Centro San Domenico
Piazza San Domenico 12
40124 BOLOGNA
tel. 051 581718
Bologna, 7 dicembre 2023
Agli amici degli
Incontri Interdisciplinari
Carissimi,
ci rivedremo lunedì 18 dicembre, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala del fuoco”, cui si accede da Via San Domenico 1.
Nell’ultima riunione dello scorso anno sociale abbiamo pensato di dedicare la nostra ricerca ad una riscoperta della Metafisica. Il dibattito della volta scorsa ha portato ad una domanda fondamentale sul problema del realismo nella conoscenza:
che cos’è la realtà?
Animerà il dibattito il padre Giovanni Bertuzzi.
C’è la possibilità di partecipare on-line tramite Jitsi-Meet. Per partecipare on-line, è indispensabile avvisare prima padre Sergio Parenti, che invierà il link a chi lo richiede volta per volta.
In attesa di incontrarci, un cordiale saluto
fra Giovanni Bertuzzi O.P. fra Sergio Parenti O.P.
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Breve resoconto dell’Incontro Interdisciplinare del 18 dicembre 2023
a cura di fra Sergio Parenti O.P.
BERTUZZI - Che cos’è la realtà? Che cos’è il realismo? Ho raccolto le principali posizioni che la storia del pensiero ci offre.
La prima considerazione, che può sembrare banale ma non ha mancato di sollevare problemi e discussione, è la seguente: il mondo in cui viviamo, le cose che ci circondano esistono indipendentemente dal fatto che noi le conosciamo e da come le conosciamo. Penso infatti che nessuno possa sensatamente dire che quello che possiamo vedere o toccare in questo momento c’è, ovverosia esiste (per quello che comunemente intendiamo per esistenza), solo per il fatto che lo vediamo o lo tocchiamo. Non è la realtà delle cose che dipende dalla nostra conoscenza, ma siamo noi che dobbiamo piegarci alla realtà delle cose, se vogliamo conoscerle per quello che sono. È la realtà che condiziona e misura la conoscenza che possiamo avere di essa, e non viceversa. Sotto questo primo aspetto vi sono due domande fondamentali che la conoscenza si pone, di fronte a ciò che gli si presenta davanti, e che suscita la nostra meraviglia: che cosa è ciò che vedo, ciò che conosco? (domanda sulla natura delle cose); perché le cose che conosco sono e sono così come sono? (domanda sul perché e sulla causalità).
La seconda considerazione allarga il campo di applicazione della conoscenza, ma non smentisce la prima considerazione. E suona così: Noi ci serviamo della conoscenza non soltanto per constatare che le cose esistono e per considerare come sono, bensì anche per trasformarle, per adattarle a noi, per subordinare la loro esistenza alla nostra, alle esigenze e alle finalità della nostra vita (e anche, negli “esperimenti scientifici”, alle esigenze della nostra conoscenza). Noi non ci limitiamo a conoscere la realtà, a constatarne l’esistenza e a considerare il suo modo di essere, ma ci avvaliamo della medesima facoltà di conoscere che ci pone in relazione di subordinazione alla realtà, per subordinare viceversa la realtà a noi, per metterla al servizio dei nostri scopi e dei nostri bisogni. L’arte, la tecnica, l’etica, persino la logica e la matematica nascono da questa esigenza. Sotto questo secondo aspetto l’uomo si fa misura della realtà che conosce o da conoscere. Le principali richieste che vengono poste alla sua conoscenza, perché essa ne trovi la soluzione, sono: a che cosa mi servono le cose che conosco? come deve essere ordinata la conoscenza perché possa servire alla trasformazione e alla costruzione della realtà secondo i miei scopi, e alla conoscenza stessa?
Questi interrogativi e questa struttura dei rapporti tra l’uomo col mondo che lo circonda, sono ben espressi e riconoscibili nella gnoseologia e nella metafisica classica, nella “visione della realtà” dell’antichità e del medioevo. La distinzione tra intelletto speculativo e pratico evidenzia al servizio della contemplazione l’uno e dell’operatività o trasformazione delle cose l’altro. S. Tommaso distingue quattro tipi di ordine razionale e soltanto uno, il primo, è di carattere speculativo; gli altri riguardano l’ordine che la ragione non si limita a considerare, ma che “considerando fa”, e questi sono la logica, che pone ordine in se stessa, l’etica, che pone ordine nell’agire morale e soprattutto la tecnica: l’ordine che l’uomo costruisce nella realtà per soddisfare i propri bisogni. Anche la teoria dei trascendentali esprime la visione medioevale del mondo in rapporto all’uomo, in quanto indicano non solo ciò che la realtà è in se stessa, ma pure le relazioni che l’uomo stabilisce con la realtà attraverso il verum (aspetto contemplativo) ed il bonum (aspetto operativo). Si chiamano “trascendentali” perché trascendono tutte le categorie, appartenendo all’ente in quanto tale (unità, alterità, vero e bene).
La terza considerazione è figlia del pensiero moderno e conseguenza della prima rivoluzione scientifica, quella di Copernico, Galileo e Newton. L’uomo copernicano, di fronte ai precedenti errori d’interpretazione sulla struttura dell’universo, si chiedeva: come mai ci si è sbagliati per tanto tempo sulla struttura del mondo in cui viviamo e sul posto che occupiamo nell’universo? perché non è così come pensavano che fosse gli uomini medioevali ? Lo sbaglio non deriva tanto dalla realtà e dall’esperienza sensibile, quanto dalla riflessione sull’esperienza sensibile e dall’interpretazione che ne dà la nostra mente. Ciò che è significativo, e apparentemente paradossale, è che per risolvere il problema della realtà ci si rivolge alla conoscenza. Dice Galileo : “Soltanto il libro della natura è l’oggetto proprio della scienza; e questo libro è interpretato e letto soltanto dall’esperienza. L’esperienza è la rivelazione diretta della natura nella sua verità. Essa non inganna mai: anche quando l’occhio ci fa vedere spezzato il bastone immerso nell’acqua, l’errore non è nell’occhio, che riceve veramente l’immagine rotta e riflessa, ma nel ragionamento il quale ignora che l’immagine si rifrange nel passare dall’uno all’altro mezzo trasparente”1. Ciò che fonda la scienza e l’esperienza stessa è il modo di ragionare della scienza sull’esperienza e sulla natura. Non l’esistenza o il modo di esistere delle cose, ma la conoscenza dell’esistenza e del modo di esistere delle cose (in una parola l’esperienza) dipendono dalla nostra conoscenza e dal nostro modo di conoscere. Così a partire dal seicento, la teoria della conoscenza si impone progressivamente al posto centrale in filosofia, e tutte le altre parti del sapere e le altre discipline filosofiche cominciano a presentarsi come una costellazione derivata da un’unica stella o sole: il soggetto conoscente. La gnoseologia così prende progressivamente il posto dell’ontologia. E gli interrogativi del nuovo modo di fare filosofia sono: qual è l’origine non dell’esistenza delle cose, ma delle nostre idee ? (Locke, Hume, etc.); quale metodo generale seguiamo nell’elaborazione delle nostre conoscenze ? (Bacone, Cartesio, Leibniz, etc.). Le risposte a questi due quesiti si differenziano a secondo che si insiste sulla conoscenza sensibile da una parte, o sulla funzione della ragione dall’altra. Le diverse posizioni verranno poi codificate da Kant nel modo seguente:
1) Riguardo alla prima domanda sull’origine delle idee si opponeva :
a) la conoscenza apriori: la quale non proviene da un’esperienza sensibile particolare (es. : la sostanza è sussistente);
b) la conoscenza aposteriori: la quale risulta invece da una particolare esperienza sensibile (es. : l’uomo è bianco).
2) Riguardo alla domanda relativa al metodo per acquisire nuove conoscenze si opponeva :
a) la conoscenza analitica, nella quale impariamo a conoscere in un altro modo ciò che conoscevamo già in qualche modo (delucidazione, cioè passaggio dall’implicito all’esplicito. Es.: l’ente è uno, indiviso, distinto da altri);
b) la conoscenza sintetica nella quale impariamo qualcosa di cui non si aveva informazione in nessun modo, perché è tratta dall’esperienza.
Ecco dunque come la rivoluzione copernicana passa dall’astronomia alla filosofia. Mentre la filosofia medioevale divide le scienze secondo il loro oggetto specifico, la filosofia moderna mette in risalto la profonda e radicale unità del pensiero attraverso tutte le cognizioni (la mathesis universalis o il novum organum), unità solare che appare più importante delle altre differenze “planetarie”, cioè degli oggetti con cui è in rapporto la conoscenza e a cui va applicata l’unità del metodo. Come dirà Francesco De Sanctis : “l’ente, che era il primo filosofico, qui è un prodotto della conoscenza, un ‘ergo’ ”2. Dall’atteggiamento prevalentemente contemplativo dell’antico pensatore greco o medioevale si è passati a un sapere operativo e pratico (o meglio poietico: la mente conosce costruendo), che metteva la scienza al servizio del dominio dell’uomo sulla natura3. Il rapporto di dipendenza della realtà dalla conoscenza proprio della conoscenza pratica si sostituisce progressivamente a quello della conoscenza speculativa. La verità non consiste tanto nell’adeguazione della conoscenza alla realtà, ma nell’adeguazione della realtà alla conoscenza. A fondamento del rapporto tra l’uomo e il mondo che lo circonda non è più il semplice riconoscimento dell’ordine e delle leggi della natura, non è più l’essere gerarchicamente ordinato e oggettivamente conosciuto, ma è il soggetto pensante con la sua scienza costruita secondo le leggi matematiche; è l’uomo che ordina i fenomeni della natura secondo le leggi matematiche, e afferma la sua libertà da essa: la scienza, l’arte e la tecnica non sono più impostate in relazione alla natura (la realtà misura della conoscenza, l’arte imitazione della natura, la tecnica perfezionatrice della natura), ma si impongono e sostituiscono alla natura.
E’ vero non semplicemente ciò che esiste, ma ciò che può essere ricostruito dalla conoscenza umana. All’esperienza si sostituisce l’esperimento, vale a dire un’esperienza costruita in modo che ciò che esiste possa essere ricostruito e misurato dalla conoscenza umana. La conoscenza, che era definita un’assimilazione della realtà, è vera se riesce a ricostruire la realtà, se riesce a farne una simulazione con i suoi modelli scientifici. Il vero è “il fatto”, inteso non come ciò che avviene, ma vichianamente come ciò che è fatto (fatto storico) dall’uomo.
E’ valido non ciò che è conforme ai fini della natura, ma ciò che permette all’uomo di usare la natura come materiale e come mezzo per liberarsi dalla natura stessa e perseguire i suoi fini, superando i limiti imposti dalla natura. Da qui il motto che ciò che è tecnicamente possibile è anche moralmente lecito.
Da tutto ciò consegue la quarta considerazione: ha diritto di esistere e di essere considerato esistente e vero solo ciò che è sottoposto o sottoponibile alla conoscenza dell’uomo, alla sua capacità di ricostruire la realtà e creare nuove forme di esistenza. Quest’ultima considerazione può apparire paradossale, ma ci permette di confrontarci con la prima considerazione: ciò che ci circonda non esiste per il fatto che lo vediamo o conosciamo, dicevamo; invece nella cultura attuale solo ciò che è frutto della conoscenza e tecnica dell’uomo è reale. McLuhan diceva che il mezzo è il messaggio, ciò che si trasmette non è valido per quanto è oggettivamente affermato, ma per il mezzo di comunicazione. Si diceva che se un albero cade nella foresta e non viene ripreso, è come non fosse caduto.
Si può oggi sensatamente affermare che esiste il mondo esterno? Io credo che la considerazione iniziale dalla cultura attuale venga considerata una semplice constatazione di fatto, ovvia ma banale. Ciò che conta oggi per quello che l’uomo vuole sapere o fare sembra piuttosto rispondere a questa domanda : “Che cosa ha diritto di esistere e di essere conosciuto nel mondo esterno”?
La scienza moderna, figlia della rivoluzione astronomica, ha messo in primo piano il soggetto conoscente, la sua intenzionalità e trascendentalità come fondamento del conoscere e dei suoi oggetti specifici, subordinando la realtà al modo e al metodo necessari per conoscerla. La filosofia moderna e quella contemporanea, in conseguenza della rivoluzione scientifica, ha messo a fondamento del sapere l’io penso e la coscienza (Cartesio, Kant, Husserl, etc), oppure considera il pensiero come il vero essere, in quanto non esiste un “fuori” dal pensiero e l’essere coincide col pensiero o è una sua modalità (idealismo), o l’essere può essere compreso solo nell’orizzonte del modo di essere dell’esserci che è quello dell’uomo (esistenzialismo).
Dal punto di vista gnoseologico (interpretazione della conoscenza) in che misura la realtà è oggetto della conoscenza, ovverosia quali possibilità abbiamo di conoscerla ed entro quali limiti la conoscenza umana può possederla?
FRATTINI - Un kantiano direbbe che il noumeno non esiste.
BERTUZZI - Credo che l’esito soggettivistico si sia affermato con l’idealismo ed il positivismo. Schopenhauer, che si schiera contro il realismo, afferma che per il punto di vista empirico delle scienze è convenientissimo assumere il mondo oggettivo come semplicemente esistente, non così però per la filosofia, che come tale deve risalire ai princìpi ed alle origini: solo la conoscenza è data immediatamente. Perciò il fondamento della filosofia è limitato ai fatti della coscienza. Essa è essenzialmente filosofia idealistica. Il realismo, che trova credito presso l’intelletto incolto perché si dà l’aria di essere aderente ai fatti, prende come punto di partenza un’ipotesi arbitraria ed è perciò un edificio di vento campato in aria, perché sorvola e rinnega il fatto che tutto ciò che noi conosciamo si trova nella coscienza. Ulf Danielsson, scienziato svedese, in una intervista rifiuta una visione dualistica della realtà, però dice che la scienza da sola non riesce a spiegare i fenomeni, soprattutto della vita: qualcosa di simile a quello che dice Federico Faggin. La coscienza è qualcosa di indeterminato e la meccanica quantistica sembra adatta a spiegarla. Ma anche Danielsson dice che i modelli matematici sono solo strumenti e non vanno mai confusi con la realtà. Quindi la realtà mantiene una sua identità ed autonomia: è questo che ci interessa.
Mella mia introduzione ho messo pure la soluzione proposta da padre Alberto Boccanegra col suo paradigma. Egli parte dalla realtà come “dato”. Ma attraverso la coscienza questo dato viene spiegato.
JULVE - Un reporter diceva che la realtà non consente che la si riprenda due volte. La realtà è come un fiume che scorre, dove non puoi toccare due volte la stessa acqua, come diceva Eraclito. Il problema della meccanica quantistica è che osservando la realtà la modifichi e se vuoi osservarla ancora non è più quella.
BERTUZZI - Nell’interpretazione realista, è la realtà che non è più la stessa.
JULVE - Un altra cosa che mi ha colpito è che anche la logica è qualcosa che l’intelletto considerando fa: intelletto pratico. Ma una volta che la logica funziona, ha le sue regole. Sono cose che faccio io o sono cose che scopro e non creo? Questo vale anche per la matematica.
BERTUZZI - Per gli storici del pensiero questo è in fondo il problema tra Platone e Aristotele. Nella visione platonica per spiegare la realtà contingente bisogna risalire alla vera realtà: alle idee, alla matematica anche per la fisica: alle idee che il Demiurgo aveva usato. Aristotele invece dice che tutto ciò è ricavabile dall’esperienza, fino ad arrivare, sempre partendo dalle scienze, a qualcosa che non è riducibile alla realtà osservata.
JULVE - Io contemplo.
FRATTINI - La matematica pura è una scienza senza risvolti pratici.
BERTUZZI - Alberto Magno e Tommaso mettevano la matematica tra le discipline contemplative. Questo a me fa difficoltà perché metto la matematica in rapporto con la logica formale. Anch’essa ha leggi. Ma quando l’applichi alla realtà devi adeguare queste leggi alla realtà fisica: è questo che toglie alla logica ed alla matematica l’aspetto puramente teoretico. Però Lamberto Cattabriga diceva che noi scopriamo gli oggetti matematici.
PARENTI - Di tutti i matematici che ho conosciuto, non ne ho trovato uno che fosse favorevole all’identificazione della matematica con la logica, anche se questo con Bertrand Russell andava di moda. Ma forse è più un discorso da filosofi che da matematici.
FRATTINI - Quando cominci ad elaborare i predicati elementari per forza di cose applichi l’algebra.
BERTUZZI - Padre Bochénski diceva che la logica è una disciplina formale che si può applicare in diversi campi.
PARENTI - Così non sappiamo più che cosa sia la logica non formale, ma “materiale”. Per sant’Alberto la logica studia le proprietà che le cose hanno in quanto conosciute, a partire dall’astrazione e dal “cosificare” quello che conosciamo con giudizi negativi veri. La logica formale era indispensabile, per Aristotele, in quella parte della logica che chiamava “dialettica”: la logica della ricerca, dove tu assumi ipotesi anche contraddittorie e vai a controllare le conseguenze, dove non hai mai certezza assoluta… Questo coincide con quello che oggi diciamo delle nostre scienze. La logica formale trasforma una stringa di linguaggio in un’altra stringa. L’evidenza si ferma alla correttezza dei passaggi, alla coerenza: dopo, come nella fede, diamo un assenso volontario, come dicevano già gli stoici. Nell’epistéme, dove passi dal “sapere che” dell’esperienza al sapere perché, dice Aristotele, usi solo la forma del sillogismo in BARBARA o CELARENT: anche il principio di non contraddizione non serve, mentre è importante nella logica formale.
BERTUZZI - C’era una distinzione, nella scolastica, tra ente di ragione ed ente di ragione con fondamento nella realtà. Gianfranco Basti distingue, nel riconoscere la verità, quello che è frutto di una riflessione implicita da quello che è una riflessione esplicita. La logica e la matematica e la scienza sono frutto della riflessione che l’uomo fa della conoscenza dentro se stesso. Se ha fondamento nella realtà, avrà validità nel campo della scienza. Però quello che è a base della riflessione esplicita, cioè della conoscenza del conosciuto in quanto conosciuto, è quello che io colgo quando dico: “questo è un piatto”. La parola “piatto” non ha valore in se stesso (i linguisti oggi fanno dei sistemi di parole), ma riflette una idea che ho in me, ma che ricavo dalla realtà. Questo è molto importante. Nell’atto in cui affermo: “questo è un microfono” sono anche consapevole di quello che dico e della sua verità. Poi il microfono lo classificherò tra gli altri artefatti e farò classificazioni più o meno astratte o aderenti alla realtà, ma si parte da questa considerazione. Carlo Ventura ci faceva vedere i fenomeni che risultano dalle osservazioni al microscopio. Queste cose non sono costruite dal laboratorio, ma il laboratorio mi faceva vedere quello che c’è nella realtà.
CAPELLA - Mi piacerebbe che esaminassimo l’articolo che il prof. Julve ci fece avere sulla riabilitazione della teoria di Penrose e Hameroff. Mi sembra che più si va avanti nella conoscenza del reale più si può approfondire il rapporto mente-cervello.
CASADIO - Che cos’è la realtà? Tu non percepisci la realtà come viene descritta oggi a livelli macroscopici e a livelli microscopici. Tu ti adegui perché leggi gli articoli scientifici, che hanno questa visione “atomizzata” sia a livello del macrocosmo, sia a livello del microcosmo. La mia domanda nasce dal fatto che guardo Giovanni, che possiamo avere una visione comune, ma... le tue cellule ed i tuoi atomi, oppure che abbiano scoperto una galassia o un buco nero (a miliardi di anni-luce lontana, dunque la notizia arriva con molto ritardo…): a quale realtà dovrei adeguarmi? Anche gli oggetti matematici, anche la radice di -1, hanno permesso sviluppi enormi, ma tu pensi al modello come adeguamento ai dati sperimentali.
BERTUZZI - L’intenzione gnoseologica è di adeguarmi a quello che mi si presenta della realtà, non come qualche cosa di fondato in te. Questa adeguazione progressiva resta fatta con ipotesi, ma la tendenza è adeguarsi a quello che viene offerto dalla realtà.
CASADIO - Tu ti adegui perché ti propongono ipotesi sempre più probabili. Sono interpretazioni della realtà.
BERTUZZI - Un fenomenologo, oggi, ti dice che è diverso il punto di vista poetico da quello scientifico. Sono due intenzionalità. Io dico che trovano la loro radice nel rapporto con la realtà. Invece loro dicono che sono due espressioni diverse della propria soggettività. L’idealista dice che sono io che pongo ciò che dico.
FRATTINI - Se vado a sbattere contro un masso, percepisco che il masso mi sta creando dei problemi. Quindi esiste la realtà, indipendentemente dalla mia percezione. Poi potrò descriverla come mi pare, ma sono realista.
CAPELLA - Anch’io.
JULVE - Anche per un atto di umiltà. È troppo pretendere che noi, col nostro modo di conoscere, determiniamo ciò che è esterno a noi.
CASADIO - Un minimo di realismo lo abbiamo tutti. C’è anche la fede. Il fatto è che ho fede. Ma i trascendentali di cui parlavano i medioevali?
BERTUZZI - Le caratteristiche trascendentali sono ricavate dalla realtà. La novità portata da Boccanegra è che anche l’uomo ha queste caratteristiche.
PARENTI - Ma per lui sono caratteristiche dell’uomo o della conoscenza umana?
BERTUZZI - Tutt'e due. Sono ontologiche e gnoseologiche. La parola “dato”, gli obiettavano, ha connotati soggettivi. Lui diceva che il suo paradigma non è come quello di Hegel, perché nel “dato” c’è anche qualcosa di irrazionale, e nella tua coscienza hai la possibilità di distinguere quello che è reale da quello che non è reale. Si deve distinguere ciò che si conosce dal modo in cui lo si conosce.
1 Nicola ABBAGNANO, Storia della filosofia, UTET, Torino, 1982, vol. II, p. 168.
2Francesco DE SANCTIS, Storia della letteratura italiana, Laterza, Bari ,vol. II, p.278.
3 Cfr. Alexandre KOYRÉ, Dal mondo chiuso all’universo infinito, Feltrinelli, Milano, 1974, p.10.