Centro San Domenico

Piazza San Domenico 12

40124 BOLOGNA

tel. 051 581718







Bologna, 6 maggio 2024


Agli amici degli

Incontri Interdisciplinari


Carissimi,

ci rivedremo lune27 maggio, alle ore 21, presso il Convento San Domenico, che ci ospiterà nella sua “sala del fuoco”, cui si accede da Via San Domenico 1.

Continueremo il dibattito della volta scorsa, ma spostando l’attenzione al fatto della simbiosi, così importante per la nostra vita. L’argomento sarà:

riflessioni sulla simbiosi

e lo spunto verrà dal breve contributo che padre Sergio ha inviato per l’incontro del mese scorso, e che non c’è stato il tempo di prendere in considerazione.



C’è la possibilità di partecipare on-line tramite Jitsi-Meet. Per partecipare on-line, è indispensabile avvisare prima padre Sergio Parenti, che invierà il link a chi lo richiede volta per volta.



In attesa di incontrarci, un cordiale saluto



fra Giovanni Bertuzzi O.P.            fra Sergio Parenti O.P.



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Breve resoconto dell’Incontro interdisciplinare del 27 maggio 2024

a cura di fra Sergio Parenti O.P.



GRASSI - Si tratta solo di una breve coda all’argomento della volta scorsa. Era rimasto un interrogativo: cosa comporta, per curare l’epilessia, separare nel cervello i due emisferi? Avremo due coscienze? Le funzioni dei singoli emisferi sono molto diverse: da una parte (sinistra) il pensiero analitico, logico, ed il linguaggio. Dall’altra abbiamo il pensiero intuitivo, creativo, artistico. I due emisferi, in condizioni normali, sono estremamente connessi, più nelle donne che nei maschi. La connessione costituisce il cosiddetto corpo calloso: circa 300 milioni di fibre, che significano l’incrocio delle informazioni, in andata e ritorno. Solo il gusto e l’olfatto non passano dal corpo calloso.

Intorno agli anni ‘60, dopo esperimenti su animali, si iniziò ad usare la divisione dei due emisferi, tagliando il corpo calloso, per fermare le crisi epilettiche. In realtà non si taglia il cervello in due: resta il collegamento del talamo, dell’ipotalamo ed altre connessioni. Dopo la callosotomia gli emisferi mantengono le loro funzioni, il paziente non viene compromesso nella coscienza, anche se ci sono alcuni aspetti dissociativi, come nell’uso delle mani (una fa una cosa e l’altra no) o in aspetti sensoriali. I neuroscienziati si arrendono di fronte al definire che cosa sia la coscienza, ma il paziente si sente una persona unica. Resta anche l’integrità funzionale dell’organismo, oltre a quella mentale della persona, che rimangono un unicum intero anche soggettivamente.

FRATTINI - Ne risente la vista?

GRASSI - Certo, a seconda della profondità del taglio. Però c’è un recupero, una compensazione, che col tempo riorganizza almeno un poco le connessioni. Questa terapia è usata solo in casi molto gravi di epilessia farmaco-resistente o altre patologie gravissime. La schizofrenia presenta una dissociazione nella personalità; però non risulta che, in seguito alla callosotomia, uno sia diventato schizofrenico.

PARENTI - Lo schizofrenico impersona un personaggio alla volta; non è come due gemelli siamesi col corpo in comune eccetto le teste.

RUBINO - Io lascerei stare la schizofrenia. Il delirio (essere Napoleone, …) è sempre un tentativo, maldestro, di sanificare la frammentazione, un tentativo di dare un senso a quello che ti sta succedendo: una difesa della mente di fronte all’incapacità di mettere a fuoco la realtà e se stesso.

PARENTI - Entriamo nell’argomento di questa sera. Feci un gioco con i bimbi (i lupetti dello scoutismo). C’erano tante viti diverse, ciascuna col suo bullone. I bulloni erano numerati. Sulla testa delle viti c’erano lettere dell’alfabeto. Unendo ogni vite al suo bullone e mettendole nell’ordine numerico, sulle teste si leggeva: “L’armonia può essere casuale?”. Uno dei capi (gli educatori), studente di scienze naturali, sostenne che sì. Ovviamente aveva docenti darwinisti. Una volta, in montagna, mi mostrò due pietre, una appoggiata all’altra. E mi spiegò che la seconda pietra, rotolando, si era fermata urtando la prima, e questo non mi autorizzava a dire che questa fosse stata messa lì con lo scopo di fermare l’altra: era un puro caso. In natura non c’è finalità.

Un altro esempio lo ebbi ad un convegno, dove un celebre matematico mi indicò il pavimento della stanza, un pavimento alla veneziana. Tutti sappiamo come le pietruzze vengano poste a caso e poi cementate e lucidate. Ora, mi disse, un bravo matematico potrebbe trovare una formula che descrive l’ordine delle pietruzze del pavimento. Questo non autorizzerebbe a dire che l’ordine era nella natura del pavimento. Questi esempi riguardano la finalità tra cose distinte, non nelle cose singole. Ma è il nostro metodo scientifico che ci invita - dico: “invita”, non “obbliga” - a questo modo di pensare.

Lynn Margulis, sostenendo che i primi viventi monocellulari eucarioti venivano dalla simbiosi di un archea e di un batterio, simbiosi trasformatasi in una unica vita, lamentò di essersi scontrata con un atteggiamento di fideismo dogmatico da parte dei darwinisti. Un amico, ammiratore di Teilhard de Chardin, ebbe problemi nel concorso a cattedra per aver sostenuto la presenza di una finalità in natura proprio nel fenomeno della evoluzione dei viventi.

Possiamo parlare di causa finale in due modi: uno con fondamento estrinseco a ciò che muta, uno con fondamento intrinseco a ciò che muta. Cosa vuol dire “mutare”?


Per mutazione intendo sia la generazione di qualcosa (che è corruzione di altre e viceversa), sia la trasformazione che accompagna l’esistenza di una cosa tra la sua generazione e la sua corruzione. Tutte le cose hanno una storia: le trasformazioni che accompagnano la loro esistenza tra la generazione e la corruzione. Capisco che questo è un modo di semplificare: cosa vuol dire che esiste una montagna, un pianeta, un sasso, una rana, un uomo, …? La premessa è: in questo universo tutto ciò che esiste interagisce con le altre cose dell’universo. In altre parole, ogni cosa, se esiste, ha capacità di trasformare ed essere trasformata, e da queste trasformazioni dipende la corruzione che è generazione di altre cose. Uso la parola operazione per abbracciare sia il senso attivo, che in italiano chiamiamo “agire”, sia il senso passivo, che in italiano non ha nome se non quando parliamo di verbi “passivi” in grammatica.

Le capacità di interagire operando non sono le stesse per qualsiasi cosa. Chiamiamo “natura” di una cosa la caratterizzazione del suo esistere (modo di esistere) tale da avere quelle capacità operative perdendo le quali la cosa cessa di esistere corrompendosi. Se io smetto di metabolizzare, muoio.


Queste capacità definiscono il mio modo di esistere, che chiamiamo “natura”. Ripeto: è un discorso approssimativo, confuso, ma non per questo falso. Io faccio spesso l’esempio del cacciatore che vedendo qualcosa muoversi capisce che è viva e spara credendo di colpire una volpe, mentre era il suo cane. L’errore non era nel vago “è un animale!”, che è vero, ma nel voler essere più preciso. Una scienza che non è per idee chiare e distinte, ma confuse e vaghe, non è per questo falsa.

Chiamiamo “fine” di una operazione il suo termine, quello che, se non viene raggiunto, ci fa dire che l’operazione è fallita, frustrata.


Questa definizione di “fine” è connessa alle definizioni di “operazione”, “capacità operativa” e “natura”, al punto che senza questo fine non so più dire di che operazione si tratti, di quale capacità operativa si tratti e quale sia la natura di chi opera (sia in senso attivo, sia in senso passivo). Invece questa definizione di “fine” prescinde del tutto da quella che chiamiamo “conoscenza” ed anche da “progetto”. Senza questa definizione di “fine” non posso più parlare di “natura”. Aristotele diceva che chi toglie il fine, toglie la natura. Poiché la matematica non usa la causa finale, non può parlare di natura. Per questo anche la fisica-matematica non può parlarne. Quando Galileo rifiutò che la fisica potesse parlarne, essendo la natura solo scritta in linguaggio matematico, fece un passaggio fuori dalla sua competenza, passando dalla fisica al discorso relativo a quale possa essere un sapere fisico e scegliendo di fatto la posizione platonica-pitagorica. Aristotele la conosceva bene, ma, dopo tanto studio sotto Eudosso di Cnido, volle fare una fisica che non pretendesse la conoscenza della geometria, cosa, invece, ritenuta indispensabile all’Accademia di Platone.

Fine dell’operazione è il suo termine, che, se non viene raggiunto, l’operazione fallisce: è frustrata. Tolto il fine, oltre a “operazione”, “capacità operativa” e “natura”, scompare anche l’ “invano” e il “caso”. E ribadisco che in questa definizione non ho parlato di “conoscenza” e di “progetto”.

Se volessimo usare una espressione diversa, potremmo dire che per “fine” intendiamo l’oggetto immediato e proprio di una operazione. Per esempio: scaldare è produrre calore. Anche una doccia gelata produce una gradevole sensazione di calore, ma indirettamente, cioè per via della reazione dell’organismo al raffreddamento. In tal caso l’oggetto non è più immediato e nemmeno è l’oggetto proprio del riscaldare.

Il “caso”, il “casuale” è ciò che non c’entra con l’oggetto immediato e proprio di un’operazione: se zappo l’orto non è casuale che crescano gli ortaggi, mentre è casuale che trovi un tesoro sotterrato.

Diversa è una causalità finale con fondamento estrinseco a ciò che muta. In questo caso la natura di ciò che viene trasformato esige solo la capacità passiva di essere trasformabile, mentre ciò che agisce attivamente su di esso è frustrato se non riesce a produrre ciò cui tende l’azione del trasformante, che è una operazione attiva. Se la vite non funziona, non è il ferro che è frustrato, ma il fabbro che non è stato capace di fare la vite. In questo caso possiamo parlare di “fine” come di un “progetto” che dirige l’azione di chi trasforma; l’operazione è attiva e si suppone una qualche conoscenza del fine in chi opera (perché il fine non è ancora realizzato), dunque il fine non permette di definire la natura di ciò che viene trasformato, che chiamiamo “materiale” se non in termini piuttosto vaghi (deve essere un materiale adatto): per questo il fine della trasformazione ha un fondamento estrinseco, perché è il progetto, che è nel trasformante. Non importa il tipo di conoscenza: sia un ragno che tesse la tela o un architetto che progetta un grattacielo.

Vorrei far notare come tutto il discorso di Monod a proposito del principio di oggettività come postulato del sapere scientifico supponga solo la concezione di fine come progetto (lo dice esplicitamente anche lui). Si tratta della concezione platonica del cosmo ordinato dal Demiurgo. Se chiamiamo “naturali” gli artefatti di Dio, lo scienziato, per considerare la causa finale, dovrebbe fare il teologo… La Bibbia ed anche il Corano presentano la creazione come atto libero di Dio: un atto di amore. Bastava correggere Platone dicendo che Dio crea la materia primordiale informe e poi la plasma come vuole. Le realtà naturali sono “volute” da Dio così come un fabbro, con un pezzo di ferro, fa quello che vuole. Da questa concezione seguiva l’opinione che tutte le creature, anche gli angeli, dovessero avere una materia. Aristotele veniva rifiutato perché dice che le premesse del sillogismo scientifico devono essere le cause della conclusione e che tale rapporto è necessario; inoltre, nella sua Fisica, arriva al Motore immobile che sarebbe Dio: dunque ci sarebbe un rapporto necessario, fisico, tra Dio e le creature, come dal Sole emana luce e calore. Veniva frainteso e rifiutato in nome della fede in una creazione che è libero atto di amore. Noi siamo ancora succubi di quelle polemiche.

Il nostro concetto di scienza si riduce alla causa efficiente ed alla causa materiale, salvo un progetto estrinseco di un artefice, proprio come la tecnica fa per spiegare l’opera di un ingegnere. Giustamente Cartesio riteneva che tutto il mondo fisico, anche i viventi, fosse un meccanismo. La natura entra in questo discorso solo in termini vaghi, come proprietà di un materiale adatto.

Inoltre, per evitare di ammettere un Dio artefice delle cose “naturali”, si ricorre al “caso”, definito come aleatorietà per poter misurare le possibilità di un evento ed insieme come “ciò che capita” senza che si debba pretendere una ulteriore spiegazione, mentre le due definizioni sembrano piuttosto incompatibili, in quanto l’aleatorietà suppone proprietà necessarie (il dado “deve” cadere su una delle sei facce). Forse per questo fin dall’antichità si è cercato di ridurre il caso all’ignoranza delle cause, negandone la presenza reale nello svolgersi degli avvenimenti, perché ogni avvenimento deve avere una causa e, posta la causa, deve seguire l’effetto. Quest’ultima posizione, il meccanicismo, è stata messa in crisi dalle scoperte, nei limiti rigorosi del metodo galileiano, della meccanica quantistica.

A questo punto mi sembra interessante notare alcune cose.

Anzitutto la prima concezione di fine è aperta alla seconda, mentre la seconda, il “progetto”, considerata per qualche motivo la sola ammissibile, è chiusa alla prima.

Poi, il “caso” è definibile solo per rapporto ad un fine, così come l’invano e la frustrazione. Casuale è zappare l’orto e trovare un tesoro, mentre non è casuale veder poi crescere gli ortaggi. Casuale è ciò che non c’entra col fine, anche nel caso in cui il casuale causi l’invano, nel qual caso si parla di “sfortuna”.

Però la prima concezione di fine implica che “per caso” sia un termine relativo al fine immediato e proprio (e relativo è anche il termine “necessario”, e così pure “contingente” e “possibile”). In questo senso, per rapporto alle intenzioni di due messaggeri, ciascuno col suo compito preciso, è casuale il loro incontro, che invece non è casuale per rapporto a chi li aveva inviati apposta perché si incontrassero. In questo senso il caso è reale (reale coincidenza per rapporto a due fini propri ed immediati di un’azione) anche se non è reale per rapporto all’intenzione di chi li ha inviati.

Invece per la seconda concezione di caso (e di necessario) spesso si parla di “caso” in senso assoluto.

Infine c’è il problema della frequenza. Identificando il casuale con la aleatorietà, la connessione tra frequenza e possibilità di realizzazione di un evento viene assunta dall’esperienza e postulata come principio teorico: il postulato empirico del caso. Questo se si prende come unica la seconda accezione di fine.

Invece per la prima accezione la natura può esser tale da determinare operazioni non frustrabili da altre capacità di agire, oppure può essere determinata ma non in modo tale da non poter essere frustrata dall’interferenza casuale di un’altra operazione; oppure può lasciare adito a determinate possibilità, come le facce di un dado. In quest’ultimo caso, se l’esito delle operazioni fosse sempre diverso, vorrebbe dire che le capacità operative non erano come avevamo supposto. Così una cosa generabile e corruttibile non può essere capace di esistere sempre. “In sempiternis, idem est posse et esse”, diceva Arisotele: se è capace di qualcosa, lasciagli il tempo e prima o poi ci riesce. Da questo punto di vista si dovrebbe parlare di una tesi e non di un postulato.

Invece per i sostenitori della seconda accezione di fine è possibile ciò che non è contraddittorio che accada, dove la contraddittorietà è una proprietà logica, legata al modo in cui possiamo pensare le cose, mentre per la prima concezione la possibilità è anzitutto la reale capacità di operare di una cosa, che va tenuta distinta dalla non contraddittorietà.

Per questo, se qualcosa accade spesso, diciamo che non è casuale. Da qui l’impressione fondata realisticamente che una simbiosi necessaria all’esistere dei simbionti, per quanto casuale rispetto alle loro nature e capacità operative (hanno esistenza distinta), non sia casuale rispetto a chi, dando l’esistere, dà pure il modo di esistere delle realtà naturali. Anche le reazioni chimiche non sono casuali.

SCIRÈ - Qual è lo scopo di questo tuo discorso?

PARENTI - La simbiosi mi sembra molto più potente nel mostrare una causalità finale in natura, rispetto alla finalità che vediamo nelle parti di un organismo. Però non mi sembra di riuscire a farvelo vedere.

FRATTINI - Perché devi partire da ciò che è semplice per costruire ciò che è complesso.

PARENTI - Parto da ciò che è più vago e confuso, come l’esistere… Mi sembra semplice.

FRATTINI - Tu dici che un ente, per quello che è, ha una sua natura.

PARENTI - Dico che un ente ha un modo di esistere tale da avere certe capacità operative, e questo lo chiamo “natura”. Non conosco in se stessa la natura o essenza o definizione… Questo lo sosteneva anche Aristotele. Non mi importa di quello che dicevano i presunti aristotelici dei tempi di Galileo. La natura è principio delle capacità operative.

BERTUZZI - I principi come materia e forma, potenza e atto, …, Aristotele li prendeva dall’esperienza. Questo entra in conflitto nel pensiero moderno col modo di interpretare l’esperienza da parte della matematica. Perché la matematica procede secondo una logica che non è tratta dall’esperienza, ma che si può applicare all’esperienza in maniera efficacissima anche se non in modo assoluto. Che cosa è avvenuto nello sviluppo della scienza e della filosofia moderna? Che il fondamento della scienza non è nell’esperienza, ma nella capacità dell’intelletto di ordinare l’esperienza secondo un metodo matematico. Ha prevalso una logica costruttiva della scienza, rispetto alla logica più contemplativa di Aristotele. Questo confronto, notato da Cassirer, va avanti anche adesso. Il nostro modello di scienza è da ingegneri, non da contemplativi. Per questo non riusciamo a capire il discorso di Sergio.

PARENTI - Però uno dei miei libri preferiti è “L’albero senza radici” di Eugenio Sarti, che è un ingegnere.

FRATTINI - Quello che hai detto nella definizione della natura di un ente è una caratteristica di ritorno rispetto al tentativo di modificarla. Mi spiego. Hai un atomo di un elemento. Se estraggo un elettrone l’ho modificato, però l’atomo tende a recuperarlo.

PARENTI - Un atomo non è una cosa, ma parte di una cosa. Invece tanti tomisti riducono la natura delle cose agli atomi, almeno per le cose non viventi. C’è una incapacità di cogliere un ente che abbia delle parti che esistono perché esiste il tutto, a differenza dell’artefatto che esiste perché esistono i componenti. Se smonto un orologio e lo rimonto ho lo stesso orologio di prima. Qui la natura non c’entra, c’è solo il progetto. Si dice che c’è la natura perché si è cattolici, perché si è ecologisti… Anch’io faccio fatica a pensare diversamente: sono stato educato in questo ambiente.

FRATTINI - Però gli scienziati sono arrivati ad un punto che non sanno più spiegare le cose. Una stringa sarebbe l’elemento concettualmente più piccolo di composizione del tutto. Però le stringhe hanno già una loro essenza.

JULVE - Hanno una formulazione matematica.

PARENTI - Hanno una definizione. Ma solo ciò che può esistere da solo ha propriamente un modo di esistere o essenza. Poi posso definire anche le parti che esistono perché esiste il tutto. Per analogia posso parlare anche di definizione o essenza di ciò che non può esistere. Posso definire anche il nulla.