio, che ci deve essere stata una intelligenza superiore: era la teoria del disegno intelligente. Sembrava potesse diventare un argomento apologetico. I creazionisti americani, soprattutto di ambiente protestante, chiesero che potesse essere insegnata la creazione accanto all’evoluzione, ma il giudice negò il permesso, ritenendo che la creazione fosse un discorso religioso e non scientifico. Io presi posizione in questo senso ed ebbi molte approvazioni e molte critiche. Fui persino sfidato da uno ad un duello… mettendo sul banco ciascuno 25.000 dollari ed esponendo davanti ad un giudice le nostre teorie: chi vinceva prendeva tutto. Il mio articolo sull’Osservatore Romano fu ripreso dal New York Times come: “Un punto per Darwin in Vaticano”.
BERTUZZI - Uno scienziato, favorevole alla concezione “laica” della complessità, scriveva che si deve spiegare come l’evoluzione abbia portato alla complessificazione delle molecole fino all’uomo. Diceva che la complessità si spiega attraverso un criterio quantitativo: crescendo, la complessità determina anche salti qualitativi fino al cervello umano. Per questo non c’è bisogno di introdurre una causalità esterna. L’obiezione che viene fatta è di mettere in una scatola le lettere dell’alfabeto e vedere, a forza di scuoterla, se viene fuori la Divina Commedia. Ci sono salti qualitativi che non si spiegano con l’aumento quantitativo dei casi e delle relazioni.
FACCHINI - La posizione di quello che tu dicevi è chiaramente materialista. Se ammetti che ci sia anche una dimensione diversa hai già fatto il salto. È un postulato quello di dire che ci sono solo livelli quantitativi. Finché rimaniamo nell’ordine fisico c’è una scala quantitativa. Ma se ammettiamo il salto ontologico, perché le manifestazioni dell’uomo sul piano del comportamento denotano una discontinuità di tipo ecologico, culturale, ontologico, questa è un’affermazione ontologica, non scientifica. Perché il livello qualitativo è ontologico. Se rimango sul piano orizzontale ho solo la dimensione quantitativa.
PARENTI - Il prof. Stirpe diceva che per i biologi il finalismo è come quella bella donna di cui nessuno riesce a fare a meno, però tutti si vergognano a farsi vedere insieme a lei. Per me noi siamo succubi di retaggi culturali. Ad esempio: la contrapposizione di ontologia e scienza che senso ha? Ha un senso, per noi, da quando si è voluto ridurre la fisica a una fisica matematica: la natura è scritta in linguaggio matematico. Anche Aristotele diceva che la matematica non considera la causa finale, e chi toglie il fine toglie anche la natura. Quindi, in realtà, la parola “natura” non ha più significato per noi, se non come l’insieme di ciò che ci circonda. Non siamo più capaci di distinguere una realtà naturale da una realtà artificiale: tutto è artefatto. Da qui il problema: dove non c’è un uomo che costruisce, c’è Dio? C’è una realtà intermedia? Oppure c’è il caso? Però il “caso” diventa una parola evanescente. Non è più il “per caso”, che è un termine relativo ad una causalità: cioè rispetto a questa causa “non c’entra” questo fenomeno che però si accompagna. Altrimenti “c’entra” e abbiamo il “di per sé”. Quello è il “per caso” che usiamo nel linguaggio quotidiano. Però... la scienza deve essere solo quantitativa. Allora, se tolgo il fine, tolgo il caso, tolgo l’invano e tolgo la natura: così diceva Aristotele. E noi siamo succubi di questo, noi soprattutto per colpa dei teologi, ma la stessa cosa l’hanno vissuta prima di noi gli ebrei e gli islamici. Mosè Maimonide ..., la polemica tra Averroè e Al Gazali, che prima era in polemica con Al Farabi e Avicenna… Ma Averroè fu condannato e messo in naftalina…
FACCHINI - Voi cosa dite del rapporto aureo?
PARENTI - Non mi interessa quel discorso. Uno ammira certe cose e dice che l’armonia non è casuale. Ma, partendo da quel livello, non si sa più come andare avanti. Uno può pensare al progetto intelligente, o a cause intermedie, in una visione neoplatonica, che piaceva a Dallaporta (che però usava le parole dell’antica India, mentre noi abbiamo usato quelle dell’antica Grecia, con i noti problemi di traduzione in latino nell’elaborare la teologia trinitaria). Da qui la distinzione tra piano orizzontale (quello della scienza) e piano verticale, che potrebbe corrispondere al piano “radiale” di Teilhard. Padre Matthias Vereno mi spiegò le cause del piano verticale [gli “archetipi” di Dallaporta] dicendomi: “natura naturans”. In antico distinguevano il numerus numerans (il numero con cui conto; io direi: oggetto della matematica pura) e il numerus numeratus (l’oggetto della matematica applicata). Platone ammetteva, sotto al mondo delle idee, il mondo dei numeri, delle realtà matematiche. Qualcosa del genere venne poi detto per altre entità di tipo ideale [natura naturans], ma sul piano verticale, con una causalità efficiente sul mondo orizzontale, dove non c’è causalità efficiente perché la matematica non considera casualità efficiente o finale, ma solo quella formale.
Mi sembra poi strano aver ridotto tutte le realtà naturali in modo da vederle esistenti in forza delle parti, cioè come gli artefatti: io posso smontare un orologio, ma non posso farlo con un uomo. Si obietta che posso togliere un arto e riattaccarlo. Ma io sono partito che ero una cellula sola. Ho differenziato le mie cellule moltiplicandole: era un uomo che cresceva, non era un agglomerato. Le ho differenziate, ho accresciuto, ho difeso, ho riparato… Ma è il tutto che ripara il tutto. Le parti del tutto naturale esistono perché esiste il tutto: questo concetto è andato perso completamente. Quello che è buffo è che quelli del disegno intelligente da una parte dicono che ci sono strutture che non posso ridurre alle parti nel loro evolversi: non sono scomponibili. Però nel momento in cui non riescono a vedere una causalità intrinseca alla cosa naturale di svilupparsi, sposano il riduzionismo alle parti, perché l’unico fine può essere solo un progetto di un artigiano. Io do ragione a chi dice che, se il fine è solo un progetto, nella scienza bisogna non metterlo, perché se l’artefice delle realtà naturali è Dio, per fare lo scienziato dovrei fare il teologo. Tutta questa confusione dà fastidio, perché diventa un insieme di precomprensioni dalle quali non ci si vuole liberare. A monte ci sono litigi, motivazioni teologiche, condanne… Ma è così anche in ambiente islamico, ebraico, oltre che cristiano.
FACCHINI - Che siano irriducibilmente complesse è un’affermazione senza dimostrazione. Ma la possibilità che in futuro possano essere spiegate non è da escludere.
PARENTI - Anche la parola “dimostrazione”: noi la usiamo all’interno del metodo sperimentale e di una fisica matematica. Mi vanno benissimo, ma lì la causalità efficiente e la causalità finale non salteranno mai fuori. Infatti la causalità efficiente è ridotta ad un “se … allora ...” e la causalità finale è ridotta al progetto di un artigiano, di un ingegnere. Per le realtà naturali ne viene un problema dove si potrà litigare per millenni senza venirne fuori. Invece se io parto a parlare di “fine” dove posso parlare anche di “invano”, di “frustrazione”, non ho bisogno di parlare di progetti che implicano una conoscenza. Ma loro si rifiutano, perché questo porta a cambiare tutto, a riscoprire la fisica di Aristotele non come filosofia staccata [dal sapere scientifico], ma come fondamento della ragionevolezza delle altre scienze, cosa che non si voleva [ammettere] per motivi soprattutto teologici. Queste cose è da tanti anni che ve le dico. Provate solo a chiedervi: “Ma noi parleremmo di “fine” nel caso che ci sia la possibilità di frustrazione?”. Se il sale perdesse il suo sapore … Se il fuoco non scalda… Se la reazione che il chimico sta cercando di fare non riesce, non è frustrato solo il chimico: anche la reazione è andata male e non è stata generata una realtà naturale che chiamiamo “composta” perché scomponibile in parti più elementari.
JULVE - Da sempre ho pensato che il discorso di Monod fosse la negazione di ogni finalità. Lo formulava come “principio di oggettività” della scienza. Oggi, con piacevole sorpresa, ho imparato che il discorso di Monod ha una apertura verso il riconoscimento non di una teleologia, ma di una teleonomia. Su quale base si è dovuto arrendere?
FACCHINI - Credo che lui non possa negare che ci sia del finalismo nella natura. Lui e anche Jacob parlano di teleonomia, che corrisponderebbe ad un principio finalistico, che per me (e per noi) sarebbe anche trascendente in filosofia, mentre loro ne parlano sempre in senso orizzontale escludendo la verticalità: per questo preferiscono parlare di teleonomia invece che di teleologia.
JULVE - Si fa l’esempio dell’occhio, che non si può ridurre ad evoluzione delle parti che lo compongono, ma che si evolvono in maniera che alla fine salta fuori l’occhio con la sua meravigliosa funzionalità.
FACCHINI - Non risulta in natura una gradualità delle trasformazioni. Per questo la visione darwiniana ha una difficoltà. Il darwinismo ha il vantaggio di essere molto intuibile ed ha esempi nella micro-evoluzione. Ma nella macro-evoluzione lascia degli interrogativi enormi. Come sulla biologia dello sviluppo: certi geni che compaiono in ceppi diversi, non dico che richiedano interventi diretti del Trascendente, però quella del darwinismo può apparire una semplificazione eccessiva. Piattelli Palmarini e Fodor fecero anni fa una critica scrivendo “Gli errori di Darwin” e suscitando critiche. Nello stesso tempo dai limiti di una teoria non si può negare la sua validità. La teoria non piega tutto e va integrata.
CASADIO - La biologia dello sviluppo offre modelli, nel senso che noi condividiamo le tappe fondamentali dello sviluppo con molte specie e da quelle traiamo dei modelli per poter studiare l’evolversi della regolazione genica nelle varie fasi dello sviluppo umano. Noi, tutto sommato, abbiamo un substrato comune con gli altri viventi. Però noi abbiamo un surplus: la comparsa di un linguaggio che ci permette lo sviluppo della cultura e delle vette tecnologiche. Questa loquacità è molto dibattuta. Nell’economia dell’evoluzione solo la nostra specie è arrivata a sviluppare queste vette. Anche dal punto di vista di conciliare ragione e fede, quando parli di crescita culturale per arrivare all’uomo, che cosa pensi del fatto che attraverso il linguaggio abbiamo sviluppato cultura, e questo può essere indice di qualcosa che non è legato esclusivamente all’evoluzione in quanto tale?
FACCHINI - Io penso che il linguaggio umano abbia una caratteristica unica: il simbolismo. La capacità simbolica caratterizza il proprium dell’uomo nel linguaggio, anche quando non parla, come nei muti. Il mondo del simbolismo non è il mondo della fisica e nemmeno della biologia.
CASADIO - Quando siamo diventati simbolici?
FACCHINI - Il simbolismo nasce con l’uomo, non col linguaggio.
CASADIO - Ma le prime forme quando le vedi?
FACCHINI - Io sarei d’accordo con la posizione che riconosce in alcune manifestazioni del genere homo già di due milioni di anni fa un carattere culturale: la capacità di modificare l’ambiente anche con la creazione di strumenti in modo intenzionale. L’intenzionalità si esprime anche nella tecnica di lavorazione del ciottolo, anche se non conosciamo le capacità linguistiche. Però questa posizione non è condivisa da tutti gli antropologi.
CASADIO - Tu dici che due milioni di anni fa comparve l’uomo?
FACCHINI - Altri antropologi la pensano diversamente e ammettono la capacità simbolica e di astrazione in epoche più recenti: mezzo milione, un milione… Non ci sono dogmi. Certamente è difficile escluderla nell’uomo del paleolitico superiore o medio, nei neanderthaliani, ma resta plausibile anche la posizione che ho espresso.
CASADIO - Queste attività potrebbero avere influenzato il nostro sviluppo cerebrale nella direzione a noi nota. Allora, anche se abbiamo due milioni di anni, noi siamo molto giovani.
FACCHINI - Quando ero studente alcuni credevano che i neanderthaliani non fossero uomini… Ma ci sono indizi per dire che già l’industria del ciottolo fosse umana. C’è anche l’organizzazione del territorio, che nel caso dell’uomo differisce da quella degli animali.
JULVE - La costatazione dell’evoluzione della vita che è approdata all’intelligenza, al linguaggio, ... mostra passi evolutivi così che non si può non pensare a salti qualitativi e si pensa alla possibilità, se non all’inevitabilità di un agente esterno. Mettiamo che, un domani, scopriamo che ci sono altre civiltà nel cosmo, anche molto diverse. Fino a che punto l’ipotesi finalistica è inevitabile?
FACCHINI - Il finalismo potrebbe restare anche con strutture diverse. La struttura dell’uomo non è solo nell’organico, ma anche nel culturale. Ci può essere un altro tipo di mente? Nel caso nostro è legata in qualche modo ai neuroni. Possono esserci strutture diverse? Non lo so. Gli angeli non sono paragonabili a noi, non hanno materia, ma sono intelligenti.
PARENTI - Nella fantascienza resta il pregiudizio che le realtà naturali sono artefatti, o del caso o di Dio. Ma l’artefatto è praticamente indipendente dal materiale. Non posso fare ponti di burro, ma di materiali adatti ne trovo tantissimi. Così possiamo pensare a creature diverse da noi, così come ci sono robot diversissimi. Se però mi chiedessi se ci possa essere del carbonato di sodio o del sale non fatto da quegli atomi? Mi direste di no. Anche le leggi della fisica sono le stesse a partire dal big-bang. Torno a dire: ma perché non proviamo a pensare ad una causalità che non sia solo quella esterna: la causa efficiente e la causa finale nel senso di un progetto? Proviamo a pensare ad una capacità di agire, sia su se stessi (per rompere un sasso devo faticare perché oppone resistenza), sia nell’interagire con gli altri (la gravità rapporta il sasso agli altri e un magnete attira certi minerali). Il vivente, poi, costruisce se stesso in una maniera incredibile. Ma questo concetto di agire naturale è totalmente assente. È stato sostituito dalle “leggi”, il che presuppone un legislatore. Si è detto che è il caso. Ma ciò che è “per caso” non può essere sempre uguale: il dado che dà sempre 6 è truccato. Ci sono queste contraddizioni interne. Sarà bene che qualche scienziato cominci a riscoprire queste pastoie che ci portiamo dietro per motivi che non ricordiamo più, ma se uno le va a cercare gli viene rabbia a vedere quali sono.
Il vivente ha una grande varietà, nell’evoluzione. Ha molta più libertà. Ma nel rispetto, ad esempio, della chimica che invece non ammette eccezioni. Dobbiamo riscoprire il concetto di fine come termine di operazione, cui si collega il “per caso” e l’invano, la frustrazione; e soprattutto il concetto di natura come principio di operazione: “modo di esistere tale da avere certe capacità operative, sia nel confronto di se stesso (almeno la conservazione dell’esistere) sia nel confronto degli altri”. Così si riscopre il concetto di natura. E la natura non è scritta in caratteri matematici, perché in matematica non c’è la causa finale (mathematica non sunt bona, dicevano gli scolastici). Nemmeno può esprimere la causa efficiente, se non come condizionale da un punto di vista logico-formale, che non mi permetterà mai di scoprire il “perché”, passando dall’esperienza del “sapere che” al “sapere perché”. La fisica matematica si può fare benissimo, ma la contrapposizione è stata data per altri motivi, in buona parte dottrinali.