Centro San Domenico
Piazza San Domenico 12
40124 BOLOGNA
tel. 051 581718
Bologna, 2 novembre 2022
Agli amici degli
Incontri Interdisciplinari
Carissimi,
è giunto il momento di riprendere i nostri incontri. Ci rivedremo lunedì 14 novembre, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala del fuoco”, cui si accede da Via San Domenico 1.
Proseguendo il dibattito del 20 giugno scorso, abbiamo una domanda in sospeso:
“l’informazione può essere una semplice trasformazione di un segnale?”.
Per iniziare la ricerca, abbiamo pensato di chiederci che cosa sia una trasformazione.
Questa parola è usata in fisica, in chimica, in matematica ed anche in filosofia. Oggi la filosofia non viene più annoverata tra le “scienze”, anche se un tempo la disciplina che si occupava dei fondamenti delle scienze era il culmine della sapienza (sofia) umana, oggetto della ricerca degli amanti di essa (filosofi), consapevoli dei suoi limiti e della sua fragilità, a differenza della presunzione dei “sapientissimi” (sofisti).
In un clima di idee vaghe ed oscure, inizieremo dalla filosofia. Animeranno il dibattito i sottoscritti padri Giovanni Bertuzzi e Sergio Parenti.
C’è la possibilità di partecipare on-line tramite Skype. Per partecipare in questo modo, è indispensabile accordarsi, via e-mail, con padre Sergio Parenti, entro il giovedì 10, per effettuare eventuali prove di collegamento ed accordarsi.
In attesa di incontrarci, un cordiale saluto
fra Giovanni Bertuzzi O.P. fra Sergio Parenti O.P.
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Breve resoconto dell’Incontro Interdisciplinare del 14 novembre 2022
a cura di fra Sergio Parenti O.P.
PARENTI - Ho fatto una premessa per dire che cos’è una trasformazione e ho detto che non voglio parlare di “filosofia”, che non è una scienza in senso esatto, essendo affine a “sapienza”; parlerò invece di “scienza prima”. Le trasformazioni segnano la nostra esistenza. Ci vuole uno stesso soggetto che esiste fra la sua generazione e la sua corruzione: questo vale per tutto, anche per le stelle. Chiamo questo soggetto “sostanza”. Sostanza è ciò che esiste per se stessa, mentre le caratteristiche mutevoli prodotte dalle trasformazioni sono le “forme”, che caratterizzano l’arco della sua esistenza. Le forme non esistono per se stesse, ma perché esiste la sostanza che ha quelle caratteristiche. Dunque nella loro definizione devono avere anche il proprio soggetto, che è di un genere diverso; un esempio caro ad Aristotele è che la camusità è una curvatura di un naso (dove un naso non è una curvatura). Le trasformazioni sono ciò per cui interagiscono le sostanze.
Anche la generazione assomiglia ad una trasformazione, perché comporta un divenire: un A che diventa B, perché la generazione di una cosa è sempre corruzione di qualcos’altro. Quindi sarebbe più corretto usare nuovi nomi e dire che la generazione-corruzione è una “mutazione” di sostanza, sostanziale, mentre le trasformazioni, che suppongono un soggetto-sostanza che permane, furono dette, con espressione infelicissima, “mutazione accidentale”. Questa espressione è ambigua, perché in greco sarebbe, alla lettera, mutazione di qualcosa “che capita” ad un soggetto. Ma noi parliamo di accidentalità anche in un altro senso: non delle caratteristiche proprie di quel soggetto, ma, ad esempio, se c’è un negro che è (o “è diventato”) un musicista, noi diciamo che “un negro è diventato musicista”, dove il colore della pelle non c’entra per nulla con la capacità di suonare uno strumento: c’è solo uno stesso individuo cui capitano le due caratteristiche.
Un’altra ambiguità: chiamando “forma” il termine di qualsiasi mutazione, si parlò di “forme sostanziali” cui termina una generazione e di “forme accidentali” cui terminano le trasformazioni che venivano classificate tra le mutazioni accidentali. Inoltre ci sono anche caratteristiche proprie di caratteristiche, ad esempio il colore di una superficie, e le proprietà di un colore…
Qual è l’interesse di queste considerazioni? Si erano accorti che bisognava trovare i predicati che si potessero predicare univocamente del proprio soggetto. Chiamavano “generi supremi” i predicati più generali. Perché parole come “ente”, “uno”, “qualcosa”, ... ed altri si predicano con significati diversi, anche se collegati tra loro: si tratta di una polisemia. Di questo si occupava, per i greci, la “sapienza prima”, che noi chiamiamo “scienza prima”, la scienza di ciò che è presupposto da ogni altra scienza più particolare, e se ne occupava la “logica” in quanto essa considera le proprietà che le cose hanno inevitabilmente per il modo in cui le conosciamo. Una di esse è l’astrazione di chi conosce giudicando: quello che sappiamo di un soggetto lo potremmo conoscere anche di un altro soggetto; per cui l’individuo non è definibile senza ricorrere alla consapevolezza di ciò che conosciamo osservandolo con i sensi: “Giorgio” è “questo uomo”. Sono le famose “definizioni ostensive”. Essendo consapevoli del nostro conoscere oltre che delle cose che conosciamo, possiamo distinguere proprietà reali e proprietà logiche, evitando confusioni.
Se partiamo dal nostro mondo, dove tutto è in trasformazione, e studiamo un soggetto esistente, la trasformazione è l’aspetto più generale: dal momento della nostra generazione scatta il cronometro verso la nostra corruzione e non c’è modo di evitarlo… La nostra generazione è l’inizio dell’arco della nostra esistenza, soggetta ad una continua trasformazione che ci porta al termine della nostra esistenza, quando ci corromperemo generando altre cose. Cercheremo dunque le proprietà di quegli enti che sono generabili e corruttibili, soggetti a trasformazione finché esistono.
Ora comincia il nostro argomento. Che cos’è una trasformazione?
Le parole per cercare una definizione vanno prese dalla “scienza prima”, perché se le prendo dalla scienza che studia le cose in quanto soggette a trasformazione vado per forza a fare una definizione circolare. L’ esempio classico è: la trasformazione è un “passaggio dallo stato A allo stato B”, dove anche il passaggio è una forma di trasformazione. Così uno mette nella definizione ciò che dovrebbe definire.
Platone, a mio parere, cercò una via corretta, anche se parte piuttosto dal mondo concettuale, confondendo logica e scienza prima. La definisce come l’ “essere proprio di chi non è ancora”. Questo è vero sempre, non può che essere così: il divenire, la trasformazione, è l’essere proprio di chi non è ancora ciò che deve diventare. In termini più generali, quelli che usava Emanuele Severino con il Bontandini, è “l’essere del non essere”. Aristotele brontolava contro i platonici che così si confondono la materia (il soggetto di una trasformazione) con la privazione, che non è un soggetto reale. Cioè Platone cercava, come i suoi predecessori, un soggetto anche della generazione (che è corruzione di altre cose). Ci vuole un soggetto che diviene, perché dal nulla non si fa niente. Noi conosciamo giudicando e in un giudizio un soggetto deve esserci sempre: questo è confondere la logica con la scienza della realtà! Però Platone aveva capito che il soggetto non può essere trovato negli elementi o nelle particelle elementari (che chiamavano “atomi”, cioè non ulteriormente divisibili), in quanto questi dovrebbero essere ingenerabili ed incorruttibili, uniche vere “sostanze”, e tutto il resto sarebbe solo una mutazione accidentale, una trasformazione, mentre ciò non risulta vero. Così Platone (seguace di Pitagora, anche se ricorre alla geometria per evitare il problema delle grandezze incommensurabili) aveva proposto di identificare questo “materiale universale” con lo “spazio vuoto” della geometria, suscettibile di qualsiasi forma geometrica, che per lui rappresentava il fondamento della natura delle cose del nostro mondo.
Perché Aristotele faceva quella obiezione?
La privazione caratterizza necessariamente il soggetto della trasformazione: nessuno diventa ciò che è già. Ma la privazione è un “ente” solo per il modo in cui pensiamo e parliamo, non è una realtà. Si tratta, cioè, di un ente logico. Noi chiamiamo “ente” non solo ciò che esiste effettivamente, ma anche tutto ciò di cui possiamo fare un’affermazione vera. Dal punto di vista del linguaggio sono totalmente indistinguibili. Così il fatto che Tizio non è in casa diventa l’assenza di Tizio, che è andato a fare una passeggiata, e diciamo che l’assenza di Tizio dura un’ora così come la sua passeggiata: ma solo il suo passeggiare è qualcosa di reale.
Inoltre il soggetto proprio serve a spiegare una proprietà, e dunque deve rimanere, mentre la privazione scompare. E poi l’ignoranza non spiega il venire a sapere, altrimenti saremo tutti sapienti perché ora siamo tutti ignoranti. L’accusa è dunque di confondere la materia con la privazione. Allora qual è il soggetto proprio? È la “capacità di” diventare quella cosa lì. Pensate solo alla scienza dei materiali in ingegneria: condizionano le possibilità che ha una cosa di essere trasformata in un certo modo. Allora, quando considero le mutazioni sostanziali, questa capacità non è qualcosa di distinto da ciò che si corrompe e da ciò che viene generato, non c’è il “materiale” della generazione e corruzione, ma è parte della natura (del modo di esistere) di ciò che si corrompe ed è parte della natura di ciò che è generato. Chi esiste e diviene non è la natura o modo di esistere, ma chi ha quella natura. Allora ciò che viene generato viene dalla capacità di ciò che si corrompe in lui. Quindi, se devo definire il mio modo di esistere, esso è un “essere - in qualche modo - ciò che qualche cosa d’altro era”: in latino, che traduce alla lettera il greco,: “quod quid [=aliquid =aliud quid] erat esse”. Per qualche aspetto generico o, come nei viventi, per l’intero modo di esistere (aspetto specifico), noi siamo quello che erano le cose dalle quali in vari modi siamo generati.
Se veniamo ora alle mutazioni “accidentali”, cioè alle trasformazioni, che vorremmo cercare di definire, Aristotele ci dice che tutto ciò che esiste ha una capacità di interagire, sia in senso attivo, sia in senso passivo (ma in italiano sono intraducibili il latino “passio” e l’equivalente greco) e parlò di “en-ergheia” (che fu tradotto “atto”) per indicare il termine dell’operazione e di “dynamis” la capacità, che può essere in senso attivo e passivo. In una trasformazione (perché non è detto che ogni operazione sia una trasformazione) l’atto è la “forma” e la “potenza” è la trasformabilità del soggetto.
Allora ecco la definizione: una trasformazione è l’atto proprio di ciò che è trasformabile, ma in quanto è ancora trasformabile (è in trasformazione), mentre lo stato finale (quando non è più in trasformazione) sarà l’atto del trasformabile in quanto è finalmente in atto: il riscaldamento è l’atto proprio del riscaldabile finché è ancora riscaldabile, mentre quando non è ulteriormente riscaldabile è l’atto del riscaldabile in quanto è arrivato alla fine della sua trasformazione (il riscaldamento).
Qui salta fuori una cosa interessante. Quando qualcosa è in trasformazione, io posso considerare la trasformazione fino al punto cui è arrivata e distinguere una parte dall’altra. Ho uno “stato” intermedio tra l’inizio e la fine. Questo, di avere un “medium” che non è lo stato iniziale e nemmeno quello finale, è fondamentale, perché la generazione-corruzione non ha uno stato intermedio: noi non sappiamo cosa voglia dire uno “stato intermedio” tra l’esserci ed il non esserci. Tra i due estremi di una trasformazione - la potenzialità iniziale di chi non è ancora in trasformazione e la potenzialità finale attuata - c’è un ordine di prima e poi, non in senso temporale, ma per rapporto al poter essere e all’essere, tra potenza ed atto.
CAPELLA - Non ho capito “non in senso temporale”.
PARENTI - Qui si intende “prima” ciò che è presupposto. Ciò che è presupposto è la potenzialità e l’attualità è ciò che presuppone la potenzialità. Il presupposto può essere dato senza che ci sia il conseguente e non viceversa: questo è l’ordine del prima e poi della trasformazione. Mi dispiace se tanti ne parlano in senso temporale, ma qui non c’entra. Il tempo è tutta un’altra cosa, anche se si collega a questo (il prima e poi del tempo dipende da questo).
DE RISO - Non si può prescindere dal tempo.
PARENTI - No! Qui sto mettendo un ordine di prima e poi dove per “prima” intendo ciò che è presupposto e per “poi” ciò che ne consegue, che è derivato, che ha bisogno per esserci di ciò che è presupposto.
DE RISO - Ogni trasformazione non può prescindere dal movimento e dal tempo.
PARENTI - Il tempo viene dopo, quando vado a misurare, ma io non ho ancora detto perché è misurabile. Ho dato un criterio di “prima e poi”. L’attuazione intermedia, dato quest’ordine, permette di distinguere due parti nella trasformazione. Tu vorresti farmi mettere nel fondamento ciò che ne viene spiegato, ma questo renderebbe il discorso circolare: una “petitio principii”. Nell’ordine di generazione (e trasformazione) viene prima la potenza dell’atto. Quest’ordine, in una trasformazione, mi permette di distinguere la parte fatta da quella ancora da fare. Però facciamo attenzione: le parti di una trasformazione sono sempre trasformazione, anche se parziale: quindi posso dividerle ancora, sempre, all’infinito, nel senso che non potrò mai dire che ho smesso di avere questa possibilità, altrimenti non sarebbe più una trasformazione.
La realtà è così? No. Notava san Tommaso commentando la Fisica aristotelica: “Il corpo, inteso nel senso della matematica, è divisibile all’infinito. Invece il corpo naturale non è divisibile all’infinito. Nel corpo matematico, infatti, non si considera che la quantità, in cui non si trova nulla che ripugni alla divisione; invece nel corpo naturale vi è una forma naturale, che richiede una quantità determinata così come altre proprietà. Quindi non si può trovare quantità, nella specie [ad esempio] della carne, se non determinata entro certi termini.”1 Aristotele ammetteva che esistessero gli elementi e gli atomi nel senso di particelle minime non ulteriormente divisibili, e però aventi una grandezza che, in quanto tale, resta misurabile e la misura resta divisibile all’infinito. Chiamiamo “grandezze” le caratteristiche misurabili secondo le quali abbiamo una trasformazione nel senso sopra indicato, e la misura di “quanto siano grandi” la facciamo scegliendo una parte ed usandola come unità di misura. Mi sembra che la nostra fisica si occupi appunto di queste trasformazioni, privilegiando misure e forme geometriche.
Le mutazioni sostanziali sono piuttosto oggetto dello studio della chimica (noi diciamo che essa si occupa delle trasformazioni permanenti), privilegiando misure e forme geometriche di ciò che si corrompe generando e di ciò che ne viene generato, ma servendosi di tutto ciò per identificare le “sostanze”, semplici (elementari) o composte, e le loro parti. Le altre scienze naturali non possono prescindere da queste due scienze, anche se precisano ulteriormente il loro “campo” d’osservazione, che in antico veniva detto “il soggetto proprio”, per lo più generico (solo per l’uomo, mi sembra, parliamo di un soggetto specifico, cioè di antropologia), del quale si cerca di spiegare le proprietà. Si possono studiare argomenti più specifici, ad esempio le formiche, ma, credo, il metodo resta quello generico.
La decisione (arbitraria, ma legittima) di accettare solo conoscenze “chiare e distinte” ci ha limitati, negli ultimi secoli, agli aspetti trattabili con i metodi della logica formale e della matematica. Invece tutto il mio discorso era estremamente generalizzato, e solo quando si identificano i generi supremi possiamo iniziare un discorso univoco, ma una conoscenza generica resta confusa, indistinta. Aristotele la paragonava a quando si vede una casa da lontano: i dettagli non li distinguiamo.
Il nostro disagio di fronte al riduzionismo di ogni scienza alla fisica-matematica (anche la chimica è stata tentata di questo) può essere superato distinguendo il riduzionismo metodologico da un riduzionismo ontologico. Però ci limitiamo, perché anche una conoscenza confusa e indistinta resta vera. Per esempio quando ci accorgiamo che “C’è qualcosa”, anche se non sappiamo ancora di che cosa si tratti. Pretendere maggior precisione ci espone al rischio di sbagliare, come il cacciatore che, vedendo qualcosa che si muove, pensa che sia la volpe e spara, uccidendo il suo cane.
BERTUZZI - La definizione che contrappone essere e non essere è sbagliata. La trasformazione è l’atto di un ente in potenza in quanto è in potenza. L’ente in potenza (attiva o passiva) è in direzione di diventare in atto. Dal punto di vista gnoseologico quello che mi sembra distinguibile non è la potenzialità o meno, ma la determinazione o meno. Perché la forma di un ente viene intesa come “principio di determinazione”. Un soggetto vivente rispetto ad un semplice sasso lo si determina dal grado o meno di determinazione. Invece sul piano della attualizzazione si parla di “principio di attualizzazione” riguardo all’atto di essere. La forma si porrebbe sul piano della potenzialità (la determinazione), mentre l’attualizzazione si pone sul piano dell’esistenza e dell’atto di essere. Definendo il soggetto della trasformazione, che è l’ente, esso presenta due principi: quello di determinazione che è la forma ed il principio di attualizzazione che è la sua esistenza. Il movimento appartiene alla realtà fisica, non a quello della metafisica.
PARENTI - Io parlavo del mondo delle cose generabili e corruttibili in trasformazione, oggetto della scienza della natura, non andavo in metafisica se non per gli accenni alla “scienza prima”.
BERTUZZI - A quel livello lì non credo si possa prescindere dalla temporalità.
PARENTI - Non ne prescindo, ma è una conseguenza, quando misuri. Io parlo dell’ordine potenza-atto.
DE RISO - Già quest’ordine è un cambiamento.
PARENTI - Ma non è un tempo.
DE RISO - Ma per come noi siamo inseriti in questo mondo, già in quest’ordine entriamo nel tempo.
PARENTI - Forse voi parlate di “tempo” in un altro senso. Io chiamo tempo quello che misuriamo con l’orologio.
DE RISO - No, no, io non parlo di quello.
PARENTI - Va a finire che tu chiami “tempo” quello che io chiamo “ordine da prima a poi per rapporto alla potenzialità”. Forse tutta questa ambiguità viene dal fatto che noi abbiamo spaccato la fisica aristotelica dalla fisica galileiana, mentre per Aristotele la fisica matematica era legittima. Ma i teologi anti-aristotelici hanno fatto tutta una manovra durata alcuni secoli per eliminarlo. Galileo, facendo una fisica matematica, ha liberato dall’Inquisizione la fisica, nonostante si parli tanto del “caso Galileo”. Dopo, i preti facevano fisica senza problemi, mentre la fisica aristotelica era vietata a Parigi dal 1210.
BERTUZZI - Io posso costruire un ordine logico di prima-poi sul piano puramente logico che prescinde dal tempo.
PARENTI - Io parlo di un ordine reale.
JULVE - Fatemi capire con un esempio. Se dico 3+4=7, in qualche modo il 7 è conseguenza tramite l’operazione di somma, ma non c’è precedenza nel tempo.
PARENTI - Io intendo per “prima” ciò che può esserci indipendentemente da ciò che invece per esserci presuppone che ci sia quello che viene prima. Dal punto di vista logico diventano antecedente e conseguente, ma a me interessa l’ordine reale. Nell’ordine della generazione e della trasformazione viene prima la potenza, perché se non è riscaldabile non si riscalderà mai. Volevo fermarmi solo a questo. Il tempo è la misura della durata di una trasformazione: la grandezza è la durata.
FRATTINI - In termologia non mi interessa il tempo, anche se c’è. Diverso è in termodinamica.
BERTUZZI - Vorrei sapere da mons. Facchini se gli risulta che Darwin non abbia usato il termine “evoluzione”. Lui studiava le trasformazioni di una specie in un’altra prescindendo da un fenomeno di evoluzione verso un meglio o un più complesso?
FACCHINI - Non saprei. Certamente il cambiamento delle specie nel tempo è essenziale alla sua teoria. Piuttosto in un’edizione dell’Origine delle specie parlava di potenzialità messe dal Creatore nella natura.
BERTUZZI - Volevo capire la differenza tra trasformazione ed evoluzione.
FACCHINI - Secondo me “evoluzione” implica un cambiamento in una certa direzione, a differenza di “trasformazione”, che non è sinonimo di crescita di complessità.
BERTUZZI - Questo discorso sulla trasformazione dove doveva arrivare?
PARENTI - Lo ritengo un punto di partenza per arrivare poi ad inquadrare il “tutto” sostanziale, cioè un tutto le cui parti esistono perché esiste il tutto (c’è un’unica “forma sostanziale” del tutto, a differenza degli artefatti). Staccando una parte, essa diventa un’altra cosa: c’è una corruzione-generazione. Aristotele diceva che una mano tagliata via non è più la stessa cosa di prima, perché non è più l’arto di un vivente. La si chiama mano come chiamiamo “mano” quella di una statua. Il fatto che la mano possa venire riattaccata è una assimilazione di un corpo perfettamente assimilabile, se si arriva in tempo. Analogamente il cadavere non è più il corpo dell’uomo che è morto. Tommaso d’Aquino dava ragione ad Aristotele. I teologi gli contestavano che allora il corpo di Cristo, nel sepolcro, non sarebbe il suo corpo ma il cadavere in cui si è corrotto il corpo con la morte. Tommaso rispondeva che restava il corpo di Cristo per via dell’unione ipostatica (con la Persona divina). Ma veniva considerato un pericoloso eretico.
Preferivano ammettere una pluralità di forme sostanziali, almeno due, che diventeranno la res extensa e la res cogitans. La “persona” verrà messa, ovviamente, dalla parte della res cogitans. Da questi dibattiti teologici nascono molti nostri problemi.
Invece può esistere una cosa che abbia una sola esistenza e però possa avere molte parti che influiscono sulle sue caratteristiche? Se è il tutto che agisce, può anche cambiare le sue cellule restando se stesso? Invece un orologio rifatto con pezzi tutti nuovi non è lo stesso orologio, ma se mantengo i suoi pezzi originali posso smontarlo e rimontarlo e resta sempre lui. Perché un orologio è un tutto che esiste perché esistono le parti.
1Commento alla Fisica di Aristotele, libro I, lettura 9.